Le IPO — le Initial Public Offerings — rappresentano il debutto di un’impresa in Borsa, il momento in cui una società privata vende per la prima volta le proprie azioni al pubblico per raccogliere capitali e finanziare la crescita.
Sono spesso raccontate come il grande salto: un’impresa smette di essere “privata” e si apre al mercato, trasformando la crescita in una storia pubblica. Ma oggi quotarsi non è più una tappa naturale nel ciclo di vita aziendale.
E’ una scelta delicata, che espone a nuove opportunità ma anche a nuove fragilità. In un contesto dominato da tassi ancora alti, mercati nervosi e tensioni geopolitiche che cambiano l’umore degli investitori nel giro di poche settimane, la domanda non è più solo quanto capitale si può raccogliere, ma a quale prezzo e con quali conseguenze. Ha ancora senso puntare sul listino in questa fase?
E soprattutto: il mercato azionario è ancora uno strumento di sviluppo, o sta diventando un terreno troppo instabile per sostenere nuove quotazioni?
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I passi in sintesi della quotazione
Il percorso verso una IPO segue un processo strutturato che richiede in genere diversi mesi, spesso tra i 6 e i 12, a seconda della complessità dell’impresa e delle condizioni di mercato. Tutto inizia con una fase preparatoria interna, in cui la società rafforza la governance, organizza i bilanci secondo standard richiesti e definisce una strategia credibile di crescita. Successivamente vengono scelti gli advisor dell’operazione — banche d’investimento, legali e revisori — che accompagnano l’impresa nella due diligence e nella redazione del prospetto informativo, il documento ufficiale che descrive attività, rischi e obiettivi della quotazione. Dopo l’approvazione delle Autorità di Vigilanza e di Borsa Italiana, si apre la fase di marketing verso gli investitori (roadshow), durante la quale viene valutata la domanda e definito il prezzo delle azioni. Infine si arriva al collocamento vero e proprio ed al primo giorno di negoziazione sul mercato. La quotazione non rappresenta quindi un traguardo immediato, ma un processo graduale che trasforma profondamente l’impresa, rendendola più trasparente, esposta al giudizio del mercato e inserita in un nuovo equilibrio tra crescita e responsabilità.
Italia: numeri contenuti e con poche operazioni di peso
Il numero assoluto di IPO italiane tra il 2024 ed il 2025 è rimasto sostanzialmente invariato. Nel 2024, sui mercati gestiti da Borsa Italiana sono state registrate complessivamente 23 nuove quotazioni, delle quali 21 sul segmento Euronext Growth Milan (EGM), dedicato alle PMI, raccogliendo circa 170 milioni di euro, e 2 sul mercato STAR: SYS DAT (società informatica) che ha raccolto 33,6 milioni e Altea Green Power solo come market transfer da Euronext Growth Milan al segmento STAR. Nel 2025, invece, tutte le IPO originate sono state concentrate esclusivamente su EGM, con 22 nuove quotazioni e una raccolta complessiva di circa 126,2 milioni di euro.
Questa combinazione di numeri simili tra il 2024 ed il 2025 ma capitali raccolti più bassi nell’ultimo anno, insieme all’ assenza di nuove quotazioni sui segmenti più «prestigiosi» (come STAR o il mercato principale), evidenzia una fase meno dinamica del mercato IPO italiano. Questo non solo fa percepire una minor attrattività del listino per grandi operazioni, ma riflette anche un sentiment più prudente delle imprese e degli investitori, in un contesto macroeconomico caratterizzato da incertezza, tassi di interesse elevati e volatilità nei mercati globali.
Per il 2026 gran parte della pipeline pre-IPO europea — e quindi anche quella che potrebbe tradursi in quotazioni italiane o su piazze internazionali come Euronext — riguarda imprese tecnologiche. Nel programma pre-IPO IPOready 2026 di Euronext, che supporta oltre 160 aziende verso la quotazione, il 69% dei partecipanti proviene da settori Tech-related come tecnologia, media e telecomunicazioni (TMT), healthtech e cleantech. Questo dato indica una forte rappresentanza di aziende digitali e tech pronte a sbarcare sui mercati nel 2026, con potenziale impatto anche sugli elenchi italiani.
Europa: calo diffuso delle IPO, ma con segnali di ripresa sulle operazioni large cap
Il rallentamento delle IPO nel 2025 non è stato un fenomeno esclusivamente italiano, ma ha riguardato l’intero mercato europeo. Secondo report internazionali, il numero complessivo di quotazioni nel continente è sceso da circa 131 operazioni nel 2024 a poco più di 100 nel 2025, con un calo vicino al 24%, mentre anche la raccolta totale ha registrato una contrazione significativa. I dati AFME confermano che già nel primo trimestre 2025 la raccolta tramite IPO in Europa era diminuita di oltre un terzo rispetto all’anno precedente, segnalando una fase di debolezza generalizzata.
