Trump e la provocazione su Gaza. Perché mancano piani credibili?

Glauco Maggi

08/02/2025

Lo schiaffo di Trump è all’inerzia e alla pavidità dei politici incapaci di uscire dai luoghi comuni. E di accettare la realtà: la soluzione dei due stati è impraticabile, fin quando esiste Hamas.

Trump e la provocazione su Gaza. Perché mancano piani credibili?

John Podhoretz, direttore della rivista Commentary, ha titolato “Trump taglia il nodo gordiano di Gaza”.

Vuoi piangere lacrime amare sulla inabitabilità di Gaza come risultato delle conseguenze di una guerra che è totale responsabilità morale, politica e geopolitica della organizzazione terroristica Hamas e dei suoi sponsor in Iran?”, ha chiesto retoricamente Podhorezt agli scettici. E ha difeso il piano di Trump, non per come possa essere implementato in pratica in un immediato futuro, ma per la lucidità con la quale ha demolito lo status quo. Lo schiaffo di Trump è all’inerzia e alla pavidità dei politici incapaci di uscire dai luoghi comuni. E di accettare la realtà: la soluzione dei due stati è impraticabile, fin quando esiste Hamas.

Le reazioni nel Palazzo sono state di sconcerto, di condanna, di ostilità. La deputata DEM del Michigan Rashida Tlaib, musulmana, ha twittato che “questo presidente sta apertamente chiedendo la pulizia etnica”. Il senatore DEM del Connecticut Richard Blumenthal ha definito Trump “pazzo” e il suo piano “catastrofico”. “Solo il suggerirlo è profondamente distruttivo”, ha detto, “perché minaccia il progresso verso la pace e la stabilità, il ritorno degli ostaggi e il sostegno e l’espansione degli Accordi di Abramo”. Il riferimento a questi Accordi è particolarmente ridicolo: sono i Patti di pace che Trump riuscì a promuovere, anche allora sorprendendo tutti, tra Israele e 4 paesi musulmani, Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco: il fiore all’occhiello della politica estera di Trump nel suo primo quadriennio. E ora il visionario Trump vuole lasciare ai posteri una “bellissima Riviera mediorientale”.

Un lettore di 50 o 60 anni, europeo o americano che sia, nella sua intera vita adulta, diciamo da quando ha 20 anni, se ha seguito le vicende del Medio Oriente (anche con occhio distratto, e sia in un’ottica filo-palestinese o filo-israeliana o neutrale) ha del conflitto nei territori adiacenti Israele un’immagine precisa e tragica: la pace è impossibile, la guerra è l’unico destino per la popolazione di Israele e della Striscia di Gaza, oggi divenuto il fronte ultimo del conflitto.
Non si contano, nel passato, i tentativi di intese strategiche tra Israele e i palestinesi, con protagonisti vari presidenti americani da Carter a Clinton a George W.Bush, e leader palestinesi e israeliani, da Yasser Arafat agli israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin: questi tre, addirittura, nel 1994 vinsero il Premio Nobel della Pace.

Oggi, purtroppo, il trend è netto, immerso nella radicalizzazione delle ostilità. I palestinesi sotto la direzione di Hamas perseguono la sparizione fisica di Israele, ed è una idea rinverdita ma che viene da lontano. Nel 1969 lo slogan dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) era già “Palestina libera dal fiume al mare”, il che significa la cancellazione dello Stato ebraico che si trova nel mezzo. Da parte loro gli israeliani, che nei decenni scorsi avevano accettato la soluzione dei due stati (Israele e la Palestina), confinanti e d’accordo sul diritto reciproco di esistere e vivere in pace, non possono più coltivare realisticamente questa sistemazione. Il 7 ottobre 2023 ha dimostrato che l’esistenza stessa di Israele è a rischio, e il governo di Gerusalemme ha adesso, per la sua sicurezza, la sola strada della sconfitta militare completa di Hamas. La leadership dei palestinesi è (o almeno appare dopo l’offensiva israeliana ) dominata dal gruppo terroristico che ha emarginato l’Olp. E la strage di 1200 innocenti compiuta al concerto rave in territorio israeliano è diventata un punto di non ritorno, con la coda degli ostaggi ancora in cattività. Da un anno e mezzo è in corso una guerra che, per il leader israeliano Netaniahu, ha una doppia finalità: la liberazione degli ostaggi ancora in mano ad Hamas, e la neutralizzazione strategica della minaccia dello stesso gruppo terroristico.

