Tensioni Cina-Australia: tutto quello che c’è da sapere

Pierandrea Ferrari

2 Dicembre 2020 - 19:00

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Le relazioni diplomatiche tra Cina e Australia si sono ormai deteriorate. Ecco tutto quello che c’è da sapere sull’escalation delle tensioni tra i due Paesi.

Tensioni Cina-Australia: tutto quello che c'è da sapere

Allarme rosso sull’asse Cina-Australia, con i due Paesi ormai travolti da un vortice di tensioni che non accenna ad attenuarsi.

Ultimo capitolo il tweet di un portavoce del Governo di Pechino, Zhao Lijian, che lunedì ha pubblicato sul social network statunitense la foto – ritoccata, secondo alcuni media – di un soldato australiano intento a puntare un coltello dritto alla gola di un bambino afgano.

Un episodio che ha scatenato forti reazioni in terra australiana, con il Primo ministro Scott Morrison che ha parlato di un atto “assolutamente oltraggioso e ingiustificabile sotto tutti i punti di vista”. Parole rilanciate anche dal ministro degli Esteri, Marise Payne, che ha affidato ad un cinguettio la sua ferma risposta: “è un esempio di disinformazione”.

Ma le tensioni tra Cina e Australia – seppure ora a livelli inediti – si trascinano ormai da anni. Dalla politica estera al commercio, infatti, i terreni sui quali si è consumata la guerra fredda tra il Dragone e l’economia leader del continente oceanico sono molteplici. Ecco tutto quello che c’è da sapere sull’involuzione dei rapporti tra il Governo cinese e quello australiano.

Tensioni Australia-Cina: nel 2018 il ban degli australiani a Huawei

Alcune schermaglie erano già evidenti nel 2017, quando i vertici politici australiani iniziarono a manifestare una certa insofferenza verso l’assertiva politica estera del Governo di Xi Jinping. Una circostanza, questa, che aveva portato l’Australia a vietare le donazioni al sistema politico nazionale provenienti dall’estero, con il fine di impedire a Pechino di influenzare il processo decisionale di Canberra.

Ma questi primi scontri diplomatici sull’asse Australia-Cina hanno rappresentato solo una fioca scintilla rispetto al fuoco ardente che sarebbe divampato nei mesi successivi. Infatti, a breve distanza di tempo, il Governo australiano decise di escludere Huawei, gigante tecnologico cinese, dalla corsa al 5G nel Paese.

Al ban era seguita poi la cancellazione di numerosi accordi che prevedevano investimenti cinesi in Australia, con il Governo del Dragone che era pronto a riversare fiumi di yuan nell’agricoltura e nelle infrastrutture australiane.

I dubbi dell’Australia sulle origini del coronavirus

In seguito – e siamo già nel 2020 – il Governo di Canberra ha iniziato a premere l’acceleratore sul fronte delle indagini relative alle origini del coronavirus. Un atto che ha inevitabilmente urtato la sensibilità della Cina, già scossa dalla propaganda trumpiana che aveva sollevato a più riprese alcune perplessità circa la provenienza del virus.

Negli intenti dell’Australia c’era – e permane ancora oggi – la volontà di garantire una maggiore trasparenza sulle origini e la diffusione del virus, allineandosi così ad altre potenze occidentali come gli Stati Uniti e il Regno Unito.

Ma il dito è puntato anche sulle prime manovre effettuate dal Governo di Pechino quando il virus iniziò a proliferare nella città di Wuhan. D’altronde, negli ultimi mesi sono stati molteplici i capi di Stato che hanno contestato alla Cina una certa lentezza nella diffusione delle informazioni relative ai primi focolai nazionali.

La risposta della Cina: guerra commerciale ai prodotti australiani

Un bel bagaglio, potremmo affermare, quello che ormai gravava sulle seppur possenti spalle del Dragone. E la reazione non sì è fatta attendere: dopo aver incassato i colpi, Xi Jinping ha iniziato a smuovere l’enorme macchina cinese, puntando dritto alle tasche del Governo di Canberra.

Una guerra commerciale, in breve, che si è tradotta in un primo giro di vite sul manzo australiano, la cui importazione è stata vietata, e sull’orzo, quest’ultimo colpito da un innalzamento delle tariffe che ne renderà difficile l’esportazione.

A novembre, poi, la Cina ha incrementato anche le tasse relative ai prodotti vinicoli australiani, passate dal 107% al 212%. Una scelta protezionistica che il Governo di Pechino ha spiegato – quasi svincolandosi dall’accusa di voler sabotare il vino australiano – come una reazione all’effetto dumping provocato da Canberra con l’esportazione di prodotti eccessivamente economici.

Ma all’orizzonte ci sono ulteriori interventi che, secondo le previsioni, potrebbero andare a colpire anche lo zucchero, le aragoste e il carbone prodotti dall’Australia.

Rapporti Cina-Australia: quali prospettive per il futuro?

Ma quanto possono inasprirsi ancora gli animi sull’asse Pechino-Canberra? E, inoltre, quanto può durare questa guerra commerciale alla quale il Governo cinese è ricorso per riaffermare la sua leadership nella regione?

Poco, secondo alcuni esperti. Tra questi Einar Tangen, consigliere economico di Xi Jinping, che interpellato sulle crescenti tensioni tra Cina e Australia ha dichiarato:

“L’Australia, cercando di fare pressioni politiche sulla Cina, sta giocando al di sopra delle proprie possibilità”.

Un monito, questo, che richiama la dipendenza di Canberra da Pechino, con il 35% del commercio australiano legato alla spesa cinese (quello della Cina, invece, dipende solo per il 4% dall’Australia). Una prospettiva che potrebbe indurre gli osservatori a prevedere un imminente cedimento del Governo australiano, ma le parole del Primo ministro, al momento, lasciano prefigurare ben altri scenari:

“Ve lo posso assicurare, noi siamo l’Australia, agiremo sempre nei nostri interessi e in conformità con i nostri valori”.

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