BTP, Treasury e non solo. Rendimenti vicini a sfondare nuove soglie pericolo?

Laura Naka Antonelli

01/09/2026

Effetto contagio dai Treasury USA ai Titoli di Stato del Giappone, fino ad arrivare ai BTP, a un passo da nuova soglia pericolo. Cosa sta succedendo?

BTP, Treasury e non solo. Rendimenti vicini a sfondare nuove soglie pericolo?

Torna a scattare l’alert per i Titoli di Stato di tutto il mondo, BTP inclusi.

L’allarme vede tuttavia protagonisti soprattutto i Treasury, dunque i Titoli di Stato americani, e i JGB, ovvero i bond governativi del Giappone, come dimostra l’impennata dei rendimenti. Per la prima volta in 30 anni, gli yield dei bond giapponesi con scadenza decennale sono volati fino al 3%, mentre i rendimenti dei Titoli di Stato USA hanno sfondato la soglia del 4,75%, al record in 19 mesi, ovvero dal gennaio del 2025.

BTP, rendimenti balzano al 4,18%. Spread si conferma consolazione sempre più magra

Inevitabile il contagio ai bond sovrani del resto del mondo. Osservati speciali da un po’ di tempo rimangono i BTP, che sul mercato secondario vedono i rendimenti decennali balzare al 4,18%, sulla scia di un rialzo che, nel corso dell’ultimo mese, è stato pari a 16 punti base, e che in un anno è ammontato a ben 57 punti base.

Lo spread BTP-Bund, con i rendimenti dei Bund tedeschi che viaggiano al 3,35%, si conferma una consolazione sempre più magra per l’Italia, sicuramente da molto tempo non più motivo di vanto per il governo Meloni, visto che il costo del servizio del debito che lo Stato deve sostenere dipende dal livello dei rendimenti, proiettati ormai verso la nuova soglia pericolo del 4,20%.

Soglia pericolo che è stata già toccata oggi dagli OATs, ovvero dai Titoli di Stato della Francia, avanzati di 67 punti base in un anno.

Va ancora peggio ai rendimenti dei Gilt, ovvero ai Titoli di Stato del Regno Unito, che oggi volano al 5,22%.

Un articolo di Bloomberg mette in evidenza come l’ennesimo sell off che ha colpito in queste ultime ore i bond abbia portato i rendimenti al record dal 2008, a livello globale.

Fed, tassi, petrolio: così si spiegano il sell off sui bond globali e l’impennata dei rendimenti

Diversi sono i motivi alla base del bagno di sangue che è tornato a inondare il mercato obbligazionario mondiale.

Tra i principali, la paura per la riaccelerazione dell’inflazione e, dunque, il grande timore che le banche centrali più importanti del mondo, tra cui Fed e BCE, alzino i tassi nelle imminenti riunioni di politica monetaria di settembre.

Ormai ci siamo: il verdetto sui tassi della BCE guidata dalla Presidente Christine Lagarde è atteso per giovedì prossimo, 10 settembre, mentre quello della Fed di Kevin Warsh arriverà la settimana successiva, mercoledì 16 settembre, a seguito della consueta riunione del FOMC, braccio di politica monetaria della Federal Reserve, che durerà due giorni.

Ad alimentare le vendite sui Titoli di Stato americani, e non solo, è stato proprio Kevin Warsh che, in occasione del simposio di Jackson Hole che si è tenuto la scorsa settimana, ha acceso le scommesse dei mercati sulla prospettiva di una Fed orientata ad alzare i tassi nel prossimo meeting.

Il numero uno della Banca centrale americana ha affermato infatti che i progressi compiuti dall’inflazione degli Stati Uniti - progressi in realtà difficili da individuare, visto che l’ultimo indice dei prezzi PCE reso noto qualche giorno fa ha segnato un rialzo del 3,7%, confermandosi superiore al target della Fed del 2% per il 65esimo mese consecutivo - non sono tali da convincerlo a ritenere che “i trend sottostanti siano migliorati in modo significativo”.

Di conseguenza, ha aggiunto, “dobbiamo avere fiducia nel fatto che l’inflazione sottostante si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente. Altrimenti”, ed è questa la frase che ha allarmato i mercati, “abbiamo del lavoro da fare”.

Fed di Warsh pronta a rialzo tassi a settembre? Raddoppiano le probabilità di una stretta

Le dichiarazioni di Warsh hanno avuto subito effetto, portando i mercati a scommettere su un rialzo dei tassi sui fed funds USA successivo al prossimo meeting del FOMC del 15-16 settembre, con una probabilità pari al 66,1%, percentuale quasi doppia rispetto ai giorni precedenti al discorso del timoniere della Fed, stando al FedWatch stilato dal CME Group.

A far scattare ulteriormente le speculazioni sull’arrivo di una stretta monetaria in USA - ma anche nell’area euro - il balzo dei prezzi del petrolio, successivo all’attacco degli Stati Uniti contro l’Iran avvenuto nella giornata di ieri.

La guerra USA-Iran ha già avuto forti ripercussioni sulle tasche dei consumatori americani, come è emerso dai dati dell’American Automobile Association (AAA), che hanno segnalato che il prezzo medio della benzina pagato dagli americani sia rimasto sopra la soglia di $4 per tutto il mese di agosto, a causa dello shock dell’offerta, per la prima volta in assoluto.

Tutto, mentre per effetto delle tensioni geopolitiche le quotazioni del petrolio continuano a puntare verso l’alto, facendo temere agli investitori nuove pressioni rialziste sull’inflazione in tutto il mondo e dunque rialzi dei tassi da parte delle banche centrali.

Oggi il contratto WTI scambiato sul Nymex di New York sale di oltre il 2%, avvicinandosi a quota $88 al barile, mentre il Brent ha appena superato la soglia dei $92 al barile, in crescita anch’esso di oltre 2 punti percentuali.

Inevitabili, quindi, le vendite dei Titoli di Stato, che tendono a soffrire quando il mercato prezza rialzi dei tassi.

Il motivo di fondo alla base del sell off è il seguente: gli investitori si aspettano che i nuovi titoli vengano emessi a rendimenti più elevati.

Di conseguenza, i bond già in circolazione, che offrono rendimenti inferiori, diventano meno appetibili e il loro prezzo scende. Poiché prezzo e rendimento di un’obbligazione si muovono in direzioni opposte, il rendimento dei titoli già sul mercato sale.

E’ quanto sta accadendo nella sessione odierna, che vede i bond sovrani tartassati dalle vendite e i rendimenti, di conseguenza, puntare con decisione verso l’alto. Un segnale negativo per tutti i Paesi come l’Italia, ma anche come gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito che, già alle prese con conti pubblici che preoccupano gli investitori, rischiano di dover emettere nuovi Titoli di Stato a rendimenti ancora più elevati.

Nel caso specifico dei BTP, in vista delle nuove aste del mese di settembre, indicazioni poco confortanti sono già arrivate con le ultime emissioni di agosto.