Il Veneto e il suo inquinamento vergognoso da PFAS sono sotto gli occhi dell’ONU

2 Dicembre 2021 - 08:25

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I PFAS hanno inquinato uomini, colture e allevamenti. Un disastro ambientale consumato nella inerzia più vergognosa di istituzioni regionali e centrali.

Il Veneto e il suo inquinamento vergognoso da PFAS sono sotto gli occhi dell'ONU

Un marchio della vergogna l’arrivo in Veneto di inviati dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite (ONU) per i Diritti Umani, a causa del grave inquinamento da PFAS. Un acronimo che sta per Perfluoroalkyl substances ovvero sostanze perfluoroalchiliche, un insieme di composti organici con la caratteristica di avere gran parte degli atomi d’idrogeno sostituiti da quelli del fluoro.

All’interno di questo insieme troviamo come “imputati” per i rischi legati alla salute il PFOS (acido perfluoroottansolfonico) e il PFOA (acido perfluorottanoico). Un inquinamento presente in Veneto dal 2013 e che interessa un territorio di 150 chilometri quadrati e 350 mila persone residenti tra le province di Padova, Verona e Vicenza. I PFAS sono impiegati in molte applicazioni come le pentole antiaderenti, le schiume antincendio, carta, tende, tappeti, vestiti, ammorbidenti, vernici, pitture, inchiostri, adesivi, prodotti medici, shampoo, balsami, protezioni solari, cosmetici, dentifrici, filo interdentale.

Protagoniste di questa segnalazione all’Alto Commissariato sono state le “Mamme no PFAS” e Greenpeace. Il motivo è rappresentato dalle risposte gravemente deficitarie della Regione Veneto e dello Stato, attraverso il Ministero dell’Ambiente e di quello della Salute. Stato la cui competenza sull’ambiente è esclusiva secondo la Corte Costituzionale sentenze n. 246 e 398 del 2006.

La fonte principale di contaminazione è stata l’acqua per mezzo secolo sversata dalla multinazionale Miteni (ex Ricerche Marzotto poi Mitsubishi-Eni, poi solo Mitsubishi fino al fallimento nell’ottobre 2018 causa contaminazione della falda freatica), che tranquillamente e con autorizzazioni scaricava nei fiumi i reflui della sua produzione.

I PFAS hanno inquinato uomini, colture e allevamenti. Un disastro ambientale consumato nella inerzia più vergognosa di istituzioni regionali e centrali. La contaminazione in Veneto è nota dal 2013 grazie allo studio CNR “Distribuzione delle sostanze perfluoroalchiliche nelle acque dei fiumi italiani”, come testimoniato dal coordinatore Stefano Polesello alla Corte di Assise di Vicenza il 25 us. Il ricercatore ha aggiunto che l’inquinamento veneto è il più grande d’Europa e che nel 2011 era prodotto anche il nuovo C 604 che sostituisce il PFOA. L’ARPA Veneto ha registrato la presenza di C604 in alcuni tratti del fiume Po. Uno studio pubblicato sulla prestigiosa Environmental International ha dimostrato che il C604 altera i processi biologici della “vongola verace”, assunta come organismo sentinella, dove è stata riscontrata una alterazione dei geni legati alla risposta immunitaria e lo sviluppo del sistema nervoso, riscontrando “dati molto allarmanti”. Il C604 usato senza limiti normativi ritenendolo privi di effetti, smentiti dai dati sperimentali.

Una ricerca pubblicata su The Journal of Clinical & Metanolism tre anni fa sugli effetti dei PFAS “Interruzione endocrina dell’attività androgena da parte di sostanze perfluoroalchiliche: prove cliniche e sperimentali” dimostrava l’incidenza sulla fertilità di maschi e femmine. Da un altro pubblicato recentemente sulla rivista scientifica Epidemiologia & Prevenzione dal titolo “Sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) negli alimenti dell’area rossa del Veneto”, redatto usando i dati ufficiali della Regione Veneto, emerge la contaminazione delle filiere agroalimentare e zootecniche nelle aree di contaminazione, segnate da colorazione rossa (inquinamento massimo) e arancione.

Piena d’interrogativi la seguente affermazione:

“Si conferma una contaminazione diffusa negli alimenti provenienti dall’area rossa che pone importanti interrogativi sui modi con cui questa distribuzione si è determinata”,

di Annibale Biggeri, professore ordinario di Statistica Medica dell’Università di Firenze, tra gli autori della ricerca.

La strategia della Regione Veneto è stata quella di ritenere i fattori ambientali concausa di malattie, smentendo anche l’OMS che ritiene l’ambiente il primo fattore di rischio e il ruolo svolto, centrale nella determinazione dello stato di salute delle persone.

Il convegno tenuto a marzo dall’Università di Padova su “Esposizione a PFAS e manifestazioni cliniche: strategie di intervento sanitario” classifica sulla base di verifiche sperimentali e indagini epidemiologiche i PFAS, che “danneggiano organi e apparati, e possono provocare, in taluni casi, modifiche epigenetiche che si trasmettono alle future generazioni. I PFAS, molecole killer, sono in grado di sviluppare la loro azione a distanza di tempo dalla contaminazione, che avviene fin dai primi giorni del concepimento, nel grembo materno (…) I dati emersi dal convegno di Padova dimostrano ormai senza ombra di dubbio, che i PFAS costituiscono un rischio di natura ambientale autonomo, indipendente dalle abitudini di vita”.

Le inosservanze di direttive e norme ambientali, che disciplinano gli studi d’impatto ambientale per le grandi opere in Veneto, dovrebbero essere oggetto di serie valutazioni da parte del Ministero dell’Ambiente, di quello della Salute e di quello delle Infrastrutture.

Riporto solo tre eventi gravissimi perpetrati dalla Regione Veneto e che saranno oggetto di valutazione della delegazione ONU.
La Regione:

  1. non ha tenuto conto di studi finanziati sui PFAS;
  2. ha negato gli accessi agli atti che riguardavano il monitoraggio degli alimenti nella zona rossa e, solo a seguito di pronunciamento del TAR al quale avevano ricorso le “Mamme no PFAS” e Greenpeace, è stato possibile ottenere i dati che erano stati secretati;
  3. la presenza della concentrazione di PFAS nel sangue è di estrema importanza ai fini diagnostici e terapeutici. La Regione Veneto nega ai cittadini non residenti in zona rossa il diritto di fare questa verifica. Impossibile farli in laboratori privati accreditati. La possibilità esiste solo presso l’Istituto Superiore di Sanità a Roma e presso l’Agenzia Regionale per l’Ambiente del Veneto, enti che non fanno analisi a privati.

Sostenibile e inclusivo? Solo nei dibattiti e per drenare risorse dal PNRR. Vergognoso per l’intero Paese che una commissione delle Nazioni Unite venga in Italia per verificare la lesione dei diritti umani in una vicenda di inquinamento grave e probabile disastro ambientale.

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