Tuttavia, a differenza dell’Italia, alcuni mercati europei hanno mostrato segnali di riattivazione nella seconda parte dell’anno, soprattutto grazie a operazioni di dimensione maggiore concentrate nei listini più solidi come Stoccolma e Zurigo o Londra e Francoforte. IPO di rilievo, come quella di Verisure (sistemi di allarme) a Stoccolma, Swiss Marketplace Group a Zurigo (una delle principali società europee di mercati online e piattaforme digitali) e Ottobock a Francoforte, produttore globale di protesi e tecnologie biomeccaniche, indicano che l’interesse dell’ investitore rimane presente quando l’offerta riguarda aziende di scala internazionale. Nel complesso, l’Europa continua però a soffrire un gap strutturale rispetto a Stati Uniti e Asia, sia per minore profondità dei mercati sia per l’incertezza macroeconomica e geopolitica, che ha spinto molte società a rinviare la quotazione. Il 2026 potrebbe rappresentare un anno di ripartenza solo se le condizioni finanziarie e la fiducia degli investitori torneranno stabilmente favorevoli.
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I fattori alla base del calo delle IPO
L’andamento negativo delle IPO in Italia e in Europa non è casuale, ma il risultato di un insieme di fattori strutturali, economici e psicologici che influenzano sia le aziende, sia gli investitori. Per le imprese, il principale motivo per considerare una quotazione resta l’accesso a capitale fresco: una IPO permette di raccogliere ingenti risorse in un’unica operazione, fondamentali per finanziare investimenti in ricerca e sviluppo, nuovi progetti, acquisizioni o ridurre il debito, soprattutto in settori ad alta intensità di capitale come tecnologia, healthcare o energie rinnovabili. La quotazione offre anche visibilità e credibilità sul mercato, oltre a strumenti come stock option per attrarre talenti, e aumenta la liquidità delle partecipazioni esistenti, permettendo agli azionisti di monetizzare più facilmente o utilizzare le azioni come “moneta di scambio” nelle operazioni straordinarie.
Tuttavia, i costi e i vincoli di una IPO sono oggi più pesanti che in passato.
Le spese per consulenze legali, banche d’affari, revisori contabili e per la gestione interna del processo sono elevate, così come gli obblighi di trasparenza, reporting trimestrale e controllo continuo che gravano sul conto economico. Inoltre, la diluzione del controllo e la pressione del mercato sulle performance trimestrali pongono i fondatori e i primi investitori in una posizione più vulnerabile, spesso in conflitto con strategie di lungo periodo non immediatamente redditizie. Accanto a questi fattori interni, la volatilità dei mercati azionari, i tassi di interesse elevati e l’incertezza geopolitica incidono direttamente sulla capacità di attrarre investitori e sulla stabilità del prezzo delle azioni: anche aziende solide possono vedere il proprio titolo crollare indipendentemente dai risultati operativi. Queste condizioni hanno reso il contesto delle IPO più selettivo e complesso, riducendo il numero di nuove quotazioni e spingendo molte imprese a rimandare o ripensare l’accesso al mercato, confermando che una IPO oggi non è solo una finestra di capitale, ma un percorso strategico delicato e condizionato da fattori esterni difficili da controllare.
Impatti sul mercato finanziario italiano
Il calo delle IPO ha effetti diretti e indiretti sul mercato finanziario italiano, accentuando alcune criticità strutturali. In primo luogo, riduce l’afflusso di nuove aziende quotate, limitando la diversificazione dell’offerta di titoli e la possibilità per gli investitori di partecipare a storie di crescita emergenti. Questo fenomeno può aumentare la concentrazione del mercato su società già consolidate, riducendo la liquidità complessiva e rendendo il listino più vulnerabile agli shock settoriali o macroeconomici. In secondo luogo, la scarsa attività di quotazione indebolisce l’attrattività della Borsa italiana rispetto ad altri mercati europei, con potenziali ripercussioni sugli investimenti esteri e sulla percezione di competitività del sistema finanziario nazionale. Infine, un minore numero di IPO può rallentare il ciclo di innovazione finanziaria, poiché molte startup e scale-up trovano più difficile raccogliere capitali pubblici, costringendole a dipendere esclusivamente da fondi privati o venture capital, con conseguente aumento del rischio di disallineamento tra capitale disponibile e progetti innovativi di lungo periodo. Complessivamente, questo andamento conferma la necessità di strumenti e politiche che sostengano la quotazione di nuove imprese e rafforzino la resilienza del mercato italiano in un contesto europeo sempre più competitivo.