La sterlina è il barometro della Brexit, e il suo futuro con Boris Johnson è nero

Flavia Provenzani

23/07/2019

Una discesa inesorabile per la sterlina, il barometro della Brexit. E con il nuovo primo ministro, la parità contro il dollaro torna ad essere una possibilità.

La sterlina è il barometro della Brexit, e il suo futuro con Boris Johnson è nero

La sterlina è crollata ai minimi di due anni la scorsa settimana, scendendo al di sotto di quota 1,24 contro il dollaro, complici i timori per una Brexit senza accordo.

L’ufficializzazione della nomina di Boris Johnson a primo ministro complica il quadro.

Da tempo considerata simbolo della stabilità e dell’orgoglio nazionale della Gran Bretagna, negli ultimi anni la sterlina è diventata un barometro capace di esprimere le preoccupazioni sul Paese e la sua uscita dall’Unione Europea.

Una sterlina svalutata può alimentare gli investimenti stranieri e il turismo, ma può anche danneggiare la capacità degli inglesi di acquistare beni da altri Paesi, soprattutto quando dovranno negoziare dei nuovi trattati commerciali.

E le fluttuazioni della valuta sembrano destinate a continuare.

Oggi è stato annunciato in via ufficiale il nome del nuovo primo ministro inglese, sostituto di Theresa May. Il prescelto è Boris Johnson, convinto sostenitore della Brexit, una nomina che spinge ad interrogarsi su quanto andrà liscia l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Perché la sterlina è scesa così tanto?

Da quando la May ha annunciato le sue dimissioni da primo ministro, la prospettiva della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europea senza un accordo sulle condizioni dell’addio ha iniziato a sembrare sempre più probabile.

Ciò ha danneggiato la sterlina: molti nel Regno Unito temono che una cosiddetta no deal Brexit creerebbe il caos, mentre l’Office for Budget Responsibility inglese ha dichiarato la scorsa settimana che una simile prospettiva causerebbe un colpo di 30 miliardi di sterline alle finanze pubbliche.

Giovedì scorso, i parlamentari britannici hanno approvato una misura intesa a impedire al prossimo primo ministro di sospendere il Parlamento e forzare la Brexit senza accordo poiché Johnson aveva lasciato intendere da tempo che avrebbe potuto fare un simile passo. Tuttavia, l’incertezza guardando ai prossimi mesi probabilmente spingerà ancora più al ribasso la sterlina.

La valuta britannica è in discesa di circa il 15% rispetto a poco prima del referendum Brexit del 2016, ma è ancora al di sopra dei minimi toccati a gennaio 2017, quando la May ha suggerito che la Gran Bretagna avrebbe potuto lasciare l’UE senza un accordo. La prospettiva di perdere l’accesso senza dazi al mercato unico europeo e la continua incertezza sui termini della Brexit hanno fatto precipitare la valuta.

Gli analisti dicono che la sterlina possa scendere a quota $1,10. La scorsa settimana, gli analisti di Morgan Stanley hanno persino sollevato la possibilità che, quando la Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea, la sterlina raggiunga la parità con il dollaro (GBP/USD).

La sterlina, il barometro della Brexit

Sebbene la sterlina sia vista come simbolo dell’indipendenza britannica, in passato la moneta è stata protagonista dei riflettori internazionali.

I crolli della sterlina hanno ombre lunghe nei decenni scorsi. La crisi finanziaria del 2008 ha spinto nel baratro la valuta. Il giorno in cui la Gran Bretagna ha dovuto ritirare la sterlina dal meccanismo di cambio europeo nel 1992 è noto come “mercoledì nero”. Nel 1976, la Gran Bretagna ha dovuto chiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale dopo che la sterlina scese sotto i $2.

Allo stesso tempo, molte delle società che compongono l’indice azionario di riferimento della Gran Bretagna, il FTSE 100, generano molti utili all’estero. Quindi le loro azioni salgono quando la sterlina si indebolisce, poiché il denaro che guadagna vale di più rapportato in sterline.

Con tutta l’incertezza sulla Brexit, la Gran Bretagna stessa si sente meno stabile. E la sterlina riflette tale situazione, complicando il lavoro degli analisti valutari.

Articolo ispirato da un approfondimento di The New York Times.

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