Salario minimo utile o dannoso? Ecco come vanno le cose nei Paesi in cui è presente

In attesa di una decisione circa l’introduzione di un salario minimo anche in Italia ci si interroga sui pro e i contro analizzando le esperienze di altri Paesi. Facciamo il punto della situazione.

Da tempo si discute circa la possibilità di introdurre in Italia, come già avvenuto in numerosi altri Paesi, il salario minimo i cui dettagli dovrebbero essere chiariti con un decreto attuativo del Jobs Act, ma ad oggi ancora non è stata data nessuna conferma.

Salario minimo: cos’è e come funziona

Si tratta di una misura economica volta migliorare le condizioni di vita di quanti, pur avendo un’occupazione, percepiscono un reddito molto basso e non sono regolamentati da un CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro), i cosiddetti working poor, che in Italia rappresentano una fetta molto consistente di lavoratori autonomi.

L’obiettivo è quello di istituire un assegno assicurato a tutti coloro che non raggiungono un introito mensile minimo al fine di tutelare le situazione non protette e ridurre il fenomeno della povertà che negli ultimi anni sta dilagando in Italia, ma non deve essere in alcun modo inquadrato come mero strumento di lotta alla povertà in quanto riguarda solo ed esclusivamente i lavoratori.

Il salario minimo è una misura che mira, quindi, ad impedire che la retribuzione scenda al di sotto di un un livello minimo considerato dignitoso ed ha come effetto anche quello di contrastare il fenomeno della povertà, ma non va confuso né con il reddito di cittadinanza (proposta avanzata dal M5S e non ancora approvata, riconosciuta teoricamente a tutti i cittadini) né con il reddito minimo garantito (attribuito a chi rispetta determinati requisiti imposti dalla legge).

Il salario minimo permette di definire per legge l’ammontare della retribuzione per tutti i cittadini ed in Italia ancora non esiste perché i sindacati hanno sempre preferito lasciare la trattativa alle parti sociali fino ad arrivare ad un contratto collettivo che istituisca il minimo salariale.

C’è da fare un appunto, però: non tutti i lavoratori sono tutelati dai CCNL (come fa notare Lorenzo Cappellari, docente all’Università Cattolica di Milano, il 13 per cento dei lavoratori risulta scoperto).

Salario minimo: i pro e i contro

L’istituzione di un salario minimo innegabilmente avrà degli effetti positivi andando a creare una copertura universale a vantaggio di quanti restano esclusi dalla contrattazione collettiva (in Italia l’80% circa dei lavoratori è coperto dai CCNL), infatti esistono aree a rischio che tendono ad aumentare se pensiamo ai “nuovi lavori” sempre più flessibili ed ai settori a basso salario che interessano in modo particolare giovani, donne e immigrati.

Inoltre, positivo può anche essere l’effetto sul fenomeno povertà: un salario minimo sicuramente non sarà fonte di arricchimento smisurato, ma dovrebbe quanto meno garantire un tenore di vita più dignitoso a quanto ne beneficeranno.

Tutto questo ricadrà, poi, sui consumi: aumentando il potere di acquisto aumenteranno anche i consumi, mettendo nuovamente in moto la macchina dell’economia.

Questo almeno in teoria perché ovviamente, ad un’analisi più attenta, non mancano gli effetti negativi.

Prima di tutto, come sostengono gli economisti, il rischio è quello di generare una perdita di posti di lavoro o l’acuirsi del fenomeno del lavoro sommerso, anche detto lavoro nero: se si impone per legge un minimo salariale, nonostante vi siano persone disposte a lavorare a meno, i datori di lavoro saranno obbligati a non assumerli o a consentirgli di lavorare in nero.
Certo questa è un’interpretazione, c’è chi però sostiene che a diminuire non saranno i posti di lavoro, ma le possibilità di sfruttamento dei lavoratori.

Un altro rischio, questa volta paventato dai sindacati, è quello di appiattire verso il basso le retribuzioni: fissando un minimo salariale mensile unico sarà più difficile, poi, difendere il salario più alto di una categoria anche lì dove i sindacati attualmente possono battersi conoscendo le capacità economiche del datore di lavoro.

C’è da tenere in considerazione anche il fatto che fissare un salario minimo unico potrebbe comportare disparità tra Nord e Sud a causa del costo della vita oggettivamente più basso nel Mezzogiorno rispetto al Settentrione.

La difficoltà maggiore, inoltre, resta sempre quella di stabilire la soglia minima al di sotto del quale il salario non possa scendere, senza dimenticare che l’Italia è uno dei Paesi europei con i salari più bassi e che il minimo salariale non può per legge superare il salario medio.

Salario minimo: l’esempio di altri Paesi

L’Italia è uno dei Paesi europei a non aver ancora introdotto il salario minimo inseme a Austria, Finlandia, Cipro, Svezia e Danimarca.

La definizione per legge del minimo salariale viene fatta in funzione degli orari, della giornata o del mese di lavoro.

Secondo i dati forniti da Eurostat, relativi a gennaio 2015, il salario minimo mensile nell’Ue varia dai 184 euro della Bulgaria ai 1.923 del Lussemburgo, uno dei dieci Paesi insieme al Regno Unito (1.379 euro), Francia (1.458), Irlanda (1.426), Germania (1.473), Belgio e Olanda (1.502) in cui il salario minimo supera la soglia dei mille euro.

Negli Stati Uniti il Presidente Obama porta avanti la battaglia per alzare la soglia del minimo salariale, così come sta accadendo in Gran Bretagna ad opera del partito laburista.

In Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti si rilevano dati positivi: crescita dell’occupazione e tutela soprattutto per quei “nuovi lavori” generalmente sottopagati e non tutelati.

Il problema principale su cui mette in guardia la Germania potrebbe essere rappresentato dal sistema dei controlli: in tutti i Paesi esiste infatti un’Autorità indipendente che propone al governo il livello e l’adeguamento del minimo salariale.

L’esperienza degli altri Paesi può essere sicuramente un buon punto di partenza per delle valutazioni in merito all’introduzione del salario minimo in Italia, ma è fondamentale riconoscere i limiti ed i punti di forza del proprio Paese ed adattare quindi questo strumento alla propria realtà sociale ed economica al fine di ottenerne gli effetti favorevoli ed efficienti.

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