Gli annunci di Google sull’AI suonano bene ma promettono male

Dimitri Stagnitto

Google e altre Big Tech fanno annunci sempre più mirabolanti sull’AI, promettendo nuovi paradigmi. Abbiamo già visto un film simile pochi anni fa e sappiamo come finisce.

Gli annunci di Google sull'AI suonano bene ma promettono male

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Al Google I/O del 19 maggio, Sundar Pichai ha mostrato Gemini Spark che prenotava un appartamento su commissione dell’utente: descrivi le tue preferenze, l’agente scansiona il mercato immobiliare, ti avvisa quando appare un’offerta compatibile. La sala ha applaudito, io ho pensato: questo applauso l’ho già sentito.

Era l’applauso al metaverso. Era il 2021. Era Mark Zuckerberg che prometteva un universo virtuale dove avremmo lavorato, socializzato, comprato e vissuto con i nostri avatar. Tre anni dopo, Meta aveva bruciato 46 miliardi di dollari nel progetto Reality Labs. L’universo virtuale non l’aveva abitato quasi nessuno. E l’applauso era sparito.

L’era degli agenti AI è il «momento metaverso» del ciclo tecnologico attuale. Non perché la tecnologia non funzioni — funziona, ed è impressionante — ma perché la domanda cruciale rimane senza risposta: chi pagherà, e quanto, per un agente che ti trova un appartamento?

Google ha 900 milioni di utenti Gemini. Ma quanti pagano?

I numeri di Google I/O sembrano schiaccianti: Gemini conta 900 milioni di utenti mensili, raddoppiati in dodici mesi. Alphabet ha annunciato un capex 2026 tra i 180 e i 185 miliardi di dollari — più del doppio dei 91 miliardi spesi nel 2025, e ben al di sopra di qualsiasi previsione degli analisti di Wall Street. Come abbiamo già documentato, seicento miliardi nell’AI e il conto non torna: il problema sistemico era già visibile mesi fa, e oggi si è moltiplicato per tre.

Il punto non è la qualità dei modelli. Il punto è la struttura economica dell’investimento. Google Cloud è cresciuto del 63% a 20 miliardi nel primo trimestre 2026: un risultato straordinario, che il management ha presentato come prova che l’AI «sta monetizzando». Ma 185 miliardi di capex annuo su una base di ricavi AI ancora in formazione è una scommessa di dimensioni storiche. E la domanda che nessuno ha fatto sul palco di Mountain View è la stessa che nessuno fece sul palco di Connect nel 2021: e se gli utenti non pagassero abbastanza da giustificare quella scommessa?

Il modello di business degli agenti AI non esiste ancora

OpenAI — il termometro dell’hype, il riferimento del settore — prevede di perdere 14 miliardi di dollari nel solo 2026. La sua valutazione è di 852 miliardi, ancorata da Amazon, Nvidia, SoftBank e Microsoft. Il ricavo annualizzato è di circa 12 miliardi: crescita record, nessuno lo nega. Ma OpenAI stessa stima di accumulare 44 miliardi di perdite totali tra il 2023 e il 2028, per poi — secondo le proprie proiezioni interne, con tutta la soggettività del caso — diventare redditizia nel 2029.

«Entro il 2029 raggiungeremo 100 miliardi di ricavi» è una proiezione, non un dato. È una promessa al futuro che giustifica una valutazione presente. È esattamente la struttura narrativa su cui si costruiscono le bolle: il valore non sta nei numeri di oggi, ma nella certezza — data per scontata — dei numeri di domani.

A complicare il quadro, l’intelligenza artificiale alla prova del nulla: i modelli si addestrano su dati di qualità sempre più scarsa, i costi marginali non scendono come previsto, e la competizione frontale tra OpenAI, Google, Anthropic e Meta sta erodendo i margini sul lato enterprise prima ancora che si siano formati. Non è la scarsità di intelligenza artificiale il problema: è la sovrabbondanza di offerta in un mercato la cui domanda a pagamento non ha ancora trovato la sua forma definitiva.

D’altro canto: questa volta è davvero diverso?

L’obiezione seria va presentata, e non è una obiezione debole. Il metaverso non aveva un prodotto che funzionasse: l’hardware VR era scomodo, il software era vuoto, l’esperienza utente era scadente fin dalla prima sessione. Gli agenti AI, invece, funzionano già oggi in contesti enterprise — e funzionano bene. GitHub Copilot ha realmente aumentato la produttività degli sviluppatori. I sistemi di analisi documentale AI nelle banche risparmiano ore-uomo ogni giorno. La base utenti di Google è incomparabilmente più vasta e più coinvolta di quella che Meta aveva nel 2021.

D’altro canto, la differenza tra il rischio del metaverso e il rischio attuale non sta nella qualità della tecnologia: sta nel fatto che il mercato consumer degli agenti AI non si è ancora materializzato nella dimensione necessaria a giustificare quei numeri. 900 milioni di utenti Gemini, ma quanti usano la versione gratuita? Quanti pagano i 200 dollari al mese di Google AI Ultra? Quanti pagheranno per un agente che prenota casa, anziché prenotarla da soli in cinque minuti su una qualsiasi piattaforma? La risposta a queste domande non era sul palco di Mountain View. E questa assenza è, essa stessa, un dato.

Cosa succede quando l’onda si ritira

In questa bolla AI ci sono i soldi di chiunque abbia un fondo pensione, un ETF tecnologico, un portafoglio esposto ai cosiddetti Magnifici 7. Non è una bolla per addetti ai lavori: è una bolla democratizzata, distribuita nei risparmi di milioni di persone attraverso mercati che hanno corso più di ogni altra asset class negli ultimi tre anni.

Il problema non è se la bolla si sgonfia — il problema è quando e come. Le bolle tecnologiche raramente finiscono di colpo: si contraggono lentamente. Prima le valutazioni si comprimono in silenzio, poi arrivano i tagli al personale presentati come «ottimizzazione», poi i capex vengono ridimensionati a fronte di ricavi che non crescono come da piano, poi i titoli correggono.

Siamo probabilmente al picco delle aspettative inflazionate. Il «momento metaverso» dell’AI non sarà un crollo: sarà una lunga disillusione — a meno che il modello di business consumer degli agenti non si materializzi prima che i 185 miliardi di capex annui di Alphabet trovino giustificazione nei conti.

Fino ad allora, l’applauso di Mountain View è lo stesso applauso di Connect 2021. Un applauso all’orchestrina del Titanic.