L’aumento di capitale di Unicredit e il legame con le prospettive per il mercato bancario italiano. Tra l’ottimismo del mercato e l’intervento del consorzio di garanzia, ecco come sta procedendo la situazione.
Quale legame tra l’aumento di capitate di UniCredit e le prospettive per il comparto bancario italiano?
La ricapitalizzazione da 13 miliardi di euro è in corso, e il mercato si mostra ottimista. Infatti, tecnicamente, l’aumento di capitale di UniCredit non può fallire grazie all’intervento del consorzio di garanzia, già nominato, con il compito di sottoscrivere le eventuali azioni inoptate al termine dell’operazione.
L’intervento del consorzio si rivolge dai suoi membri verso UniCredit “disgiuntamente tra loro e senza vincolo di solidarietà”.
Perché il successo dell’aumento di capitale di Unicredit è fondamentale per la fiducia del comparto?
Jean-Pierre Mustier, amministratore delegato di UniCredit, ha attraversato il mondo negli ultimi due mesi cercando di persuadere gli investitori ad acquistare €13 miliardi in nuove azioni - un test importante della fiducia non solo nei confronti della banca più grande d’Italia, ma anche per tutto il comparto bancario italiano in bilico.
Dopo aver venduto il jet privato della banca come parte del progetto di riduzione dei costi per aumentare la propria base monetaria, il CEO 56enne e Mirko Bianchi, a capo delle finanze, hanno inviato un forte segnale al mercato per cui, UniCredit, finalmente, era impegnata a monitorare le spese e i costi centesimo per centesimo.
Nel corso dell’ultimo anno, il settore bancario ha flirtato con una crisi sistemica, ha visto gonfiarsi i crediti in sofferenza ed è stato appesantito dalle azioni di istituzioni che fanno più danno che altro. Per questo l’aumento di capitale di UniCredit è visto da molti come la chiave di volta della crisi delle banche italiane.
L’aumento di capitale di Unicredit è iniziato lo scorso lunedì - con uno sconto del 38 per cento sul prezzo teorico di emissione - e i banchieri nel consorzio di garanzia sono sicuri che avrà successo. Deve avere successo. L’aumento di capitale di Unicredit ha acquisito un’aura da talismano tra le banche italiane in crisi. Tutti sperano che l’operazione possa invertire il crollo del settore bancario italiano verificatosi negli ultimi 18 mesi. Oltre alle preoccupazioni per la redditività e la governance, gli investitori temono per i 360 miliardi di euro in crediti deteriorati, di cui €200 miliardi sono in default.
L’offerta di azioni di Unicredit arriva in un momento tumultuoso. L’attuazione del decreto del Governo - che dedica €20 miliardi per salvare diverse banche di medie dimensioni, tra cui Monte dei Paschi di Siena, la più antica del mondo - ancora non c’è stata. L’Italia è in trattativa con la Commissione UE e i banchieri non escludono la possibilità che i regolatori possano imporre delle condizioni molto dure in cambio del permesso al salvataggio di Unicredit da parte dello Stato.
La domanda a cui è più difficile rispondere è se anche una raccolta di fondi di successo da parte di UniCredit possa contribuire a fugare le preoccupazioni per la banca italiana più grande per asset, e a sua volta per tutte le banche italiane.
Il salvataggio dello Stato da €20 miliardi potrebbe essere positivo per le grandi banche come UniCredit e Intesa Sanpaolo. A differenza di alcune delle banche più piccole, possono assorbire delle svalutazioni più grandi perché possono raccogliere nuovi capitali. Rimane certo che se le banche deboli non saranno seriamente ristrutturate, i problemi torneranno ciclicamente.
Le banche italiane soffrono da tempo di una grande quantità di non-performing loans, creata valutando i prestiti a prezzi più alti rispetto a quanto gli investitori fossero disposti a pagare. Ora per alcuni è alta la paura che la riforma del sistema possa implicare una modifica fondamentalmente alla comunità composta da banchieri, giornalisti e politici.
Ciò che è cambiato è l’approccio della vigilanza. Dal 2014, la Banca Centrale Europea ha supervisionato con attenzione le banche italiane con un approccio più rigoroso sui crediti in sofferenza rispetto al suo predecessore nello stesso ruolo, la Banca d’Italia.
La preoccupazione di Francoforte è comprensibile. Le esposizioni lorde ai non-performing loan sono misurate a €356 miliardi, il 17,7 per cento del totale dei crediti secondo l’ultimo report di stabilità finanziaria - tre volte l’importo “normale” nella maggior parte delle economie europee.
