Con l’avvicinarsi del secondo mandato di Donald Trump, i produttori di petrolio e gas degli Stati Uniti guardano al futuro con aspettative di espansione.
La nuova amministrazione, infatti, potrebbe promuovere un ambiente normativo favorevole, semplificando i processi di autorizzazione per l’estrazione e la distribuzione dei combustibili fossili.
Tuttavia, i produttori potrebbero incontrare maggiori difficoltà nel trovare mercati locali e redditizi per questi prodotti, complici le dinamiche di mercato e il rischio di nuove tensioni commerciali con i partner internazionali, specialmente con l’Europa.
Gli operatori del settore energetico statunitense prevedono che l’amministrazione Trump introdurrà misure per facilitare l’accesso alle autorizzazioni per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas. Questa deregolamentazione potrebbe incrementare ulteriormente la produzione di combustibili fossili, già oggi a livelli record. Un simile aumento produttivo è favorevole soprattutto per le aziende che esportano gas naturale liquefatto (LNG), petrolio greggio e prodotti raffinati, incentivando la crescita delle capacità di esportazione degli Stati Uniti.
Parallelamente, il contesto commerciale internazionale rischia di diventare più complesso. Trump ha già espresso l’intenzione di introdurre pesanti dazi sulle importazioni, in particolare dai paesi europei, considerati responsabili di un deficit commerciale che raggiunge i 240 miliardi di dollari l’anno. L’Europa, che rappresenta il mercato più grande per il gas naturale liquefatto e il petrolio greggio statunitense, potrebbe essere la prima a risentire di queste politiche protezionistiche.
L’Europa dipende fortemente dalle importazioni di LNG e petrolio greggio dagli Stati Uniti, una relazione intensificatasi dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che ha costretto i paesi europei a diversificare le fonti energetiche. Ad esempio, nel 2023 gli Stati Uniti hanno guadagnato oltre 30 miliardi di dollari dall’esportazione di LNG, con due terzi delle spedizioni diretti verso l’Europa, mentre le esportazioni di petrolio greggio hanno generato circa 10 miliardi di dollari, di cui quasi metà destinati al mercato europeo.
Il costo elevato delle importazioni energetiche dagli Stati Uniti ha avuto un impatto negativo sui consumatori europei, spingendo l’Europa ad accelerare la transizione energetica verso fonti rinnovabili. In aggiunta, il rallentamento economico ha portato a un calo del consumo di gas per uso industriale e per la produzione di energia, con un decremento del 20% nelle importazioni europee di LNG nei primi dieci mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023.
Queste condizioni segnalano che i paesi europei potrebbero essere pronti a ridurre ulteriormente gli acquisti di LNG e petrolio dagli Stati Uniti, dato che la domanda complessiva di gas rimane contenuta e le alternative di fornitura di petrolio greggio sono abbondanti.
La prospettiva di nuove tariffe imposte dagli Stati Uniti ha già spinto i policy maker europei a pianificare possibili contromisure. Gli esperti commerciali a Bruxelles, sede della Commissione Europea, intendono preservare i rapporti economici con gli Stati Uniti, ma non escludono l’introduzione di dazi sui prodotti energetici americani come forma di ritorsione.
L’energia potrebbe rappresentare uno strumento strategico nelle negoziazioni: i paesi europei possono facilmente trovare nuovi fornitori di LNG e petrolio, limitando l’impatto sui consumatori europei ma arrecando un danno significativo alle esportazioni energetiche statunitensi.
Per i produttori di energia statunitensi, una perdita del mercato europeo sarebbe un colpo duro. Sebbene teoricamente potrebbero orientare le esportazioni verso l’Asia, in realtà l’impatto sarebbe notevole. Le infrastrutture esistenti negli Stati Uniti sono principalmente collocate sulla costa est o nel Golfo del Messico, più vicine all’Europa che all’Asia. Il trasporto verso i principali importatori asiatici, come la Cina, richiederebbe viaggi più lunghi e costosi, riducendo l’efficienza logistica e aumentando i costi per gli esportatori.
Nel caso del LNG, per esempio, il tragitto da Cove Point, nel Maryland, a Wilhelmshaven, in Germania, dura circa 12 giorni, un terzo del tempo necessario per raggiungere Guangdong in Cina. Questo significa che una riduzione delle esportazioni verso l’Europa potrebbe comportare costi di trasporto più elevati e un minore turnover delle navi, con un conseguente calo della redditività.
L’amministrazione Trump potrebbe quindi rappresentare un’arma a doppio taglio per i produttori di energia statunitensi: da un lato, la deregolamentazione potrebbe potenziare la produzione; dall’altro, le tensioni commerciali con l’Europa potrebbero mettere a rischio l’accesso al loro principale mercato. Gli esportatori di LNG e petrolio degli Stati Uniti dovranno monitorare attentamente le politiche commerciali internazionali e considerare una diversificazione dei mercati per ridurre la dipendenza dall’Europa.
Il contesto economico e geopolitico suggerisce che, per il settore energetico statunitense, la possibilità di sfruttare appieno il potenziale di crescita sarà strettamente legata all’evoluzione delle relazioni internazionali e alla capacità di reagire rapidamente ai cambiamenti nei mercati globali.