WeWork: la storia di un fallimento. SoftBank svende le controllate, il coronavirus svuota i coworking

Dopo la controversa IPO fallita, l’uscita del CEO Neumann e il salvataggio da parte di Softbank, non sono ancora chiare le sorti di WeWork. Ripercorriamo tutte le fasi della vicenda fino ai più recenti sviluppi.

WeWork: la storia di un fallimento. SoftBank svende le controllate, il coronavirus svuota i coworking

Fa di nuovo parlare di sé WeWork, la società fondata nove anni fa a SoHo (New York) dall’eccentrico Adam Neumann e da Miguel McKelvey, ora nelle mani di SoftBank, che sta vendendo (o meglio svendendo) tutte le sue controllate con l’obiettivo, così dichiarato, di puntare al core business degli uffici in coworking.

The We Company, proprietaria del colosso statunitense, che fornisce spazi di lavoro condivisi per startup e freelance, nel 2019 ha attirato l’attenzione di Wall Street e del mercato azionario globale con la controversa IPO organizzata per WeWork, proprio nel momento in cui, accanto a numeri di crescita stupefacente, sono iniziate a emergere dei forti dubbi sulla performance dell’azienda.

Dalla una grande IPO a un grande flop

Ma torniamo indietro e ripercorriamo i fatti. Mentre la società madre ha più che quadruplicato i ricavi dal 2016 al 2018, WeWork ha registrato un rosso di 700 milioni di dollari nella prima metà del 2019, una perdita di 1,6 miliardi nel 2018, una di 900 milioni nel 2017 e ancora prima una di 400 milioni nel 2016.

Così, durante le operazioni per lo sbarco in borsa avviate intorno all’agosto 2019, gli operatori coinvolti nel roadshow hanno iniziato a sollevare dubbi sulle pratiche in tema di corporate governance e sulla sostenibilità del modello di business della società.

Un crollo inevitabile

Dopo di che, è arrivato inesorabile il crollo della quotazione, che ha fatto precipitare il valore della IPO da 47 miliardi a meno di 15 miliardi di dollari. A tale crollo sono seguite anche le dimissioni di Neumann da CEO.

Inoltre, al tempo, emerse un retroscena che spiegava il perché di tanta fretta: nel caso in cui l’IPO non fosse stata realizzata nel 2019, The We Company avrebbe perso la possibilità di utilizzare crediti bancari, concessi, tra gli altri, da JPMorgan Chase e Goldman Sachs, per 6 miliardi di dollari.

La svalutazione subita ha rappresentato un duro colpo soprattutto per il primo finanziatore di WeWork, SoftBank, azionista per il 29% a quel tempo, tramite il suo maxi fondo Vision, entrato poco dopo in gioco per risollevare la situazione. Ma, procediamo per gradi.

Il fallimento di Neumann

Nel frattempo, il CEO di WeWork è stato accusato di aver causato il fallimento dell’ingresso in borsa, di aver permesso la nascita di evidenti conflitti di interesse e di aver gestito in maniera non efficiente la società.

Secondo i tabloid, Neumann non avrebbe agito da solo, ma guidato in sordina dalla compagna Rebekah Paltrow, milionaria cugina della più famosa Gwyneth, che di WeWork è cofondatrice e prima finanziatrice, grazie a un milione donatole dalla famiglia e investito nell’impresa.

Quest’ultima, è “accusata” di aver avuto il ruolo di burattinaia per l’eccentrico Neumann. Secondo le indiscrezioni, lo avrebbe spinto ad assumere pratiche poco etiche, come dichiarare successi e performance inesistenti, per gonfiare i conti della società, mentre insieme organizzavano feste costose, predicavano di voler portare buone vibrazioni al pianeta (ma limitandosi solo a praticare Yoga) e lei continuava a concedersi lussuosi acquisti milionari in immobili.

Adam Neumann e Rebekah Paltrow

Il salvataggio da parte di SoftBank

Le tensioni sono state tali, comunque, da coinvolgere anche il socio SoftBank oltre che gli investitori, i quali hanno iniziato a fare grandi passi indietro. WeWork, infatti, avrebbe dovuto fare il suo trionfante ingresso in Borsa sul finire dell’estate, più precisamente lo scorso 23 settembre.

Questo, non è accaduto e l’innovativa società è stata, dunque, letteralmente travolta dai debiti, cosa che ha reso necessario trovare un player disposto a farsi carico del salvataggio.

Come anticipato, il player in questione è stato ancora una volta SoftBank che, lo scorso autunno, ha messo sul piatto un finanziamento di 5 miliardi di dollari e un investimento azionario da 1,5 miliardi, per risollevare WeWork.

