Lo scontro Di Matteo-Bonafede spiegato: i motivi della lite in diretta TV

Le accuse di Nino Di Matteo e il perché Alfonso Bonafede non lo scelse per guidare il Dap: ecco i motivi della lite tra il pm e il ministro sulla mancata nomina avvenuta nel giugno 2018.

Lo scontro Di Matteo-Bonafede spiegato: i motivi della lite in diretta TV

Se da quando è scoppiata l’emergenza coronavirus tutte le attenzioni del grande pubblico sono rivolte verso gli sviluppi della pandemia in corso, domenica 3 maggio il tema della Giustizia è tornato con una fiammata ad accendere il dibattito politico e non solo.

Durante la puntata di Non è l’Arena mentre si parlava del caso dei boss mafiosi scarcerati sfruttando la crisi COVID, tirato in ballo nella discussione in studio è intervenuto telefonicamente il pm palermitano Nino Di Matteo.

Il magistrato cogliendo di sorpresa tutti ha quindi raccontato un fatto avvenuto nel giugno 2018, quando la sua nomina alla guida del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) sarebbe stata prima offerta dall’allora neo ministro alla Giustizia Alfonso Bonafede e poi ritirata alludendo a “qualcuno che lo avrebbe indotto a ripensarci”.

Nel giro di pochi minuti anche il ministro Bonafede ha chiamato in diretta, dichiarandosi “esterrefatto” e spiegando come avesse preferito affidare a Di Matteo la guida degli Affari penali in quanto quella posizione, che è stata di Giovanni Falcone, sarebbe più in prima linea nella lotta alla Mafia.

I passaggi dello scontro Bonafede-Di Matteo

Per capire meglio il motivo di fondo di questo scontro tra Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede si deve partire da alcune intercettazioni, effettuate in carcere da parte del Gom, dove degli importanti boss commentavano che sarebbe stata per loro “la fine” una eventuale nomina del pm palermitano alla guida del Dap.

Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, quelle intercettazioni vengono trasmesse al Ministero di Giustizia e ai pm in data 9 giugno. Quando il 18 giugno l’allora neo ministro Bonafede telefona a Di Matteo, entrambi erano a conoscenza degli umori dei capimafia carcerati.

Secondo quanto dichiarato da Di Matteo durante la trasmissione televisiva, in quel primo primo contatto “Bonafede mi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria o, in alternativa, quello di direttore generale degli Affari penali”.

Fin qui le ricostruzioni dei due coincidono con il magistrato che si prese 48 ore di tempo per decidere. Il 19 giugno avviene un incontro di persona tra Di Matteo e Bonafede, con il pentastellato che avrebbe proposto al pm la guida degli Affari Penali in quanto quella posizione sarebbe “più di frontiera nella lotta alla Mafia ed era il ruolo ricoperto da Giovanni Falcone”.

Secondo Il Fatto invece per Di Matteo quell’incontro era soltanto interlocutorio, mentre Bonafede aveva inteso una disponibilità del pm per gli Affari penali tanto da offrire la guida del Dap a Francesco Basentini.

Il 20 giugno invece Nino Di Matteo telefona al ministro per comunicargli che accettava la guida del Dap, ma Alfonso Bonafede gli fa sapere di aver già scelto Francesco Basentini per quel ruolo rinnovando l’offerta degli Affari penali, ruolo che però non interessa al magistrato che così declina.

In diretta TV, Nino Di Matteo quindi ha rivelato come “avevo deciso di accettare la nomina a capo del Dap ma improvvisamente mi disse (Bonafede n.d.r.) che ci aveva ripensato, o qualcuno l’aveva indotto a ripensarci, questo non lo posso sapere”.

A me era sembrato, ma evidentemente sbagliavo, che fossimo d’accordo - è stata la replica di Alfonso Bonafede intervenuto a stretto giro - Ma il giorno dopo mi disse di non volere accettare gli Affari penali perché voleva il Dap, ma io nel frattempo avevo già scelto Basentini”.

Come sono andate le cose?

Tutta questa vicenda ruota intorno a una questione: Bonafede decise di non affidare la guida del Dap a Di Matteo perché lo riteneva più adatto agli Affari penali, oppure fu in qualche modo indotto a cambiare idea per via delle frasi intercettate ai boss in carcere?

Di certo il ministro dei 5 Stelle era a conoscenza delle intercettazioni dal 9 giugno, quindi appare strano che il 18 dello stesso mese decidesse di telefonare a Di Matteo per ipotizzare nel caso una sua nomina al Dap. Se non lo avesse voluto, perché offrirgli il posto.

Vista la caratura del pm palermitano e la sua voglia di guidare il Dap e non Affari penali, Bonafede però avrebbe potuto mettere da parte Basentini accontentando di fatto il magistrato e dando così anche un chiaro messaggio ai malavitosi in carcere.

Negli anni scorsi Nino Di Matteo spesso è stato descritto vicino al Movimento 5 Stelle, tanto che si parlava di lui come possibile ministro dell’Interno in caso di un governo pentastellato dopo le elezioni 2018.

In passato i 5 Stelle hanno sempre difeso il pm dagli attacchi piovuti soprattutto dal centrodestra a seguito di diverse sue inchieste sulla Mafia, come quella sulla Trattativa, mentre adesso è proprio l’opposizione a chiedere la testa di Bonafede.

Le accuse di Nino Di Matteo sono però pesanti e il pm a bocce ferme ha dichiarato come “i fatti che ho riferito ieri li confermo e non voglio modificare o aggiungere alcunché, né tantomeno commentarli”.

A questo punto ad Alfonso Bonafede non rimane che riferire in Parlamento sull’accaduto, per fare piena luce su una vicenda che, se veramente la non nomina del pm al Dap fosse stata dettata da fattori esterni e non da un sostanziale malinteso tra i due, sarebbe molto grave per il ministro.

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