In apparenza, la questione sembra far riferimento unicamente all’alveo della conclamata ipocrisia politica che regna in Europa. Tutti, infatti, ricordano la promessa del portiere e capitano della nazionale tedesca, Manuel Neuer, di entrare in campo ai Mondiali del Qatar sfidando i divieti e indossando al braccio la fascia arcobaleno.
Non accadde. La Federazione tedesca fece pressione, dopo che la Fifa rese noto come un gesto simile avrebbe comportato addirittura - udite udite - il rischio di squalifica. La nazionale tedesca si limitò a un gesto simbolico: all’atto della foto di rito prima della partita contro il Giappone, tutti i giocatori si tapparono la bocca come denuncia della censura. Insomma, un bel compromesso al ribasso.
Oggi, però, la notizia è questa:
#UPDATE Qatar has agreed to send Germany two million tons of liquefied natural gas a year for at least 15 years, says Saad Sherida al-Kaabi, Qatar's energy minister, as Europe's biggest economy scrambles for alternative supplies after Russia's invasion of Ukraine pic.twitter.com/HLtpgYcRuq
— AFP News Agency (@AFP) November 29, 2022
a meno di tre mesi dalla visita di Olaf Scholz in Arabia Saudita con deviazione ad hoc in Qatar, Doha ha confermato la firma di un contratto di fornitura di gas verso la Germania della durata di 15 anni. Il tutto nel pieno del Mondiale e a pochi giorni dall’altro accordo record, quello con la cinese Sinopec addirittura per 27 anni. Insomma, quanto accade sul campo o sugli spalti conta poco. A latere c’è la vera ciccia di questi Campionati del mondo.
Difficile, al netto di una qualificazione agli ottavi in bilico, pensare che Neuer e compagni proseguiranno la loro crociata. Quantomeno per decenza. Perché al centro della fornitura concordata fra Doha e Berlino c’è Uniper, la utility caduta in disgrazia e nazionalizzata. Di fatto, l’accordo è fra Stati. Tradotto, il cancelliere tedesco pone plasticamente in subordine la questione dei diritti, quando l’altra faccia della medaglia rappresenta una sorta di polizza vita per l’industria del Paese. Insomma, apparentemente la solita ipocrisia. Unita all’ennesima prova di un’attitudine europeista della Germania completamente sparita dopo l’addio di Angela Merkel.
Berlino fa da sé. In prima istanza aprendo alla Cina con la cessione del 30% dell’hub portuale di Amburgo, nonostante i veti più o meno espliciti della Nato e della Commissione Ue, poi inferendo un uno-due in campo energetico degno di Mike Tyson: prima sabotando l’accordo sul price cap, poi chiudendo un accordo epocale di fornitura in assoluta indipendenza. Ma attenzione, perché quanto sta accadendo deve esserci da lezione. Non tanto e non solo per svegliarci, quanto per leggere con occhi più attenti un fenomeno che da sottotraccia sta divenendo ogni giorno più esplicito. E spartiacque.
Questa altra notizia, chiaramente ignorata dai media, lo conferma:
Ghana is in talks with a Dubai oil refiner for a barter arrangement that will enable the West African nation to buy fuel with gold https://t.co/evks869Bvo
— Bloomberg (@business) November 28, 2022
il governo del Ghana starebbe infatti trattando con Emirates National Oil Company la stipula di un contratto di permuta fra oro fisico e petrolio. Tradotto, con le riserve valutarie calate del 38,7% a soli 6,7 miliardi di dollari, Accra vorrebbe pagare il greggio con il bene rifugio per eccellenza: gold for oil, insomma.
Apparentemente, una questione fra Ghana e Dubai. Nei fatti, un qualcosa di epocale. Perché con Cina, Russia, India e Turchia che ormai da anni stanno accumulando oro fisico sul mercato come strategia di de-dolarizzazione delle proprie economie e riserve, un simile precedente potrebbe divenire pietra miliare.
E in attesa che, se il contratto venisse stipulato, casualmente qualcuno decida che è ora di denunciare al mondo le violazioni dei diritti umani in Ghana e magari imporre un bell’embargo con blocco dei beni, attenzione a questo terzo esempio di nuovo ordine mondiale in progress.
Lancio di agenzia sull’accordo «gold for oil» fra Ghana e Dubai
Fonte: Reuters
Andamento delle riserve valutarie della Banca centrale turca
Fonte: CFR
Dopo i 5 miliardi dell’Arabia Saudita, ecco che proprio l’attivissimo Qatar starebbe per rimpolpare le riserve della Banca centrale turca con 10 miliardi di dollari fra swaps ed eurobond. E la seconda immagine parla chiaro: Recep Erdogan ha scoperto la ricetta vincente per battere l’inflazione. Ovvero, utilizzare come voce primaria del Pil la capacità di generare caos geopolitico su commissione.
Come sarebbe possibile, altrimenti, che un’inflazione oltre il 70% e una lira in perenne sprofondo possano convivere con un Pil in crescita del 7,6%, una produzione industriale in doppia cifra e un indice MSCI Turkey in area +62% da inizio anno in dollar terms? E senza contare l’apparentemente suicida politica sui tassi, di fatto spinti al ribasso dallo stesso Erdogan a colpi di licenziamenti seriali dei governatori della Banca centrale. Come è possibile? Certo, l’obbligo per gli esportatori di stornare il 40% degli incassi in valuta alla Banca centrale e il risparmio privato forzatamente dirottato su depositi in lire a tassi di interesse esorbitanti, aiutano.
Ma a garantire sopravvivenza a Recep Erdogan, il cui unico interesse attuale è quello di vincere le elezioni generali del prossimo giugno, sono proprio le donazioni dei Paesi del Golfo. Casualmente, esplose in questo periodo in cui l’Iran sembra pericolosamente sull’orlo di un baratro di destabilizzazione. E con la Turchia che, sempre casualmente, decide di riconquistare Kobane e lanciare a tal fine un’operazione militare di terra in Siria, pestando i piedi a Teheran e Mosca.
Insomma, Ankara ha capito che il suo ruolo geopolitico strategico è un hard asset molto richiesto sul mercato. E lo ha messo all’incasso. Esattamente come Berlino ha venduto la sua retorica in difesa dei diritti civili e LGBT. Esattamente come Accra ha messo sul tavolo delle trattative petrolifere con Dubai l’oro fisico delle sue riserve, invece dei dollari in continuo drenaggio e che fanno riferimento a un sistema di stamperia globale che sfugge dal controllo. Evocavamo il grande reset, spesso a sproposito? Eccolo. Quello vero. E ignoralo equivale a condannarsi a morte.