Avanzo di bilancio nei primi tre mesi dell’anno: è un successo tanto strepitoso quanto precario quello che sta coronando la azione di Javier Milei, eletto Presidente dell’Argentina lo scorso 10 dicembre, che si autodefinisce anarcocapitalista in quanto ritiene che lo Stato e la spesa pubblica siano loro stessi il problema e non la soluzione dei problemi
Si è presentato promettendo una cura draconiana, tutta lacrime e sangue, che segue un paradigma opposto a quello che fu imposto dallo stesso Fmi nel 2000 e che ha seguito l’Italia per decenni, inseguendo un risanamento che non è mai arrivato.
Non sono le entrate pubbliche che devono inseguire la spesa finanziata in disavanzo, per ridurlo ed arrivare finalmente al pareggio di bilancio, attraverso una politica fiscale ossessionante, fatta di aumenti continui delle aliquote, di imposte sempre nuove e vessazioni dei contribuenti andando a caccia degli evasori come se fossero i ladri del benessere collettivo.
Il problema, dice Milei, è la spesa pubblica che va ridotta.
Teniamo da parte le teorie keynesiane, che comportano la riduzione della disoccupazione attraverso gli investimenti pubblici infrastrutturali che aumentano la produttività generale: nuove strade, porti, aeroporti, ferrovie, rendono il sistema economico più efficiente.
Ben diverso è l’aumento della spesa quella volta a soddisfare bisogni collettivi: la sanità pubblica al posto di quella privata, l’istruzione pubblica al posto di quella privata, le abitazioni costruite con piani di edilizia pubblica sovvenzionata convenzionata. In questi casi si sostituisce una spesa individuale con una spesa collettiva, con un “apparato” che fornisce i servizi.
Ancora diversa è la spesa assistenziale che soccorre i senza lavoro o coloro che hanno problemi di salute.
Ebbene, queste categorie di spesa sociale redistributiva non hanno niente a che fare con la spesa keynesiana per investimenti che può essere finanziata in disavanzo. In questi casi, ogni aumento della tassazione riduce i redditi netti disponibili di taluni che attraverso la spesa pubblica diventano redditi di altri.
In Argentina, non solo il sistema pubblico è divenuto sempre più ampio con una spesa fuori controllo, ma il debito pubblico è diventato lo strumento principale attraverso cui si estrae ricchezza a vantaggio di coloro che detengono il capitale finanziario.
La rendita garantita dagli interessi pagati dallo Stato argentino sul debito è assai più elevata del profitto di impresa o di qualsiasi altra attività privata che abbia bisogno di capitale: non solo è assai più profittevole prestare i soldi allo Stato che mettersi a lavorare, ma una gran parte della popolazione vive facendo continuamente debiti su cui paga interessi astronomici.
Di più: per garantirsi dalla inflazione del peso e dal default dello Stato, il debito pubblico argentino è denominato per la gran parte in dollari e figura intestato ad investitori stranieri. In realtà, sono i ricchi argentini che hanno messo al riparo i propri capitali in Urugay: al di là del Rio della Plata, di fronte a Buonos Aires, Montevideo è la capitale di una vera e propria Svizzera del Sudamerica.
L’unica volta che il governo argentino ha dichiarato default per non pagare i debiti stranieri, alla fine è stato condannato da un Tribunale statunitense: i creditori, in Argentina, hanno sempre ragione.
I risultati eccezionalmente positivi del bilancio nel 2014 vanno ascritti ad una dinamica galoppante delle entrate, soprattutto quelle che derivano dai diritti sulle esportazioni (già! per pareggiare il prezzo internazionale delle merci a quello interno che è enormemente più basso, ed evitare che tutta la produzione sia venduta all’estero) e dai dazi sulle importazioni, e dai proventi dell’IVA: con l’elevata inflazione, il gettito di questi tributi cresce in modo proporzionale alla dinamica dei prezzi.
Se si tiene ferma la spesa pubblica, ovvero la si incrementa di una percentuale più bassa dell’inflazione, il gioco è fatto: si arriva al pareggio.
La minore dinamica della spesa pubblica rispetto alla inflazione ha come conseguenza non solo la riduzione di quest’ultima, quanto delle aspettative: si è innestato così un altro circolo virtuoso, che ha consentito al Banco Nazional Argentino di cominciare ad abbassare i tassi di interesse, che sono passati dal 5% al 4,2% su base mensile.
Ci sono i sindacati furenti, che minacciano scioperi nei trasporti pubblici, autolinee e ferrovie: qui sta il nodo politico che può strozzare il successo riportato da Milei in questi mesi.
Aver abbassato i tassi di interesse, in un Paese in cui la popolazione è endemicamente indebitata non solo con le banche ma con strozzini di ogni risma, è stato un passo importante: ma ancora più importante è che ci sia accesso adeguato al credito concesso a questi tassi più favorevoli.
Ci sono troppe persone senza scrupoli che, in Argentina come dappertutto, non hanno alcun vantaggio a ridurre i tassi di interesse sui prestiti che erogano: qui sta il passaggio cruciale della politica creditizia ufficiale.
Su una sponda ci sono i sindacati che vogliono aumentare la spesa pubblica, sull’altra parte c’è un sistema finanziario ombra che lucra sui debiti della povera gente: Milei è nel mezzo.
E lì deve rimanere, Milei, navigando spinto dalla corrente del risanamento, tra gorghi e secche facendo attenzione. Perché i fiumi, in Argentina, sono pericolosi assai.