Bilancio Ue, la Corte dei conti boccia la spesa per il settimo anno di fila. Cosa significa per l’Italia?

Ufficio Studi Money.it

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Il tasso di errore stimato sulla spesa europea sale dal 3,6% al 3,8%, con picchi oltre il 6% sui fondi di coesione. La Corte dei conti Ue avverte che il nuovo bilancio 2028-2034, costruito sul modello del Recovery Fund, rischia di ripeterne i difetti. Cosa significa per l’Italia, tra i maggiori beneficiari dei fondi europei?

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Per il settimo anno consecutivo la Corte dei conti europea ha espresso un giudizio negativo sulla spesa del bilancio tradizionale dell’Unione. Secondo la relazione annuale sull’esercizio 2025, pubblicata oggi a Lussemburgo, il livello di errore stimato nella spesa Ue è salito al 3,8%, contro il 3,6% del 2024. I conti nel loro complesso offrono un’immagine fedele della situazione finanziaria dell’Unione e le entrate risultano prive di errori. Il problema riguarda le uscite, dove gli errori sono stati giudicati sia rilevanti sia diffusi.

Coesione e agricoltura, i punti deboli del bilancio Ue

Il peggioramento è concentrato nelle due voci che pesano di più nel bilancio europeo e che interessano più da vicino l’Italia:

Tasso di errore stimato sulla spesa Ue, confronto tra esercizi 2024 e 2025

Settore20242025
Spesa complessiva (bilancio tradizionale) 3,6% 3,8%
Coesione 5,7% 6,6%
Agricoltura e ambiente 2,6% 3,9%

Le irregolarità più frequenti sono il finanziamento di progetti o costi che non avevano i requisiti per accedere ai fondi e il mancato rispetto delle regole sugli appalti pubblici.

Il tasso di errore indica la quota di spesa che, sulla base di un campione, non avrebbe dovuto essere pagata o non nella misura in cui lo è stata, perché non conforme alle regole. Per i giudici contabili, però, il dato resta grave: controlli deboli compromettono la fiducia che il denaro europeo finisca a progetti ammissibili e produca i risultati attesi.

L’avvertimento sul bilancio 2028-2034

La relazione arriva in una fase decisiva del negoziato sul prossimo quadro finanziario pluriennale. La Commissione ha proposto un bilancio da circa 2.000 miliardi di euro per il periodo 2028-2034, con una novità strutturale: un fondo unico che confluisce nei Piani di partenariato nazionali e regionali. Ogni Stato membro presenterebbe un solo piano, che sostituirebbe gli attuali programmi separati per coesione, agricoltura, pesca, migrazione e sicurezza, oltre al Fondo sociale per il clima (fonte: Consiglio dell’Ue, 16 giugno 2026). L’obiettivo dichiarato è un accordo politico complessivo entro dicembre 2026, con i primi piani nazionali attesi a Bruxelles dalla seconda metà del 2027.

È proprio questo impianto a preoccupare la Corte, con il nuovo modello che somiglia molto a quello del dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF), il cuore di Next Generation EU, in cui i fondi vengono erogati al raggiungimento di traguardi e obiettivi e non sulla base dei costi effettivamente sostenuti.

I giudici chiedono di non trasferire nel nuovo bilancio le debolezze già emerse nell’RRF. «Bilanci ambiziosi richiedono misure di salvaguardia ugualmente ambiziose», ha sintetizzato il presidente della Corte, Tony Murphy, sostenendo che, se il finanziamento non sarà più collegato ai costi, occorrerà correggere ciò che in passato non ha funzionato.

La Corte segnala anche un secondo fronte di rischio, quello afferente al crescente indebitamento dell’Unione, legato al rimborso del debito comune contratto per il Recovery, che potrebbe ridurre sempre più i margini di manovra dei bilanci futuri.

Cosa significa per l’Italia?

Per l’Italia la relazione ha un peso particolare, a partire dai fondi già spesi. Il nostro Paese è il primo beneficiario del Recovery Fund, con circa 194 miliardi tra sovvenzioni e prestiti, ed è tra i maggiori destinatari dei fondi di coesione, cioè il settore con il tasso di errore più alto. Quando viene individuata una spesa irregolare scattano rettifiche finanziarie e recuperi, e quelle risorse possono tornare a carico dei bilanci nazionali e regionali, quindi dei contribuenti.

Il tema tocca anche la posizione dell’Italia nel negoziato, alla luce della posizione dell’Italia di contributore netto al bilancio europeo. Per i contribuenti italiani, quindi, la qualità della spesa europea conta quanto la sua quantità. Allo stesso tempo, governo e Regioni difendono un ruolo forte dei territori nella gestione dei nuovi piani e qui si apre una tensione difficile da sciogliere. Una governance più accentrata sul modello del PNRR rischia di ridurre l’autonomia regionale, ma la frammentazione attuale è anche una delle cause degli errori nella coesione.

Infine, sono in gioco le regole con cui i fondi verranno erogati. Se il bilancio 2028-2034 adotterà davvero il meccanismo «a risultati» del Recovery, l’esperienza italiana del PNRR, con le sue revisioni e i suoi ritardi, diventerà un banco di prova per tutta l’Unione. Le raccomandazioni della Corte potrebbero tradursi in controlli più stringenti e in condizioni più rigide per l’accesso alle risorse. Gli effetti? Meno margini di errore, ma anche più oneri amministrativi per chi deve spenderle.

Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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