Visco e la flessibilità del lavoro: il duro colpo all’economia italiana

Manuel Zarli

7 Maggio 2015 - 14:09

Il governatore della Banca d’Italia commenta la flessibilità tanto richiesta nel mondo del lavoro in Italia.

Visco e la flessibilità del lavoro: il duro colpo all’economia italiana

Dopo anni e anni passati a invocare la flessibilità del mondo del lavoro possiamo apprezzarne i risultati. E non è un bel vedere.

Nell’asfittico ed ideologico dibattito politico sul mondo del lavoro, si ripete come un mantra che la chiave di volta sia la flessibilità.
È da notare che siamo passati dalla retorica del “basta posto fisso, basta con la noia e la monotonia” al “grazie alla flessibilità meno disoccupazione”. Dettagli, che volete farci.

La teoria prometteva una vita professionale all’insegna del cambiamento e del miglioramento delle proprie skills lavorative passando da un lavoro all’altro con un relativo miglioramento nelle condizioni professionali.
Ma come ogni retorica, la flessibilità si è rivelata carente con l’impatto della realtà.
Che la pratica non funzionasse un granché era già chiaro ai più, ma adesso possiamo aggiungere anche l’opinione di Visco:

«Alle imprese non è convenuto investire su quelli che più sanno.
Uno dei maggiori disincentivi a investire [è causato] dal modo in cui abbiamo reso flessibile il mondo del lavoro: per una piccola impresa che non aveva possibilità di fare investimenti è convenuto assumere con contratti part-time e precari giovani pagati poco per fare le stesse cose che facevano gli anziani».

Si dirà che i fallimenti ci possono stare e che non si potevano prevedere.
Sbagliato, era già annunciato e previsto.

Procediamo con qualche esempio. Prendiamo l’italiano più diffuso: over 40, terza media come titolo di studio, lavoro a bassa qualifica.
Ad un certo punto, fulminato dal Dr. House, sceglie di cambiare vita e di iscriversi a medicina.
Primo problema: serve il diploma. No problem, il nostro eroe ha conseguito il pezzo di carta con le serali.
S’iscrive, studia per 6 anni e quasi 50 enne si laurea. Finisce qui? No, dato che dopo la laurea ci sono tutta una serie di specializzazioni da conseguire. In pratica abbiamo un neo laureato di 25 anni contro uno di quasi 50. Possibilità di successo? Nessuna. Ed è uno scenario di pura fantasia, dato che non si può coniugare il lavoro con lo studio della medicina.

Ovviamente vale anche per gli altri laureati: un ingegnere non può dedicarsi alla medicina, così come un medico non può andare a fare l’ingegnere. Vale anche per i titoli di studio inferiori: un panettiere non può fare l’idraulico e viceversa, per la mancanza di capacità e professionalità. L’idea che basti farsi il corso di 6 mesi a carico della collettività si scontra con la job description: inesorabilmente si richiede esperienza pluriennale nella mansione.

Insomma, abbiamo scoperto l’acqua calda: per acquisire le skills bisogna lavorare, ma se non ti fanno lavorare per mancanza di skills come puoi acquisirle? Mistero.

Ben lungi da migliorare il mondo del lavoro, la flessibilità ha portato un doppio colpo all’economia italiana. Sempre stando a Visco:

“Il futuro dell’occupazione nel nostro Paese resta difficile.
L’innovazione crea nuovi lavori ma senza creare le condizioni per fare quei lavori, rischiamo una disoccupazione di massa in un tempo di transizione che non sarà così breve.”

Ma se puoi contare sulla manodopera a prezzi stracciati, si punta sul basso costo del lavoro e non sui costosi investimenti. Ma così facendo, ed ecco il secondo punto, si distrugge la domanda interna per via del calo dei redditi.

Si dovrebbe ricordare, infatti, che il consumatore consuma grazie al reddito accumulato in quanto lavoratore e che l’imprenditore vende solo se c’è qualcuno che può comprare.
Non male, davvero: ci sono voluti 18 anni per capire che la flessibilità è un problema.

Argomenti

# Italia