Periodo non positivo per i fast food alle prese con la crisi e l’aumento dei costi: questa famosa catena ha chiuso alcune sedi negli Stati Uniti.
Non è un periodo facile nemmeno per i fast food. Questo tipo di attività commerciale, basata su prezzi contenuti e servizio rapido, sembrava finora relativamente indenne alla crisi che sta colpendo diversi settori, compresa la ristorazione. Negli ultimi mesi, però, anche queste catene stanno facendo i conti con un rallentamento evidente.
La prova arriva dai numeri del marchio più famoso al mondo: McDonald’s. La multinazionale sta affrontando il primo calo significativo delle vendite dal 2020, anno segnato dalla pandemia di Covid. Si tratta di una flessione legata soprattutto a una diminuzione dell’affluenza: meno clienti entrano nei ristoranti, con un impatto diretto sui ricavi. Nel primo trimestre del 2025 il fatturato è sceso del 3%, attestandosi a 5,96 miliardi di dollari.
Le vendite globali risultano in calo, con un impatto particolarmente marcato negli Stati Uniti. Tra le cause principali vi è un cambiamento nelle abitudini dei consumatori, sempre più orientati verso un’alimentazione considerata più sana, a scapito del fast food tradizionalmente associato a cibi ultra-processati e poco salutari. A pesare sono anche i prezzi, giudicati troppo elevati da una fascia crescente di clienti a basso reddito.
Se per McDonald’s la situazione appare gestibile, trattandosi di un colosso internazionale con solide basi finanziarie, altre catene stanno vivendo difficoltà più serie. Diverse realtà del settore stanno registrando analoghi cali di fatturato e sono costrette a correre ai ripari, arrivando a chiudere punti vendita, soprattutto negli Stati Uniti.
Due catene di ristoranti hanno chiuso punti vendita negli USA
Due note catene di paninoteche, che per anni hanno servito una clientela fedele, stanno riducendo la propria presenza sul territorio a causa di problemi economici. Oltre al calo di clienti, incidono fortemente l’aumento dei costi della manodopera e delle materie prime, aggravati dall’inflazione e dall’introduzione di nuovi dazi. Tra i rincari più pesanti figurano prodotti essenziali come formaggi, olio, bevande e lattine in alluminio, i cui prezzi sono saliti anche a causa delle politiche commerciali dell’amministrazione Trump.
Con la recente decisione della Corte Suprema che ha dichiarato illegittimi alcuni dazi, si spera in un possibile alleggerimento dei costi. Tuttavia, secondo una ricerca, nel 2025 il costo all’ingrosso dei prodotti alimentari è aumentato del 5%.
Questo incremento è stato inevitabilmente trasferito sui consumatori, attraverso piccoli ritocchi ai prezzi o riducendo le porzioni. La crisi ha spinto molte catene a compiere scelte drastiche, come la chiusura di alcuni locali.
È il caso di Genova Delicatessen, storica catena californiana di origine italiana, nota per i suoi prodotti ispirati soprattutto alla cucina ligure. L’azienda ha chiuso due punti vendita, mantenendone aperto soltanto uno. Il proprietario ha attribuito la decisione principalmente ai costi di locazione, probabilmente diventati troppo elevati o legati a contratti scaduti, senza però fornire ulteriori dettagli.
Un’altra catena molto conosciuta negli Stati Uniti è Primanti Bros., che questo mese ha confermato la chiusura di due sedi in Pennsylvania, dopo averne già chiuse altre nei mesi precedenti. L’azienda gestisce 37 ristoranti tra Pennsylvania, Florida, Ohio e Maryland. La società ha spiegato che, a seguito di un’analisi approfondita del proprio portafoglio, ha deciso di razionalizzare la rete. Una scelta non presa alla leggera, ma ritenuta necessaria per adattare la presenza sul territorio alla domanda attuale, anche se ciò potrebbe deludere parte della clientela più affezionata.
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