Bonifici bancari e controlli dell’Agenzia delle Entrate, ecco quali espongono a rischio

Patrizia Del Pidio

8 Aprile 2026 - 12:54

Quali sono i bonifici ricevuti che espongono maggiormente al rischio di un controllo fiscale? Ecco a cosa fare attenzione per non avere problemi con l’Agenzia delle Entrate.

Bonifici bancari e controlli dell’Agenzia delle Entrate, ecco quali espongono a rischio

I controlli fiscali sui bonifici bancari non sono rari, tanto che diverse sentenze della Corte di Cassazione dell’ultimo periodo tentano di fare ordine nella normativa ponendo un freno al Fisco.

Con una sentenza del 3 febbraio 2026, infatti, i Supremi giudici hanno vietato la tassazione automatica dei movimenti bancari imponendo ai giudici la valutazione delle prove fornite dal contribuente. La sentenza in questione, la numero 2211, era riferita nello specifico ai bonifici tra parenti che non possono essere assoggettati automaticamente a tassazione.

Il Fisco, quindi, non può semplicemente sommare i movimenti bancari per pretendere dal contribuente una tassazione più elevata, anche se i bonifici in entrata sul conto corrente restano uno degli elementi presi maggiormente di mira dall’amministrazione fiscale. Quali sono i bonifici che riceviamo che espongono maggiormente al rischio di controlli?

Presunzione bancaria e bonifici

All’Agenzia delle Entrate l’articolo 31 del DPR n. 600 del 1973 riconosce il potere di presunzione bancaria: la norma stabilisce che ogni versamento non giustificato che si ha sul conto corrente è presunto come ricavo non dichiarato e assoggettato a tassazione, a meno che il contribuente non provi il contrario. La Corte Costituzionale e la Cassazione hanno stabilito che la presunzione bancaria non si applica più ai prelievi per i lavoratori dipendenti e i professionisti (ma resta valida per le imprese).

Anche se sotto la lente d’ingrandimento dell’amministrazione tributaria finiscono tutte le entrate del conto corrente, compresi i versamenti in contanti effettuati dal contribuente stesso, appare chiaro che la maggior parte delle entrate sono imputabili a bonifici.

Le verifiche dell’Agenzia delle Entrate per contrastare l’evasione fiscale non si basano soltanto su soglie di importo, ma si basano anche sulla frequenza dei bonifici, sulle causali che si utilizzano e sulla tipologia di contribuente che effettua e che riceve il bonifico.

Bonifici bancari sotto la lente di ingrandimento

Se si pensa che nell’epoca della transizione tecnologica il bonifico bancario è il modo più semplice per muovere denaro, si comprende perché questo strumento flessibile, tracciabile e sicuro sia anche uno dei più controllati dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza.

L’Agenzia delle Entrate, proprio grazie alla presunzione bancaria, ha la facoltà di accedere a una quantità enorme di informazioni che riguardano conti correnti, titoli azionari, depositi e risparmio di ogni contribuente. Tra l’altro le verifiche del Fisco sono uno strumento ordinario che non necessita della presenza di prove e indizi di evasione fiscale.

Il Fisco italiano dispone dell’Archivio dei Rapporti Finanziari (parte dell’Anagrafe Tributaria), che è lo strumento tecnologico con cui vede i saldi iniziali e finali e il totale delle movimentazioni senza nemmeno entrare nel merito del singolo estratto conto (almeno in prima battuta). I dati dei conti correnti, di tutti i contribuenti, sono incrociati con le dichiarazioni fiscali per cercare incongruenze e anomalie tra redditi dichiarati e movimentazioni sul conto corrente. Solo se emergono discrepanze rilevanti, allora il Fisco dispone controlli più approfonditi.

Bonifici in entrata, quali sono a rischio controllo?

La legge, quindi, prevede che ogni operazione in entrata sul conto corrente possa far presumere che si tratti di reddito imponibile; tuttavia ci sono alcuni tipi di bonifico su cui l’attenzione del Fisco si focalizza maggiormente.

Accrediti di importo elevato che non trovano riscontro nella dichiarazione dei redditi

I bonifici di importo elevato che non trovano riscontro nelle scritture contabili rappresentano un forte campanello di allarme per il Fisco e per superare la presunzione è necessario che il contribuente dimostri con documentazione con data certa che le somme ricevute non hanno natura reddituale (prestiti, rimborsi, bonifici da familiari per aiuto economico, restituzione somme).

Accrediti che non sono coerenti con l’attività svolta dal contribuente

Se il contribuente non ha modo di giustificare analiticamente ogni somma ricevuta sul conto corrente, gli importi sono considerati ricavi tassabili. Se l’Agenzia delle Entrate riscontra anomalie può avviare un accertamento rettificando il reddito e applicando sanzioni, oltre al recupero dell’imposta.

Bonifici ricevuti dall’estero

I flussi di denaro da e verso l’estero sono monitorati per verificare che le somme ricevute non rappresentino redditi non dichiarati o trasferimento illecito di capitali. Se i bonifici provengono da Paesi a fiscalità privilegiata, poi, sono sottoposti a controlli più stringenti;

Bonifici con causali generiche o sospette

Anche se indicare la causale in un bonifico non è obbligatorio, indicarla è sempre la cosa migliore perché permette al contribuente di risalire al motivo per cui il denaro è stato trasferito (e di trovare la documentazione che prova la movimentazione non imponibile). L’assenza di una causale renderebbe più difficile dimostrare da dove provengono le somme a distanza di anni.

Movimenti su conti cointestati o di terzi collegati al contribuente

La cointestazione implica la comproprietà delle somme, ma la prova di chi ha versato il denaro può essere utilizzata per dimostrare che il contribuente abbia occultato redditi. Il contribuente deve dimostrare l’estraneità dei movimenti contestati rispetto al proprio reddito. A ribadirlo è la Corte di Cassazione con l’ordinanza 18125 del 2015 che sancisce che sul conto corrente cointestato sono necessarie giustificazioni per ogni movimento.

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