SPID, cosa dicono davvero i numeri?

Alberto De Pasquale

18/06/2025

La Cie è più diffusa, ma utilizzata da pochissimi per accedere ai servizi online: nel 90% dei casi si usa SPID, che però per alcuni diventerà a pagamento.

SPID, cosa dicono davvero i numeri?

Da una parte la Carta d’identità elettronica, che vanta il primato di emissioni ma è ancora indietro a livello di utilizzo digitale; dall’altra il Sistema pubblico di identità digitale, meglio noto come SPID, di gran lunga la prima scelta degli italiani quando devono accedere ai servizi online della Pubblica amministrazione e su cui tuttavia pende qualche incognita per il futuro.

L’identità digitale in Italia

Viaggiano su binari paralleli le due facce dell’identità digitale in Italia. Mentre la Cie sembra avviata a diventare sempre più centrale, anche perché è da tempo lo strumento su cui il governo ha deciso di puntare (in quanto ritenuta più sicura e in linea con il progetto europeo di identità digitale EUDI Wallet), in realtà oggi è ancora SPID – nel 90% dei casi – la principale modalità di accesso ai servizi digitali della Pa. Tuttavia, ora il suo utilizzo potrebbe ridursi e non solo a causa del crescente peso della Cie: di mezzo si è messa anche la decisione di alcuni operatori di rendere l’uso del servizio a pagamento.

Partiamo da una considerazione. Tra SPID e Cie non c’è contrapposizione: entrambi gli strumenti possono servire per accedere ai servizi online della Pa, ma non sono alternativi. Uno degli obiettivi di Italia digitale 2026, una componente strategica di Italia Domani, ossia il Pnrr, prevede di diffondere l’identità digitale tra almeno il 70% della popolazione. E il traguardo, da centrare entro giugno 2026, è stato raggiunto dall’Italia con due anni di anticipo proprio grazie ai numeri di Cie e di SPID, che già al 30 aprile avevano superato cumulativamente quota 90 milioni di identità rilasciate.

Le identità attive in Italia

A oggi risultano emesse 40,6 milioni di identità SPID, in buona parte attivate nel biennio 2020-2021. Negli ultimi anni l’utilizzo ha avuto un netto incremento. Nel 2019 SPID era stato utilizzato per effettuare l’accesso ai servizi online soltanto 55 milioni di volte; nel 2024 sono state oltre 1,1 miliardi. Come anticipato, nel 90% dei casi gli italiani accedono ai servizi digitali della Pa proprio tramite SPID.

Per la Cie il numero delle emissioni è ben superiore, circa 53,1 milioni, anche perché si tratta del documento d’identità fisico valido in molti altri contesti, oltre a quello digitale, come nel caso dei viaggi nei paesi Ue. Tuttavia, nonostante una maggiore diffusione, l’utilizzo per l’accesso ai servizi digitali è molto più limitato: nel 2023 gli accessi erano stati appena 36 milioni, mentre nel 2024 dovrebbero aver superato quota 60 milioni, una cifra comunque significativamente inferiore rispetto al miliardo rappresentato da SPID.

Chi controlla l’identità digitale degli italiani?

Come noto, la Cie è emessa dal Ministero dell’Interno e consente di accedere ai servizi online tramite tre livelli di autenticazione a sicurezza crescente. Per il rilascio c’è un costo fisso di 16,79 euro, con possibili maggiorazioni per costi di segreteria e diritti fissi in alcuni Comuni, mentre l’uso è gratuito.

Cie è gestita interamente dal settore pubblico, SPID è invece gestito da provider, principalmente privati, accreditati dall’Agenzia per l’Italia Digitale, che ha ideato e progettato il servizio. I costi per l’identificazione sono variabili, ma anche l’utilizzo di SPID era gratuito. Pochi giorni fa Infocert, uno dei principali provider in Italia, ha annunciato la fine della gratuità del proprio servizio SPID e l’introduzione del costo annuale di 5,98 euro da fine luglio, seguendo l’esempio di Aruba, che già a febbraio aveva deciso di renderlo a pagamento a partire dal secondo anno di utilizzo.

Bisogna ricordare che la possibilità, per i provider, di chiedere un canone ai cittadini era prevista fin dalla convenzione originaria del servizio e va anche detto che il 70% delle attuali utenze SPID è gestito da Poste Italiane, che non ha annunciato l’introduzione di costi. Allo stesso tempo, non passa inosservato il passaggio a pagamento di un servizio in precedenza gratis e a cui tantissimi si erano ormai abituati. Dietro l’introduzione dei costi ci sarebbe il ritardo nell’erogazione di un fondo da 40 milioni che il governo aveva stanziato a favore dei provider per sostenere i costi di gestione del servizio. Il finanziamento è stato approvato e i versamenti dovrebbero arrivare a breve, dando maggiore slancio a un servizio così diffuso.