Rifugiati Ucraina: l’Unione europea saprà gestire la crisi?

Chiara Esposito

27/02/2022

27/02/2022 - 11:39

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Milioni di sfollati per la guerra di Putin. Si parla già di crisi umanitaria, e dall’UE arrivano le prime inaspettate risposte di apertura. Ecco perché.

Rifugiati Ucraina: l'Unione europea saprà gestire la crisi?

La crisi dei rifugiati ucraini è cominciata.

Sono più di 150 mila i cittadini in fuga dalla guerra che si dirigono verso Stati come la Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia, la Moldavia e la Romania. A lanciare l’allarme è stato l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi.

In occasione del conflitto del 2014 circa 200 mila persone sono riuscite a raggiungere i Paesi dell’Unione Europea. Stavolta però l’UNICEF sostiene il numero di rifugiati complessivo potrebbero toccare i 5 milioni totali sul lungo periodo. Dietro queste cifre così diverse c’è la chiara differenza che si registra circa la portata del conflitto, la sua estensione territoriale e, non ultimo, il grado di distruzione che la guerra sta lasciando dietro di sé.

Come gestire quindi una crisi di questa portata al confine con l’Europa? I vertici dell’Unione stanno pensando ad un piano di redistribuzione e all’Italia spetterebbe il 13% dei rifugiati totali.

Facciamo quindi chiarezza sulla condizione attuale e sulle risposte degli leader che un tempo si definivano come i più intransigenti rispetto a qualsiasi arrivo.

Il punto della situazione al confine

La maggior parte dei rifugiati ucraini si troverebbe in Polonia, il confine più vicino. Il viceministro degli interni Paweł Szefernaker parla di 115 mila persone accolte in tre giorni. A differenza del caso dei siriani in Bielorussia, oggi i confini sono sì affollati ma si aprono le porte.

Andrei Ciurcanu, giornalista investigativo rumeno dell’organizzazione non-profit Rise project, parla per esperienza:

“Chi fugge sta puntando a qualunque frontiera sia la più vicina. In Polonia punti di controllo sono affollati, come in Ungheria”.

Già 35 mila persone infatti si sono dirette in Ungheria, Moldavia e Romania trovandovi riparo.

Guardando ai report del portavoce dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, possiamo dire che gli sfollati sono oltre 100 mila, ma a restare senza casa, secondo l’ambasciatrice americana all’Onu Thomas-Greenfeld, potrebbero essere fino a 5 milioni di persone.

In ogni caso si vedono per lo più donne e bambini perché gli uomini avvistati rischiano la denuncia per diserzione secondo la legge marziale ucraina che parla di obbligo militare per tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni. I rischi maggiori per chi ancora non si è messo in viaggio e non sa se riuscirà a partire invece sono le scorte di acqua, benzina e viveri, tre beni che iniziano già a scarseggiare, dopo solo quattro giorni dall’inizio del conflitto.

Occhio all’apertura di Orbán

L’Ungheria di Viktor Orbán apre la frontiera. Per ora sappiamo che i primi ucraini a cercare asilo sono passati per le città di Záhony e Beregsurány e il numero di persone entrate ammonta a 500.

Il Premier in un post pubblicato su Facebook, pubblicato dopo il colloquio con il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, ha spiegato che “l’Ungheria è un Paese in una situazione difficile, con 130 chilometri di frontiera con l’Ucraina” ma che “si occuperà dei rifugiati in modo appropriato”.

Nonostante le vecchie intese con Putin e l’ex politica “zero rifugiati”, l’Ungheria ha ufficialmente detto che non prenderà parte a questa guerra e soprattutto «non consentirà di esservi trascinata».

Le motivazioni sono di stampo difensivo, è palese:

“In questo contesto, deve essere garantita la sicurezza anche dell’Ungheria perché per noi questa è la considerazione più importante”.

Al termine del conflitto poi il governo aiuterà tutti a tornare a casa. Il tema dell’«invasione» tanto caro a Orbán non è poi del tutto dimenticato.

Salvini cambia idea: sì ai «veri rifugiati»

L’immagine canonica di Salvini è quella del leader intransigente sull’immigrazione e sugli sbarchi. Adesso però il celebre slogan «aiutiamoli a casa loro» non vale più, o meglio, viene meno viste le «condizioni specifiche» in cui si troverebbero i rifugiati ucraini che dovessero aggiungere il nostro Paese. Intervenendo al Senato dopo l’informativa di Mario Draghi Salvini ha detto:

“Mentre spesso si parla di guerre finte, questi profughi sono veri e scappano da guerre vere”.

Secondo il leader della Lega infatti l’Italia dovrebbe accogliere a “chi scappa da guerre vere, come questa in Ucraina” rimarcando la sensatezza delle ragioni di chi oggi si trova terrorizzato dalla minaccia di Putin (di cui però Salvini era strenuo sostenitore fino a poco tempo fa) a fronte della presunta invasione di chi arriva o arrivava invece da aree del mondo ben più distanti dalla penisola, sia geograficamente che culturalmente.

Insomma l’accoglienza dei migranti oggi ha senso ed è un tema che Salvini si appresta a intitolarsi, in un modo o nell’altro. Rivolgendosi al premier ha inoltre usato queste parole:

“Lei rappresenta un Paese che sul dialogo, l’equilibrio e la mediazione ha fondato la sua cultura. Quindi porti il nome dell’Italia nel nome del dialogo. A noi la guerra non piace mai”.

Di questo principio di «verità» tanto sventolata però non si conosco i parametri e gli avverbi come «mai» non valgono per chi fugge da Sudan, Somalia, Siria e Afghanistan. Quegli uomini e quelle donne non sono evidentemente all’altezza dei misteriosi standard di credibilità salviniani.

Europa al banco di prova: dichiarazioni e aspettative

La sfida più importante per l’Europa quindi è ora dare prova della “solidarietà di tutti gli europei” dichiarata a gran voce nei confronti di chi fugge dall’Ucraina.

Il timore di ritrosie di alcuni però continua a imperversare e ad arginarlo è il presidente della Francia, Emmanuel Macron, che parla ad Ansa:

“Questa crisi credo ricordi a chi ha fatto prova di minor solidarietà in crisi passate che è bene essere solidali”.

In tal senso l’analisi di Ciurcanu è la seguente:

"Non serviranno a nulla i confini disegnati su una mappa, i muri di cemento o le piccole dispute politiche. Non terranno al sicuro le nazioni, né le armi alla larga”.

La mobilitazione, secondo lui, non dovrebbe registrare così tanti intoppi per un motivo specifico: la minaccia non è solo una nuova guerra fredda, ma un vero attacco nucleare.

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