Mentre la guerra in Medio Oriente si protrae da quasi tre mesi, il parziale blocco dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz ha innescato uno shock energetico che sta travolgendo i mercati e i bilanci delle famiglie dell’area euro.
Il barile di petrolio, che a fine febbraio si attestava intorno ai 70 dollari, ha raggiunto una media di 110 dollari da inizio marzo, riportando gli operatori e i consumatori indietro nel tempo, a scenari che molti speravano di aver archiviato dopo il trauma del 2022. Questa nuova impennata dei prezzi non si sta traducendo però in un impatto uniforme sul Vecchio Continente.
Al contrario, sta accentuando differenze strutturali profonde tra i Paesi membri, creando vincitori e vinti relativi in una geografia del caro-carburante che pochi analisti avevano previsto con tale nitidezza.
La natura asimmetrica dello shock energetico
È quanto emerge con chiarezza dall’analisi dettagliata realizzata dagli economisti di ING Economic & Financial Analysis, uno studio che mette in luce non solo l’entità dello shock, ma soprattutto la sua natura asimmetrica e le conseguenze di lungo periodo sui consumi e sulla crescita.
Secondo l’analisi di ING, il rincaro si è già materializzato in modo tangibile ai distributori di tutta l’Eurozona. Rispetto alla settimana precedente al raid congiunto USA-Israele sull’Iran, il costo di un pieno da 50 litri di benzina senza piombo è aumentato in media tra i 5 euro in Spagna e i 13,50 euro in Germania. Per il gasolio le differenze sono ancora più marcate: in Italia l’aumento medio si attesta intorno ai 15,65 euro, mentre in Olanda raggiunge i 23 euro. Picchi registrati soprattutto tra fine marzo e inizio aprile, in coincidenza con il massimo dello spike petrolifero, e solo parzialmente attenuati da interventi fiscali temporanei adottati da vari governi.
Se questi livelli di prezzo dovessero consolidarsi per il resto del 2026, l’onere aggiuntivo per le famiglie sarebbe tutt’altro che trascurabile. L’analisi di ING stima un aumento della spesa annua per carburanti di circa 70 euro pro capite in Italia, contro i 280 euro della Olanda solo per la benzina e fino a 430 euro per il diesel nei Paesi più colpiti. Numeri che, sebbene inferiori ai picchi nominali del 2022, rischiano di erodere il potere d’acquisto con una lentezza insidiosa, destinata a pesare sui bilanci familiari e sulle scelte di consumo per tutto l’anno in corso.
Come cambiano i consumi?
Ciò che rende questo shock particolarmente preoccupante – e su cui ING pone l’accento con forza – è la scarsa capacità di adattamento delle famiglie. Dopo l’esperienza pandemica, i chilometri percorsi in auto sono tornati sostanzialmente ai livelli pre-2020 nella maggior parte dei Paesi. Ridurre drasticamente la mobilità non è più un’opzione realistica per milioni di pendolari e lavoratori, il che significa che il maggiore costo del pieno si tradurrà prevalentemente in un taglio secco della spesa discrezionale: viaggi, abbigliamento, ristorazione, beni durevoli. Un meccanismo di “spiazzamento” dei consumi che rischia di frenare la domanda interna in modo più subdolo rispetto a un semplice aumento generalizzato dell’inflazione.Proprio su questo fronte emerge la relativa – e per molti inattesa – resilienza italiana.
Come evidenziato dallo studio di ING, le famiglie del nostro Paese destinano mediamente il 4% del reddito disponibile ai carburanti, una quota contenuta rispetto al 6,2% del Portogallo e destinata a crescere meno rapidamente rispetto a quanto accadrà in Germania, Austria e Olanda, dove la maggiore propensione a percorrere chilometri amplifica l’impatto dello shock. Nonostante i prezzi alla pompa siano tra i più elevati d’Europa per via della tassazione, la minore mobilità degli italiani sta fungendo da ammortizzatore naturale. In Spagna, inoltre, la temporanea riduzione dell’IVA sul carburante dal 21% al 10% contribuisce a mitigare ulteriormente l’effetto sui portafogli.
Il vantaggio dell’Italia
I dati della Commissione Europea sulla propensione alla spesa, ripresi e analizzati da ING, confermano questa divergenza in atto: in Germania e Austria la volontà di effettuare acquisti importanti è crollata nettamente sotto la media storica, mentre in Italia e Spagna rimane ancora sopra i valori di lungo periodo. Una mappa della fiducia dei consumatori che sta già influenzando le strategie delle imprese e le valutazioni degli investitori.
L’Italia, grazie alle sue caratteristiche strutturali di mobilità, subirà un impatto meno violento rispetto al Nord Europa. Dall’altro lancia un segnale di cautela: lo shock petrolifero sta creando una nuova geografia dei consumi europei, destinata a penalizzare più duramente certi settori e certi mercati, con inevitabili ripercussioni sulle borse continentali, sulle scelte della BCE e sulle opportunità di investimento selettivo.