Le condizioni dell’accordo

Con il suo intervento, SoftBank ha però imposto condizioni specifiche. Prima fra tutte, l’allontanamento di Neumann, con l’opportunità di rimanere nel board solo come semplice osservatore. Alla fine del salvataggio, SoftBank è salita all’80% di WeWork (dal 29%).

Neumann intanto era stato sostituito nel ruolo di CEO da due co-amministratori, Sebastian Gunningham e Artie Minson, prima della nomina del successore, Sandeep Mathrani, avvenuta a febbraio 2020. Come parte dell’accordo, Marcelo Claure, dirigente di SoftBank, che ha investito miliardi di dollari in WeWork nel cosiddetto pacchetto salvataggio, è rimasto presidente esecutivo, e Mathrani riferisce a lui, secondo quanto assicurato dal Wall Street Journal.

Crollo della valutazione

Ora, la valutazione di WeWork si aggira attorno agli 8 miliardi di dollari, una cifra distante anni luce dai 47 miliardi registrati nel momento clou della compagnia, e distante anche dalla revisione della valutazione a poco più di 20 miliardi paventata a metà strada da JpMorgan e Goldman Sachs, le due banche capofila.

Come riportato da Forbes, poco dopo l’estate 2019, la società utilizzava un discount rate dell’8,2% per calcolare il valore dei suoi leasing operativi in bilancio e ciò sta a significare che rischia di finire in default in caso di recessione. Se WeWork non è stata capace fino ad ora di invertire questo trend discendente, cosa accadrà quando la recessione, mai come oggi imminente e in parte già avviata, colpirà l’economia?

I piani di SoftBank

Intanto, nei giorni scorsi Rajeev Misra, che guida il fondo Vision Fund di SoftBank, in un’intervista esclusiva rilasciata a CNBC ha spiegato i piani della società. Quest’ultima, dal fallimento della IPO di WeWork a settembre, è nel mirino di molte critiche da parte del mercato, giudicata per gli errori iniziali, che hanno fatto sì che SoftBank e il Vision Fund perdessero miliardi di dollari e ha sollevato dubbi sulle strategie d’investimento, spesso suggerite dall’azienda.

Un quadro aggravato dalle performance negative a Wall Street di Uber e della piattaforma di instant messaging Slack, sulle quali l’investitore ha scommesso pesantemente.

La spirale discendente infatti, oltre a WeWork ha colpito anche altre società in portafoglio, tra cui Wag, Oyo e Zume. A ciò ha fatto seguito il fallimento di Misra nel raccogliere nuovi fondi per Vision Fund 2, un’impresa che il fondatore di SoftBank, il giapponese Masayoshi Son, aveva detto che avrebbe fruttato 108 miliardi di dollari.

Rajeev Misra - CEO di SoftBank Investment Advisers

Misra, che tra l’altro è al centro di uno scandalo per diffamazione, ha assicurato che il portafoglio sarà riscattato in 18-24 mesi e ha chiesto tempo per smentire le critiche e rivendicare le grandi scommesse del Vision Fund nel mercato globale delle startup tecnologiche. Prevede, infatti, che delle oltre 90 aziende in portafoglio, ci saranno decine di IPO nei prossimi 18 mesi e che nei prossimi 24 mesi il risultato dei loro investimenti cambierà.

Anche il coronavirus siede al tavolo dei giochi

La tempistica della proiezione di Misra, tuttavia, è un po’ curiosa, viste le preoccupazioni macroeconomiche che hanno afflitto i mercati globali nelle ultime settimane. I timori che circondano il coronavirus si sono rapidamente diffusi in tutto il mondo.

Inoltre, delle 91 società del Vision Fund 1, incluse le joint venture, 33 hanno sede in Asia, tra cui le società di ride-sharing Didi Chuxing in Cina, Grab Holdings nel sud-est asiatico e Ola Cabs in India. SoftBank ha effettuato sei investimenti in Vision Fund 2 per circa 2,5 miliardi di dollari, il più grande dei quali è un investimento di 1,35 miliardi di dollari nella piattaforma immobiliare cinese Beike Zhaofang.

SoftBank punta all’ottimismo

A parte l’enorme potenziale vento contrario di uno shock economico globale, Misra ha una tesi che vuole far conoscere: secondo lui il suo portafoglio è pieno di vincitori, e sarebbe sciocco giudicare il successo del fondo dopo meno di tre anni.

