Wall Street: l’indice S&P 500 è caro oppure no?

Alessio Trappolini

26/02/2018

26/02/2018 - 16:57

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A Wall Street l’indice S&P 500 ha già superato il picco massimo di P/E nell’attuale ciclo economico? Secondo un’analisi di Deutsche Asset Management Investment è possibile

L’umore degli investitori a Wall Street è migliorato rispetto a qualche settimana fa, quando l’indice S&P 500 era crollato fin sotto 2.600 punti, ma l’orizzonte non può dirsi totalmente sgombro dalle nubi.

Pur in un contesto di risalita, le quotazioni sono ancora lontane dai massimi assoluti aggiornati a fine gennaio. Al di là degli aspetti meramente tecnici, cosa c’è che non convince gli operatori a puntare sull’S&P 500?

Un’analisi fatta circolare questa mattina dagli analisti di Deutsche Asset Management Investment riassume il concetto in una parola: “multipli di valutazione”.

Come sempre quando si sente (o si legge) la parola “multiplo”, il primo parametro di comparazione che viene alla mente è il rapporto fra prezzo dell’azione e utile per azione o P/E.

“È vero che esistono alternative più eleganti, sofisticate e sostanziose”, ci spiega Deutsche AM, “ma il tradizionale rapporto P/E rimane uno fra i più utilizzati dagli operatori perché al netto dei tanti punti di debolezza si presta bene a valutazioni storiche e fra diversi settori”.

Ecco perché il “Chart of the week” selezionato dagli esperti di Deutsche AM mette in relazione le quotazioni dell’S&P 500 dal 2008 ad oggi con le corrispondenti bande di valutazione del multiplo P/E per tentare di rispondere alla domanda: Wall Street è cara oppure no?

Oggi il P/E corrente dell’S&P 500 è pari a circa 22, la stima sul 2018 vede l’indicatore a 17,6 e quella 2019 a 15,9 (fonte: Bloomberg LP). Come interpretare questi valori? La casa d’affari tedesca viene incontro a chi volesse dirimere questi dubbi con un esempio storico lampante:

“Quando si cerca di decidere se un rapporto P/E di 15 è basso oppure no, tutto dipende dal contesto economico. Il nostro grafico mostra l’S&P 500 dal 2008 e le relative bande di valutazione del P/E. Il rapporto P/E finale di 15 all’inizio del 2008, a posteriori, si è rivelato troppo elevato. Dopo tutto, i profitti hanno iniziato a crollare solo verso la fine di quell’anno. Per contro, il rapporto P/E di 15 nel 2010 si è rivelato un vero affare, poiché si basava su utili depressi nei 12 mesi precedenti”.

Dal 2014 in poi gran parte dei guadagni nell’S&P 500 è dovuto all’espansione dei multipli, determinati a loro volta dalle positive stime su utili pubblicate dalle aziende e avvallate dagli analisti.

In questo quadro, la riforma fiscale introdotta a fine 2017 da Donald Trump si presenta come un vero e proprio “evento disruptive”, in grado forse di scardinare gli equilibri raggiunti nel corso degli anni dal mercato.

Ecco perché Deutsche AM preferisce le azioni di Europa e mercati emerging: “Seppur continuiamo a prevedere una crescita degli utili nel 2018 e ad avere una view costruttiva sulle azioni statunitensi, presumiamo che l’indice S&P 500 possa già aver superato il picco massimo di P/E nell’attuale ciclo economico”.

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