Tutto quello che c’è da sapere sugli eurobond secondo Geneve Invest

Neri Camici di Geneve Invest analizza il tormentone del 2020: gli eurobond.

Tutto quello che c'è da sapere sugli eurobond secondo Geneve Invest

La necessità di aumentare la spesa pubblica per far fronte alla crisi economica e sociale innescata dal virus del COVID-19 obbliga i governi della zona euro a finanziare deficit fiscali che arriveranno a quote di almeno il 10% del loro prodotto interno lordo: una sfida senza precedenti per la più grande area valutaria al mondo dopo gli Stati Uniti.

Per orientarci fra le varie misure messe in campo in questo difficile 2020 da governi e istituzioni comunitarie abbiamo chiesto un’opinione agli esperti di Geneve Invest, società di gestione patrimoniale indipendente fra le più importanti in Europa.

«Il primo intervento è stato messo in campo dalla BCE - spiega Neri Camici, Relationship Manager di Geneve Invest - che nel tentativo di tenere bassa l’inflazione e salvaguardare la tenuta della moneta unica ha comprato in marzo titoli pubblici e privati per 51 miliardi di euro, il 35 per cento dei quali è andato a sostegno di titoli italiani (11,8 miliardi), una quota decisamente più alta rispetto alla misura proporzionale prevista dalla cosiddetta capital key, vale a dire la fetta di capitale italiana della Banca Centrale Europea. In pratica - continua Camici dall’ufficio lussemburghese di Geneve Invest - la Bce ha comprato il 18 per cento di titoli italiani in più rispetto a quanto previsto. Un trattamento di favore lo hanno avuto anche Spagna e Francia, mentre la Germania è stata penalizzata, con l’acquisto del 6 per cento di titoli».

E in questo contesto è intervenuta la sospensione del Patto di Stabilità, che interrompe gli adeguamenti strutturali che i paesi devono attuare per raggiungere i loro obiettivi fiscali, ma che rimane insufficiente per far fronte alla crisi.

«Nel breve periodo, l’intervento della BCE è sicuramente efficace - è il parere di Neri Camici, Relationship Manager per Geneve Invest a Lussemburgo - ma nel medio-lungo termine gli acquisti dovranno necessariamente ridursi. È in quel momento che l’Italia dovrà aver sviluppato un movimento di crescita che permetta al debito di essere sostenibile, generando un aumento del Prodotto Interno Lordo che dia la possibilità di far fronte alla spesa per gli interessi, senza generare, a valanga, altro debito. Se questo non dovesse succedere- conclude il concetto l’esperto - ci si troverebbe davanti a una situazione molto difficile, con gli investitori che pretenderanno interessi molto elevati per rifinanziare il debito in scadenza».

Prima dell’emergenza sanitaria in atto, l’Italia aveva il tasso di interesse effettivo sul debito al 2,7 per cento, non solo il più alto della zona euro, ma anche superiore al tasso reale di crescita dell’economia. Si tratta di un dato importante, perché è a partire da questo che il paese ha due sole strade: accumulare avanzi primari abbastanza cospicui da garantire la sostenibilità, oppure prepararsi a un inevitabile declassamento del debito, con aumenti degli interessi e una probabile, magari parziale, insolvenza.

«La BCE non può andare avanti a comprare senza un limite di tempo, perché il rischio - continuano in questa sorta di recensione sul debito da Geneve Invest - è quello di alimentare una depressione dei consumi, in cui l’Italia continua a indebitarsi a basso costo, immettendo liquidità in un’economia ferma e nella quale, senza crescita, diventa altissimo il rischio di una spirale inflazionistica».

La soluzione più semplice sarebbe quindi quella degli eurobond, rispetto a cui le resistenze dei paesi del Nord Europa, Germania e Olanda su tutti, continuano a essere fortissime.

Ma di cosa parliamo, quando menzioniamo gli eurobond?

Proviamo a farcelo spiegare da Geneve Invest.

«Per capire cos’è un eurobond, bisogna partire dalle basi, quindi dalla definizione di un bond, di fatto un’obbligazione attraverso cui gli Stati chiedono dei soldi in prestito per finanziare le loro attività, e in cambio propongono la restituzione di quei soldi con la maggiorazione di un interesse - chiarisce Camici - a comprare questi titoli di Stato sono banche, società di investimento, fondi, ma anche piccoli risparmiatori. Un “eurobond» sarebbe quindi un titolo finanziario, che al momento non esiste, emesso non da uno Stato singolo, ma dai tutti i Paesi dell’Unione Europea nel suo insieme e avrebbe come diretta conseguenza la condivisione del debito.

Il problema è che per avere dei debiti in comune, bisognerebbe implementare delle politiche fiscali comunitarie, che invece non sono mai stare realizzate. Inoltre, andrebbe risolto il problema dell’emissione.

Gli eurobond potrebbero infatti essere emessi o da un’istituzione ad hoc, che non può essere la BCE, visto che da statuto non può prestare soldi ai singoli governi, o dai singoli stati, con una garanzia comune continentale: in entrambi i casi, due soluzioni tortuose.

Un’altra possibilità sarebbe quella di implementare uno strumento ibrido, quello che è stato definito nelle ultime settimane «coronabond», vale a dire un’obbligazione emessa per far fronte alle spese legate alla diffusione dell’epidemia, limitata nel tempo e nell’utilizzo",

chiude Camici.

In ogni caso, per entrambe le soluzioni, la strada della diplomazia è ancora lunga.

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