Lo stock delle sofferenze lorde - la tipologia peggiore di prestiti - dell’intero sistema italiano rimane a circa €200 miliardi; al netto dei fondi che le banche stesse hanno preso ammontano a €85 miliardi. La questione dell’aumento di UniCredit è stato progettata per permettere di affrontare il profilo da creditore della banca costruito nel tempo, che risale all’acquisizione della banca romana Capitalia nel 2006, alla crisi finanziaria e alle successive recessioni italiane.
Unicredit si è trovata con una pila di sofferenze da €50 miliardi in termini lordi. Anche dopo le azioni intraprese dalla banca, Unicredit si trova ancora con €27 miliardi di crediti deteriorati. Così come la riduzione dei costi, la strategia di Mustier include anche la vendita di alcuni beni, tra cui €18 miliardi di crediti in sofferenza in un accordo con Pimco e Fortress, due fondi statunitensi.
UniCredit ha un target di €4,7 miliardi di utile netto nel 2019, più del triplo di quello del 2015 sotto Federico Ghizzoni, l’ex amministratore delegato. Nel corso dei prossimi tre anni, la banca prevede di tagliare ulteriori 6.500 posti di lavoro, portando il totale a 14.000. Ha lo scopo di ridurre i costi di €1,7 miliardi all’anno.
Giovanni Razzoli, analista di Equita SIM, che recentemente fissato la raccomandazione sulle azioni della banca a «buy», ritiene che una ricapitalizzazione di successo possa cambiare il sentiment che ha spinto UniCredit a sottoperformare le altre banche. Le sue azioni sono in calo del 12 per cento contro il FTSE All-Share.
UniCredit ha avvertito prima dell’avvio dell’aumento di capitale che il suo common equity tier 1 ratio - una misura della forza finanziaria - è di circa l’8 per cento alla fine del 2016, al di sotto della minima BCE dell’8,75 per cento, soprattutto a causa delle spese effettuate nel quarto trimestre per coprire crediti in sofferenza.
Secondo i funzionari istituzionali italiani la ricapitalizzazione di UniCredit insieme al pacchetto di salvataggio del governo saranno in grado di alleggerire la nuvola di rischio sistemico che aleggia sopra il Paese. I regolatori, tuttavia, sono preoccupati per l’effetto ribassista delle perdite sui crediti non ancora riconosciute sia dalle banche che dai loro clienti.
Andrea Enria, presidente italiano dell’Autorità bancaria europea, la scorsa settimana ha invitato i politici di Bruxelles a creare una «bad bank» europea per comprare miliardi di euro di prestiti tossici dagli istituti di credito per rompere il circolo vizioso caratterizzato dal crollo dei profitti e dalla crescita debole.
Per Lorenzo Codogno, ex economista al Tesoro italiano, i €20 miliardi del fondo previsto per la ricapitalizzare delle banche ha nettamente ridotto il rischio di improvvise corse agli sportelli e di fallimenti disordinati. Tuttavia, per Codogno rimangono tre criticità: la redditività, che richiede profonde ristrutturazioni e tagli ai costi, la governance e, più importante, una riduzione dello stock dei crediti in sofferenza.
In molti concordano sul fatto che le banche debbano bloccare ciò che causa delle perdite.
Collettivamente questi fattori pesano sulla capacità di concedere nuovi prestiti.
Per alcuni analisti servono €30 - €40 miliardi di capitale per sostenere il bilancio del settore, pari a circa il 2 per cento del prodotto interno lordo in Italia, contro il 30 per cento del PIL servito a risolvere la crisi delle banche in Irlanda e il 10% servito in Spagna.
Il gran ammontare di sofferenze è in parte dovuto alla lenta ripresa economica dalla crisi finanziaria e dal sistema giudiziario che mette più enfasi sui debitori che sui creditori.
Alcuni tentativi per alleviare il carico e quindi aumentare il valore dei bad loan includono nuove leggi, tra cui quella per velocizzare le sentenze dei tribunali sui crediti fallimentari.
Esiste inoltre uno schema per fornire garanzie statali ad alcune tranche di cartolarizzazioni noti come i GACS (garanzie di cartolarizzazione di Stato) e un fondo backstop chiamato Atlante che ha acquistato le due banche in fallimento nel Veneto - anche se non è riuscito nel suo secondo compito di acquisto delle sofferenze.
«È improbabile che sia una panacea», dicono gli analisti di Berenberg. Ma, fondamentalmente, gli investitori sostengono che un mercato sotto NPL non possa emergere fino a quando non saranno disponibili dei dati migliori.
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