Vaccino AstraZeneca e trombosi: cosa ci dice il caso della dentista 26enne

Alessandro Gregori

14/04/2021

15/04/2021 - 12:12

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Era stata immunizzata 16 giorni fa in quanto operatrice sanitaria a contatto con il pubblico. Cos’è la trombosi venosa cerebrale, perché potrebbe essere collegata al siero e perché i problemi riguardano i preparati con vettore virale

Vaccino AstraZeneca e trombosi: cosa ci dice il caso della dentista 26enne

Una donna di 26 anni, di professione dentista, è ricoverata in prognosi riservata al Policlinico di Milano con una diagnosi di trombosi cerebrale. Sedici giorni fa la professionista aveva ricevuto il vaccino AstraZeneca in quanto operatrice sanitaria a contatto con il pubblico. Ma l’ospedale spiega che ad oggi è impossibile stabilire un nesso causale tra immunizzazione e malattia.

La dentista di 26 anni ricoverata per una trombosi a Milano dopo il vaccino AstraZeneca

La donna 16 giorni fa era stata vaccinata con il siero di AstraZeneca, secondo quanto ha fatto sapere lo stesso Policlinico. Visto che l’intervallo temporale è piuttosto lungo, non è possibile al momento stabilire se vi sia una correlazione tra la vaccinazione e la trombosi. Al momento, come riferiscono fonti del nosocomio, la paziente è cosciente, in condizioni stabili e sta rispondendo bene alle terapie. La prognosi rimane riservata e la donna è sotto stretta osservazione. È stata inviata al Centro trombosi guidato da Flora Peyvandi, struttura di riferimento.

La dentista fa parte di una delle categorie individuate come prioritarie nella campagna vaccinale. Il Corriere della Sera scrive oggi che molto probabilmente aveva ricevuto la somministrazione del siero al centro vaccinale allestito alla Fiera di Milano.

Cos’è la trombosi venosa cerebrale e cosa c’entra con il vaccino AstraZeneca

La trombosi cerebrale dei seni venosi è un’ostruzione dei vasi che trasportano il sangue dal cervello verso la vena giugulare interna e, quindi, nel cuore. L’Agenzia Europea del Farmaco (Ema) ha parlato di un possibile legame tra il vaccino e le trombosi, pur sottolineando la scarsa possibilità dell’evenienza e il fatto che nel caso del siero contro il coronavirus Sars-CoV-2 i benefici superano di gran lunga i rischi.

Ieri il vaccino Johnson & Johnson è stato fermato come misura di estrema cautela proprio per investigare il possibile legame con la trombosi: negli Stati Uniti l’incidenza, nel caso, sarebbe di sei casi su 6,8 milioni di dosi (il siero di Jahnsenn è monodose). Sia per AstraZeneca che per Johnson & Johnson la reazione avversa si è manifestata in tutti i casi entro due settimane dalla somministrazione, mediamente entro il nono giorno. Nel caso della dentista ricoverata a Milano sono passati più di 14 giorni dalla prima somministrazione del siero.

Nicola Magrini, direttore dell’Agenzia del Farmaco (Aifa), ha detto oggi al Corriere della Sera che fino a questo momento i sistemi di farmacovigilanza non hanno rilevato eventi di rarissime trombosi cerebrali con riduzione di piastrine collegabili a vaccini prodotti con la tecnologia dell’Rna messaggero, ovvero Pfizer e Moderna: «Quindi è plausibile pensare che il fenomeno sia limitato ai vaccini sviluppati con piattaforme virali. Però non ci sono dati che mostrano segnali in questa
direzione».

Il nesso (causale o temporale) tra vaccino e trombosi

L’Ema ha spiegato che questa forma di trombosi rara riguarda 30 casi, di cui sette mortali, su 18,1 milioni di vaccinati in Europa. Sotto la lente degli esperti c’è il sistema del vettore virale, che accomuna il vaccino di AZ e quello di J&J, così come il «russo» Sputnik e l’«italiano» Reithera. Intanto il ministero della Salute ha deciso di somministrare il vaccino dell’azienda anglo-svedese soltanto agli ultrasessantenni, come del resto molti altri paesi d’Europa. E a Bruxelles si pensa di interrompere nel 2022 gli acquisti dalle due aziende, usando come fornitori soltanto Pfizer-BioNTech e Moderna.

Perché i problemi riguardano i vaccini con vettore virale? «Non è stato ancora chiarito — ha spiegato oggi a Repubblica Armando Genazzani, professore di farmacologia e membro del Cts di Aifa e del Comitato per i medicinali di uso umano di Ema — Potrebbe trattarsi di una reazione immunologica al virus inattivato». Questo tipo di vaccini usa un virus che non si replica, l’adenovirus, per trasportare nell’organismo di chi riceve la somministrazione le informazioni che fanno produrre la proteina spike del coronavirus.

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