Stellantis: un accordo sbilanciato a favore dei francesi

Vincenzo Caccioppoli

5 Febbraio 2021 - 17:17

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La compagine azionaria e il cda di Stellantis, frutto della fusione tra Fca e Psa, mettono il gioiello italiano nelle mani dei francesi.

Stellantis: un accordo sbilanciato a favore dei francesi

Siamo dinanzi alla fusione fra due gruppi industriali, il francese Peugeot (Psa) e l’italo-statunitense Fiat Chrysler Automobiles (FCA), oppure si tratta della vendita di FCA al gruppo francese?

È questa la domanda che pone Adolfo Urso, senatore di Fratelli d’Italia, che annuncia una interrogazione urgente al Presidente del Consiglio, e ai ministri dell’Economia e dello Sviluppo economico, per fare chiarezza sui termini di una operazione che continua ad avere alcuni dettagli piuttosto ambigui circa la governance del nuovo gruppo e l’ingresso nel capitale dello stesso dello Stato Francese con una quota consistente del 6,5% del capitale sociale.

Tutto questo poi all’indomani del fallimento dell’accordo fra Fincantieri e i cantieri navali francesi Stx, che i francesi non vedevano di buon occhio. Ed in effetti a guardare la composizione azionaria e quella del board direttivo della nuova società è indubbio che appaia una netta preponderanza dei francesi, a cominciare dal nuovo amministratore delegato, che sarà appunto quel Carlos Tavares, già amministratore del gruppo francese Psa. Ma questo nuovo assetto nella guida del gruppo sembrava essere in qualche modo bilanciata dal peso azionario di Exor, che con il 14,4% sembrava essere il maggiore azionista. Tuttavia, dopo che si è saputa l’esatta composizione azionaria è venuta meno anche questo elemento, considerando che Stato francese e Psa insieme avrebbero il 15%.

Nell’accordo firmato tra le due parti è inoltre previsto un periodo di sette anni in cui non possono incrementare le partecipazioni (standstill), dal momento in cui è avvenuto il perfezionamento della fusione tra le azioni di Exor, Bpifrance, Dongfeng e della famiglia Peugeot, la sola che può salire sino all’8,5%.

Ecco allora che pare indiscutibile che questa fusione penda a favore della Francia anche dal punto di vista azionario, oltre che da quello, come detto, della composizione del consiglio di amministrazione, che su 11 membri ne conta 5 di parte Fca, 6 di parte Psa, tra cui Tavares che ne è amministratore delegato.

Le preoccupazioni del senatore Urso potrebbero effettivamente avere un fondamento, considerando che si sta parlando di un gruppo ancora italiano, uno dei pochi ancora rimasti al nostro paese, che rischia ora di passare sotto il controllo francese, e che ovviamente potrebbe operare scelte in tema occupazionale e di stabilimenti sul territorio, sbilanciati verso le volontà di un azionista forte e influente come appunto lo Stato francese.

Senza arrivare alle accuse di servilismo avanzate dalla leader di fratelli di Italia Giorgia Meloni, che è arrivata a definire l’accordo un “vigliacco baratto sulla pelle degli italiani”, certamente il fatto che il Governo italiano, che da anni sovvenziona il gruppo con soldi pubblici (ultimo in ordine di tempo il finanziamento da 6,5 miliardi con garanzia statale grazie al Decreto Cura Italia), stia silente di fronte ad un accordo che potrebbe avere risvolti anche pesanti sul piano occupazionale - difficile pensare che una fusione di questo tipo non porti nel tempo a ottimizzazioni e accorpamenti di linee produttive, con chiusure e licenziamenti.

Con 8,4 milioni di auto prodotte il nuovo gruppo diventerà il quarto gruppo mondiale, ma sicuramente la crisi che sta colpendo pesantemente il settore automotive non potrà non avere ripercussioni sugli assetti futuri di tutti i principali gruppi mondiali. Il Governo francese, evidentemente, con questa mossa ha voluto entrare nel merito di future decisioni che potrebbero danneggiare in qualche modo i livelli occupazionali francesi.

La stessa preoccupazione non ha interessato il Governo italiano, forse troppo occupato a lenire le beghe interne alla sua litigiosa maggioranza per pensare ad una politica industriale di fronte alle pesanti sfide che ci aspettano in questi anni.

Il gruppo Exor della famiglia Agnelli starebbe valutando nuovamente un cambio di strategia, considerando che secondo le voci si parla di una possibile vendita anche del gruppo Iveco, forse ai cinesi di Faw.

Appare così sensato quanto dichiarato ai primi di Gennaio dall’economista Salvatore Bragantini, secondo cui Exor ha venduto Fiat a Peugeot mantenendo per sé una quota importante della nuova azienda, ma delegando di fatto la gestione operativa della stessa ai francesi.

Dopo 140 anni di storia ciò segnerebbe la fine della Fiat come siamo abituati a conoscerla con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. D’altra parte già prima dell’avvento di Marchionne gli Agnelli sembravano sul punto di mollare il settore, buttandosi in avventure finanziarie e buisiness più disparati fra i quali quello editoriale, che è ancora ben saldo e rafforzato con l’acquisizione del gruppo Espresso Repubblica e quello della inglese Economist.

La saggia e illuminata regia di un grande manager come Sergio Marchionne aveva riportato l’interesse della famiglia sul vecchio amore. Adesso si compie quello che era l’iniziale disegno del manager italo-canadese, prematuramente scomparso, e cioè quello di formare un grande gruppo insieme ad un altro dei colossi dell’auto. Ma difficile pensare che se Marchionne fosse stato ancora in vita il nuovo gruppo, almeno nella fese iniziale, avrebbe visto alla guida un manager diverso da lui e che soprattutto la compagine azionaria fosse stata così “sbilanciata”. Il dado è ormai tratto e il nostro paese ancora una volta rischia di dover fare da spettatore di fronte ad una fusione così delicata e importante per gli assetti economici e industriali di un paese.

E la cosa che forse dovrebbe maggiormente preoccupare è che tutto ciò avviene ad opera di quegli stessi francesi che sembrano da tempo aver messo gli occhi (in molti casi anche già le mani) su diversi gioielli della nostra economia.

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