E qui, sulla scena, ha fatto irruzione Trump, con la sua proposta di azzerare letteralmente Gaza. Del resto, andranno per forza spianate le macerie, scoperti e neutralizzati gli ordigni inesplosi, sanitizzati l’atmosfera e il terreno, demolite tutte le case perché i muri, nel terzo dei palazzi che sono ancora in piedi, sono pericolanti. Con i suoi due milioni di abitanti, Gaza è diventata un inferno in Terra. Non c’è e non ci può essere, chissà per quanto, una situazione che consenta un minimo di accettabile vita civile. I missili israeliani l’hanno resa una Dresda del terzo millennio, anche se l’aviazione non ha fatto bombardamenti indiscriminati ma ha cercato di minimizzare le vittime civili. È stata la deliberata tattica di Hamas, illegale per le convenzioni internazionali, di nascondere le armi e i suoi militanti nei tunnel sotto le scuole, le case e gli ospedali a coinvolgere la popolazione. Inutile discutere ora sul se, e sul quanto, i palestinesi civili siano d’accordo con Hamas nella guerra senza quartiere contro gli ebrei (di sicuro, l’indottrinamento radicale anti Israele è una pratica costante da decenni; e il fanatismo, per ora vivo e vegeto, è un serio ostacolo ad un ritorno facile alla normalità). Si sa che anche a Dresda, e ovunque in Germania e in Italia, finirono colpiti i civili, che avessero, o meno, simpatie per i nazisti e i fascisti.

Così è anche per Gaza. Il problema è come uscirne, e l’immobiliarista più famoso del mondo ha sparato la soluzione della “Riviera”, con i condomini modello Florida. Trump è un anti-politico, e in questa occasione si è superato. Se per trattare questioni irrisolvibili si dice, in America, che bisogna mettersi “out of the box”, lui è la persona giusta. L’espressione significa “fuori dalla scatola”, cioè pensare in modo differente, non convenzionale, da una nuova prospettiva. Per cogliere il senso vero della proposta occorre porsi la domanda: che alternative ci sono al mantenimento dello status quo, dopo decenni di fallimenti che hanno portato al 7 ottobre? Che proposte migliori girano oggi nelle cancellerie paludate e nei salotti benpensanti? Trump sfida l’inerzia dominante. È lui che pensa in modo fattivo a dare case nuove, provvisorie per i dieci-quindici anni della ricostruzione, e poi definitive per chi ci vorrà tornare, a quelle povere anime che vivono all’inferno. Ci sono state 47mila vittime a Gaza, dicono le stime di Hamas non verificate. Ora c’è la tregua, funzionale alla liberazione degli ostaggi.

Ma dopo? Quale sarà il futuro? Non lo sa nessuno, nemmeno Trump. Ma la sua mossa, riconosce un editoriale del Wall Street Journal, ha reso il re nudo. “I critici deridono la idea di Trump, ma che cosa stanno offrendo ai palestinesi?”. E il WSJ ricorda le tante, troppe occasioni, in cui Giordania, Egitto ed altri “paesi fratelli” dei palestinesi hanno rifiutato di accoglierli, di fatto condannando, con il mantenimento dei campi di rifugio e la promessa irrealistica del diritto al ritorno, generazioni di palestinesi alla mancanza di prospettive concrete di ricostruzione e di riscatto sociale e umanitario.

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