Il viaggio di JD Vance salta tra dubbi di Teheran e raid israeliani in Libano. L’accordo USA-Iran vacilla mentre si apre una delle crisi più profonde nei rapporti tra Stati Uniti e Israele degli ultimi decenni.
Il vicepresidente statunitense JD Vance ha annullato il viaggio previsto per oggi in Svizzera. Avrebbe dovuto incontrare i negoziatori iraniani per avviare l’attuazione dell’accordo in 14 punti siglato tra Washington e Teheran per mettere fine alle ostilità. Lo ha reso noto un portavoce della Casa Bianca.
Nei giorni scorsi, fonti dell’amministrazione USA avevano indicato Ginevra come sede della cerimonia ufficiale per la firma dell’intesa. L’Iran ha tuttavia sollevato dubbi sull’utilità dell’evento, considerandolo un passaggio superfluo dopo che i rispettivi presidenti avevano già siglato il testo mercoledì scorso. Teheran si era detta pronta a far partire i tavoli tecnici, forte del compromesso per prolungare di almeno 60 giorni la fragile tregua in corso. Giovedì, però, l’agenzia Tasnim ha raffreddato gli entusiasmi, riferendo che i delegati iraniani pretendono prove concrete dell’applicazione dell’accordo da parte americana prima di sedersi nuovamente al tavolo. La stessa agenzia ha sottolineato come non ci sia ancora alcuna conferma formale sulla partenza della delegazione di Teheran per la Svizzera.
Vance e la delegazione statunitense erano pronti a decollare non appena definiti i dettagli logistici, ha spiegato la Casa Bianca in una nota diffusa giovedì sera. «Ma la logistica di questi negoziati non è mai stata semplice né prevedibile», si legge nel comunicato. Dal governo iraniano, per ora, non è arrivato alcun commento ufficiale.
Questo nuovo stallo frena l’ottimismo sul raggiungimento di una pace duratura, in un conflitto che ha già causato almeno 7.000 vittime, destabilizzato i mercati finanziari globali e innescato una forte volatilità sui prezzi dell’energia.
Israele continua ad attaccare
Israele, rimasta estranea ai colloqui e chiaramente distante dall’intesa USA-Iran, prosegue i raid militari in Libano contro il movimento sciita Hezbollah, sostenuto da Teheran. Una scelta che mina la tenuta stessa del cessate il fuoco.
A Washington, intanto, l’ala dura dei repubblicani alleati di Donald Trump contesta le concessioni fatte dall’amministrazione pur di chiudere un conflitto sempre più impopolare tra gli elettori americani. Lo stesso Trump aveva inizialmente promesso che la guerra si sarebbe conclusa solo con la «resa incondizionata» dell’Iran; l’accordo attuale prevede invece l’allentamento del regime sanzionatorio, lo sblocco di decine di miliardi di dollari di asset congelati e il via libera alle esportazioni di greggio iraniano.
Dura anche la reazione della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, secondo cui Trump avrebbe firmato «per disperazione». Khamenei ha già avvertito che i futuri negoziati sul dossier nucleare saranno complessi: «Se la parte americana vorrà essere troppo esigente, non lo accetteremo», ha dichiarato.
Il testo firmato concede alle diplomazie 60 giorni per trovare un’intesa sul futuro del programma nucleare di Teheran, salvo proroghe. Sul piatto ci sono anche un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione dell’Iran e una serie di incentivi economici. Di contro, Vance ha precisato che Washington esigerà forti restrizioni anche sul programma missilistico a lungo raggio iraniano.
Quando, quasi quattro mesi fa, USA e Israele hanno aperto il fronte militare contro l’Iran, Trump aveva fissato obiettivi ambiziosi: smantellare il programma nucleare di Teheran, azzerare la minaccia per i Paesi vicini, tagliare i fondi alle milizie anti-israeliane e favorire un cambio di regime interno. Per i critici dell’accordo, nessuno di questi traguardi è stato effettivamente raggiunto. Da parte sua, l’Iran ribadisce la natura pacifica del suo programma atomico. Teheran ha accettato la diluizione in loco dell’uranio arricchito e il monitoraggio degli ispettori dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) in linea con il Trattato di Non Proliferazione, ma ha respinto con fermezza la richiesta statunitense di trasferire il materiale fissile fuori dai propri confini.
Se da un lato i funzionari USA difendono l’accordo, ritenendolo potenzialmente più solido di quello del 2015 (da cui Trump si sfilò durante il suo primo mandato), gli scettici fanno notare che oggi l’Iran negozia da una posizione di forza - ha retto l’offensiva militare, mantiene il controllo strategico sullo Stretto di Hormuz e ha ottenuto una boccata d’ossigeno cruciale sul piano economico.
Sul fronte marittimo, Teheran ha fatto sapere che continuerà a pattugliare lo Stretto di Hormuz in coordinamento con l’Oman. Il governo iraniano conta di introdurre nuovi dazi sui servizi di navigazione sviluppati durante il conflitto, sebbene abbia garantito che non verranno applicati balzelli durante i 60 giorni di negoziato.
Nel frattempo, in un Libano piegato da oltre un milione di sfollati, i nuovi raid aerei israeliani di ieri alimentano lo scetticismo sulla reale capacità (o volontà) di Washington di frenare l’alleato. Nonostante Trump continui a chiedere un cessate il fuoco globale su tutti i fronti e l’accordo preveda il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale libanese, Tel Aviv ha escluso un ritiro e ha anzi diffuso una mappa che mostra un allargamento della zona di occupazione. Un’ostinazione che sta irritando sempre di più lo stesso Trump, aprendo una delle fratture più profonde nei rapporti tra Stati Uniti e Israele degli ultimi decenni.