Da inizio anno Campari ha guadagnato circa il +18% in Borsa. Il grafico racconta una storia rassicurante. I fondamentali molto meno.
Il titolo è tornato tra i protagonisti di Piazza Affari e il mercato sta premiando un nome percepito come difensivo, capace di proteggere i margini e rafforzare la struttura finanziaria anche in una fase complessa del ciclo. Ma sotto la superficie si sta muovendo una variabile che può cambiare gli equilibri molto più velocemente di quanto il rally lasci intuire.
Negli ultimi mesi lo scenario macro si è ribaltato. La BCE punta su tassi stabili, l’euro ha recuperato terreno mentre il dollaro ha iniziato a perdere slancio. Restano sullo sfondo i dazi USA, consumatori più prudenti e un mercato globale degli spirits che fatica a ritrovare trazione. In questo contesto, le società europee fortemente esposte agli Stati Uniti si trovano a fare i conti con il cambio EUR/USD, una variabile silenziosa che può incidere sui conti.
Qui entra in gioco l’allerta di JPMorgan, che invita a guardare oltre il rally e a non sottovalutare un rischio spesso invisibile agli occhi del mercato. Quando quasi metà dei ricavi arriva dall’area dollaro, il cambio smette di essere un dettaglio tecnico e diventa una variabile in grado di incidere sugli utili, sulla visibilità dei margini e, nel tempo, anche sulla traiettoria del titolo.
Grafico azioni Campari
Fonte Tradingview
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Campari corre in Borsa mentre il business rallenta: cosa sta davvero scontando il mercato
Per capire il paradosso bisogna partire dal contesto settoriale. Il comparto spirits europeo ha sottoperformato in modo evidente negli ultimi dodici mesi. Pressioni sui volumi e promozioni sempre più aggressive hanno messo sotto stress molti big del settore. Campari non è immune al rallentamento, ma appare più resistente di diversi concorrenti.
Il report di JPMorgan descrive un quadro che, letto senza il filtro del rally di Borsa, è decisamente prudente. La dinamica dei ricavi ha iniziato a rallentare già nel 2024 e il 2025 non ha invertito la rotta. La crescita organica delle vendite prevista per l’intero anno si muove attorno all’1,6%, con un quarto trimestre stimato appena sopra l’1%. Numeri coerenti con una guidance aziendale moderata e con un mercato che resta fragile tra Europa e Stati Uniti.
Anche gli utili raccontano una storia meno brillante di quanto suggerisca il grafico. L’EPS atteso per il 2025 si colloca intorno a 0,30 euro, in calo rispetto all’anno precedente, mentre per il 2026 la crescita like for like prevista dagli analisti resta inferiore al consenso.
Eppure il mercato continua a premiare il titolo. Il motivo sta nella qualità del posizionamento finanziario e operativo. Campari ha ridotto la leva finanziaria sotto quota tre volte il rapporto debito netto ed Ebitda e continua a dimostrare una capacità superiore di proteggere i margini grazie al controllo dei costi. In un settore dove molti competitor viaggiano con leverage più elevato, questa solidità giustifica un premio di valutazione.
Il rally non nasce dalla crescita. Nasce dalla resilienza. Il mercato sta pagando la capacità di difendere la redditività in uno scenario complesso. Ed è proprio qui che emerge il nodo che può cambiare il quadro.
Il driver nascosto è EUR/USD: perché il cambio può cambiare la storia del titolo
Quasi metà delle vendite di Campari arriva dall’America. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato e una parte rilevante dei ricavi e dei margini è denominata in dollari. Questo significa che ogni movimento del cambio EUR/USD ha un impatto diretto sui conti del gruppo, anche se spesso sottovalutato dal mercato.
Un euro più forte riduce il contributo in euro dei profitti generati negli Stati Uniti. Un euro più debole lo amplifica. La relazione è semplice nella teoria ma profonda nelle implicazioni.
Il movimento recente del cambio rende questo tema ancora più concreto. A febbraio 2025 l’EUR/USD viaggiava intorno a 1,05, mentre oggi si muove nell’area di 1,19. Un rafforzamento dell’euro di queste dimensioni non è neutrale per un gruppo con una forte esposizione agli Stati Uniti. In condizioni normali il cambio pesa per circa l’1% sui ricavi e fino al 2% sull’Ebit, ma variazioni così ampie possono tradursi in uno slittamento di alcuni punti percentuali dell’utile per azione. Non numeri in grado di cambiare da soli la storia del titolo, ma abbastanza significativi da incidere su valutazioni e target price in una fase di crescita moderata.
Un dollaro più debole complica inoltre la possibilità di trasferire aumenti di prezzo sul consumatore americano senza intaccare la redditività. L’equilibrio diventa più fragile in presenza di dazi commerciali e di una domanda statunitense meno dinamica rispetto al passato.
Per chi investe con un orizzonte di lungo periodo questa variabile macro assume quindi un peso crescente. Non determina da sola la direzione del titolo, ma può amplificare o attenuare tutte le altre forze in gioco. Un euro strutturalmente forte tende a comprimere gli utili in euro e rende più prudente la costruzione dei modelli di valutazione. Un euro debole, al contrario, può trasformarsi in un vento favorevole capace di compensare parte delle pressioni su prezzi e volumi.
È per questo che gli analisti riportano l’attenzione sul cambio. È una variabile silenziosa, spesso trascurata nei momenti di entusiasmo, ma capace di incidere in modo concreto sulla prossima fase del titolo.
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