Guardando oltre gli investimenti che hanno guadagnato notorietà per le loro implosioni, sostiene, si sta creando un valore reale che alla fine gli investitori del mercato pubblico apprezzeranno. Misra si aspetta che massimo 10 o 15 delle società in portafoglio «possano traballare nel tempo», ma che i risultati peggiori siano già nello specchietto retrovisore.

Tuttavia, riconosce il grosso danno di reputazione causato dal crollo di WeWork dopo che SoftBank aveva già instillato 10 miliardi di dollari nella società.

Misra: “Risultati estremamente rari”

SoftBank, del resto, ha avuto un ruolo nell’ascesa e nella caduta di WeWork. Il fondatore, Son, conosciuto anche come “Masa”, ha notoriamente definito Neumann e McKelvey, quando hanno fondato WeWork nel 2017, «non abbastanza pazzi», incoraggiandoli a promuovere una crescita sfrenata senza il vincolo della governance aziendale. Forse pensando di parlare da “unicorno” a un altro “unicorno”.

In sostanza, SoftBank ha trattato un’attività immobiliare che ha fatto soldi affittando scrivanie e uffici, come se fosse una società tecnologica guidata da un visionario del settore, ponendo pochi, se non nessun vincolo a Neumann.

Alla fine, il Consiglio di Amministrazione ha costretto Neumann ad uscire, con SoftBank che gli ha pagato fino a 1,7 miliardi di dollari per le sue azioni e per aiutarlo a ripagare i debiti. Ma sempre parlando a CNBC, Misra ha insistito sul fatto che tali risultati siano estremamente rari.

Lo “scrub” delle controllate di WeWork

Sulla scia della debacle di WeWork, Misra ha detto che, come misura di contenimento dei danni, il fondo «ha fatto uno scrub» di tutte le società del suo portafoglio. I soci di SoftBank stanno anche adottando un approccio più disciplinato sulle valutazioni, che ha portato alla morte di diversi affari all’ultimo minuto.

Per inciso, al di fuori del Vision Fund, SoftBank dispone di miliardi di liquidità potenziali derivanti dalla fusione di T-Mobile con Sprint, che conta SoftBank come principale azionista (l’operazione necessita ancora dell’approvazione finale della California Public Utilities Commission) e dalla partecipazione della società in Alibaba, che può liquidare in qualsiasi momento.

Managed by Q va in pensione

Il cosiddetto “scrub” del portfolio di aziende controllate da WeWork include un’operazione della scorsa settimana, che riguarda la startup tecnologica Managed By Q.

Quest’ultima ha siglato un accordo di vendita da 25 milioni di dollari a favore della rivale Eden di San Francisco. Ma ad un certo punto ha anche licenziato più di 75 risorse su un centinaio di dipendenti.

Non è chiaro, se tale azione sia avvenuta prima o dopo la conclusione dell’accordo, ma il deal, comunque, non includerà i tre quarti della forza lavoro, lasciando uno scheletro di circa 30 dipendenti per la transizione dell’attività. Il marchio dovrebbe andare in pensione nelle prossime settimane.

Un destino sfortunato

Fondata nel 2014, Managed by Q aveva raccolto più di 128 milioni di dollari in capitale di rischio da investitori di livello, tra cui GV, la società di venture capital della casa madre di Google, Alphabet.

La società aveva 500 dipendenti all’epoca della sua vendita originaria nell’aprile 2019, che aveva valutato Managed By Q a 220 milioni di dollari - 100 milioni di dollari in contanti, e il resto (ora notevolmente svalutato) in azioni WeWork. Numeri che appaiono incredibili rispetto al prezzo di “svendita” che la rivale Eden ha pagato la scorsa settimana: appena 25 milioni di dollari.

La saga durata sei mesi

L’effettiva scomparsa di Managed By Q come azienda a sé stante chiude una saga di vendite della durata di sei mesi, poiché SoftBank ha cercato di cedere anche le altre precedenti acquisizioni di WeWork.

Le attività cedute includono la startup di ottimizzazione della ricerca Conductor e la società di software per ufficio Teem; WeWork ha anche venduto la sua partecipazione in uno spazio di coworking femminile, The Wing e ha chiuso un’altra impresa di coworking, Spacious.

Al momento della vendita di Managed By Q a Eden, WeWork si è limitata a inviare una dichiarazione ai giornalisti definendo l’affare una «cessione di successo» che è stata «l’ultimo esempio di come WeWork continui a concentrarsi sul proprio core business degli spazi di lavoro». Intanto, il coronavirus diventa ufficialmente una pandemia, e nelle sedi di WeWork fa eco il silenzio delle scrivanie svuotate dallo smartworking.

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