Immagina di sapere, oggi, che la contrazione delle borse durerà 7 lunghi anni. Compreresti comunque i minimi che stiamo vedendo ora? È una domanda provocatoria, ma realistica.
Non sarebbe la prima volta nella storia che un bear market si trascina così a lungo: la bolla delle dot.com, esplosa nel 2000, ha richiesto circa sette anni per essere completamente riassorbita. E in quel lungo inverno dei mercati, la strategia del buy the dip si è scontrata brutalmente con la dura realtà del rimbalzo del gatto morto.
La risposta istintiva di molti sarebbe: «Va bene, ma con un PAC si è comunque protetti». Certo, un PAC diluisce il rischio temporale, distribuendo gli acquisti lungo il ciclo di mercato. Tuttavia, pochi ricordano che un PAC iniziato proprio all’inizio della bolla dot.com avrebbe generato risultati negativi o rendimenti inferiori al risk-free rate almeno fino al 2010. Un intero decennio perso.
Pensare a una discesa pluriennale dei mercati fa paura. Ma guardando ai numeri, ciò che realmente guida il prezzo degli asset, un ribasso di questo tipo è davvero possibile anche oggi?
La lezione dimenticata: la storia recente non è il futuro prossimo
«La storia recente non è indicativa del futuro prossimo».
Una frase che meriterebbe di essere rispolverata dal cassetto delle grandi lezioni dimenticate. Chi ha iniziato a investire dal 2010 in poi, quindi ormai da 15 anni, ha vissuto principalmente in un’epoca di recuperi rapidi, mercati bull v-shaped e politiche monetarie ultra-espansive. Dire a uno di questi investitori che il prossimo crollo dell’S&P 500 potrebbe durare anni, non mesi, suonerebbe ridicolo.
Anzi, probabilmente ti mostrerebbe con orgoglio un grafico di lungo periodo dello S&P 500 dicendo: «Vedi? Cresce sempre!».
Ed è vero. Anzi, per apprezzare davvero la crescita dell’S&P 500 su 100 anni, serve addirittura un grafico a scala logaritmica.
Quello che però questi grafici non mostrano è la fatica dei lunghi periodi laterali o ribassisti: decenni in cui il mercato ha arrancato senza produrre ritorni significativi.
E se ci spostiamo fuori dagli Stati Uniti, la storia diventa ancora più cruda. Basta pensare a chi ha investito nelle azioni europee prima del 2008.
Oppure al nostro FTSE MIB: un mercato che, a distanza di oltre 15 anni dal suo massimo storico, ancora fatica a tornare ai livelli pre-crisi.
Fa riflettere, vero?
«Non avrei mai pensato che sarebbe successo...eppure»
Questa è la frase che chiunque abbia vissuto un bear market autentico potrebbe raccontarvi: «Non avrei mai pensato che sarebbe successo... eppure».
C’è un motivo per cui su tutti i documenti informativi, i KID, e i prospetti di investimento, campeggia la frase: «Il passato non è indicativo dei rendimenti futuri».
Non è solo una precauzione legale: è una verità sacrosanta. Le dinamiche dei mercati cambiano, a volte lentamente, a volte improvvisamente. Gli equilibri che sembrano eterni possono spezzarsi.
E oggi, alcuni di questi equilibri sembrano davvero vacillare, anche per effetto delle scelte politiche.
Donald Trump, attraverso le sue dichiarazioni e politiche economiche, ha mostrato chiaramente di voler indebolire il dollaro, obiettivo esplicitato anche in documenti ufficiali.
Nel frattempo, si parla di tassi nominali più bassi, ma con rendimenti reali più alti a causa delle aspettative di stagflazione.
Immaginate uno scenario in cui il debito federale USA raggiunge livelli insostenibili, il rating sui Treasury viene ulteriormente degradato, e si innesca una nuova stagione di svalutazioni competitive tra le grandi economie mondiali.
E se, e se, e se...
Sono tante domande, forse troppe. Ma una cosa è certa: i mercati odiano l’incertezza.
E oggi, l’unica certezza è proprio questa: siamo immersi in un’epoca di profonde incertezze.
E dove possiamo trovare un bagliore di speranza in questo flusso di incertezza politica e finanziaria? Nei dati fondamentali delle aziende.
Un aspetto che dovrebbe far riflettere è il fatto che, secondo l’ultimo aggiornamento sugli Earnings Insight di FactSet, l’S&P 500 presenta ancora oggi un EPS previsto in crescita del 9,7%, seppur il consenso sia stato rivisto al ribasso rispetto alle aspettative del 31 marzo (che indicavano una crescita dell’11,3%).
Altri settori, come l’Information Technology, sono previsti in crescita del 16,6%, così come l’Healthcare, anch’esso atteso in aumento del 16,6%.
In sostanza, le aziende si mostrano ancora oggi molto propositive riguardo al futuro.
Siamo di fronte all’inizio di un periodo di ribassi ancora più prolungato?
La risposta onesta è: dipende. La storia insegna che non è solo possibile: è accaduto più volte. Il problema è che la maggior parte degli investitori odierni ha memoria corta.
Allo stesso modo, se il tuo orizzonte è realmente di lungo termine (quindi si intende quasi 30 anni), allora statisticamente diventa difficile immaginare uno scenario di perdita (lorda). Tuttavia, sarebbe comunque necessaria una forte capacità di sopportare anni di drawdown o di performance piatta.
Se invece il tuo orizzonte è più breve, o se psicologicamente non sei pronto a reggere la pressione di un decennio di «perdita apparente», allora forse qualcosa non torna.
Ricorda: investire non significa solo comprare asset. Significa comprare incertezza, dubbi e paure, nella speranza — basata su dati storici ma non garantita, che il mondo trovi sempre un modo per andare avanti.
E, forse, anche per prosperare di nuovo.