Il crollo della quotazione del greggio degli ultimi 6 mesi circa può essere spiegata da un mix di fattori fondamentali, tecnici e geopolitici. Andiamo a scoprirli in dettaglio
Nella seconda parte dell’anno il prezzo del petrolio ha subito un rovinoso crollo sui mercati internazionali, passando dai top di metà giugno di 107,7$ ai minimi di area 63,7$ di inizio mese. Ma come ha fatto il greggio a perdere quasi fino al 70% del proprio valore in meno di 6 mesi? Gli analisti del comparto energetico hanno spiegato che il clamoroso sell-off sia stato provocato da un mix di fattori. Innanzitutto va ricordato l’inatteso boom della produzione americana di shale oil, che ha seguito a ruota quella dello shale gas.
Si tratta di tecniche di fratturazione idraulica abbinate alla trivellazione orizzontale, che hanno consentito alla prima potenza economica mondiale di produrre quasi 4 milioni di barili al giorno dal 2008 ad oggi. L’output degli USA ha superato quota 9 milioni di barili giornalieri, un record da oltre 30 anni. La rivoluzione dello shale oil ha messo Washington in competizione con giganti del calibro di Arabia Saudita e Russia. Inoltre le importazioni di petrolio dai paesi Opec si sono quasi dimezzate, tanto che gli USA ormai non comprano più il greggio dalla Nigeria per la prima volta in 30 anni.
Un altro elemento chiave che ha contribuito a far crollare la quotazione del petrolio è di matrice geopolitica. Dopo le sanzioni comminate all’Iran, l’export di Teheran si era praticamente dimezzato ma con effetti trascurabili sul prezzo proprio grazie al boom dello shale oil americano. Oggi in Medio Oriente e in Nordafrica la produzione di greggio è tornata su ottimi livelli. La turbolenta Libia, che ai tempi di Gheddafi riusciva a produrre 1,6 milioni di barili al giorno, è oggi in grado di mettere sul mercato fino a 900mila barili giornalieri, ovvero il triplo rispetto allo scorso anno. L’Iraq, nonostante la seria minaccia portata dai terroristi dell’Isis, ha visto crescere il suo output di petrolio a oltre 3 milioni di barili al giorno, il livello maggiore da 13 anni a questa parte.
Un’altra variabile fondamentale è quella degli sconti di listino che l’Arabia Saudita, principale produttore mondiale di petrolio, sta praticando soprattutto ai suoi clienti asiatici. Riyadh non ha alcun problema a mantenere i prezzi bassi, non avendo un grosso impatto sul bilancio statale. L’obiettivo dei sauditi è tagliare fuori dal mercato i competitor più pericolosi, quali la Russia e i produttori americani di shale oil. La sua linea è risultata vincente anche nell’ultimo meeting dell’Opec, durante il quale si è deciso di non tagliare l’output nonostate il crollo delle quotazioni.
Un elemento da non sottovalutare è poi la domanda globale di greggio. In Europa è da tempo molto fiacca a causa della recessione economica, mentre in Cina è palese il rallentamento dopo almeno dieci anni di crescita in doppia cifra percentuale. Sul mercato c’è troppo petrolio e ormai se ne consuma sempre meno. Secondo l’AIE nel 2014 la domanda mondiale di petrolio sarà la più bassa degli ultimi 5 anni. Infine non bisogna sottovalutare il ruolo della speculazione internazionale dietro il costante deprezzamento dei prezzi del greggio.
I grandi investitori istituzionali, come gli hedge funds e i Commodity Trading Advisors, stanno scommettendo forte sul proseguimento del crollo anche fino a valori che non si vedono ormai da inizio 2009 (il petrolio Wti toccò un minimo a 33,55$ al barile). Al Nymex di New York è boom di scommesse ribassiste con le opzioni aventi strike price 40$ al barile e scadenza dicembre 2015. Secondo quanto calcolato dal CME Group, queste opzioni sono addirittura quadruplicate nelle ultime due settimane per un ammontare che sfiora i 900mila barili.