Spotify e musica in streaming: ascolti in calo per l’effetto coronavirus

Spotify e altri servizi di musica in streaming registrano un forte calo di ascolti e utilizzo: è l’effetto coronavirus, che potrebbe avere un peso sul futuro di questi servizi.

Spotify e musica in streaming: ascolti in calo per l'effetto coronavirus

La musica aiuta a sopportare l’isolamento causato dalla diffusione del coronavirus? Sicuramente sì, ma questo non significa che le persone ascoltino la musica in streaming durante le loro ore in isolamento. Spotify, uno dei servizi più popolari, sembra decisamente colpito dagli effetti della quarantena, tanto da risentire di un calo di ascolti dall’inizio dell’emergenza.

Un calo drastico degli ascolti della musica in streaming su Spotify potrebbe condurre l’azienda norvegese sull’orlo del baratro: ecco perché e quali effetti sta avendo il coronavirus sul popolare servizio.

Coronavirus? I rischi per Spotify e il settore musicale in streaming

In Italia, uno dei Paesi più colpiti dal coronavirus, la top 200 delle canzoni più diffuse su Spotify a livello nazionale, ha registrato una media di 18,3 milioni di streaming giornalieri nel mese di febbraio 2019.

Da quando il Premier Conte ha annunciato la quarantena nazionale, lo scorso 9 marzo, il totale dei flussi per la stessa classifica non ha superato i 14,4 milioni. Martedì 17 marzo la piattaforma ha registrato addirittura un calo del 23% degli stream, rispetto a martedì 3 marzo.

Purtroppo, ottenere un quadro esaustivo dei trend di utilizzo della piattaforma non è possibile, poiché Spotify non condivide tutti i numeri degli streaming, quindi non è da escludere che, mentre la classifica dei primi 200 brani è in calo, il numero complessivo di ascoltatori rimanga stabile.

Può darsi altrettanto, che l’isolamento stimoli la nostalgia, aprendo la strada ascolto di musica popolare o più datata, piuttosto che alle ultime hits. Inoltre, andrebbero identificati anche altri papabili fattori che potrebbero far oscillare in modo sostanziale i dati da una settimana all’altra. Ed è possibile, anche se improbabile, persino che si tratti di una mera coincidenza.

Coronavirus: musica in streaming in calo, da Spotify a Apple Music

Il fenomeno, comunque, fa pensare che Spotify, come Apple Music e YouTube, potrebbero non uscire così tanto indenni da questa pandemia. Sarebbe interessante poter accedere ai dati di fruizione anche delle altre piattaforme di settore, la maggior parte delle quali non divulga i propri numeri giornalieri, per capire se hanno registrato cali simili e ottenere un quadro più dettagliato della situazione.

La tendenza rilevata in Italia, tuttavia, è simile a quella che si è verificata negli Stati Uniti. Il 17 marzo scorso, Spotify riporta che in USA il flusso della classifica delle prime 200 canzoni a livello nazionale si è attestato 77 milioni. Si tratta del numero più basso negli Stati Uniti rispetto a ogni martedì del 2020, ed è più basso di circa 14 milioni di stream rispetto a una settimana prima. Gli stessi numeri sono in calo anche nel Regno Unito, in Francia e in Spagna.

Musica in streaming: c’è uno spiraglio dietro la pandemia

Spotify, in realtà, spiega che i giorni in cui si registrano più alti picchi di streaming sono il venerdì e il sabato, quando in situazioni normali è in realtà più probabile che la gente esca di casa. Ecco, perché, l’isolamento da pandemia non implica necessariamente una crescita dello streaming.

Se la fruizione in generale fosse davvero in calo, non sarà comunque necessariamente troppo costoso per il business della musica. Secondo l’associazione dell’industria musicale IFPI, nel 2019 le entrate derivanti dallo streaming hanno rappresentato quasi la metà di tutte le entrate del comparto.

Però, il 90% delle revenue di Spotify proviene da abbonati a pagamento, e solo il 10% circa dalla pubblicità, che permette invece la fruizione gratuita della piattaforma.

Poiché gli abbonati pagano lo stesso importo a prescindere da quanta musica decidano di ascoltare, presumibilmente, il calo dei flussi avrà un impatto solo sul business più “piccolo”, dipendente dal volume delle entrate pubblicitarie.

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