Pasticcio green pass: così il Governo rischia di favorire i “furbetti”

Alessandro Cipolla

11 Agosto 2021 - 13:09

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Caos sul documento d’identità da mostrare insieme al green pass: una circolare del Viminale ha provato a fare chiarezza, ma gli interrogativi restano molti con i furbi che potrebbero essere favoriti.

Pasticcio green pass: così il Governo rischia di favorire i “furbetti”

Volendo scomodare Carlo Emilio Gadda, sui controlli in salsa italica del green pass si potrebbe parlare come di un pasticciaccio brutto, tanto che sulla questione è dovuto intervenire in tutta fretta il Ministero dell’Interno per cercare di mettere una proverbiale pezza.

Il buco in questione è quello spinoso delle verifiche all’interno dei locali: chi deve controllare il documento d’identità insieme al green pass e, soprattutto, quando deve essere mostrato?

Quando a partire dallo scorso 6 agosto il DPCM riguardante la stretta sul green pass è entrato in vigore, questi interrogativi si sono trasformati in una sorta di thriller tra proteste degli esercenti, linee guida modificate di colpo su un sito governativo e l’immancabile ridda di dichiarazioni tutte, ca va sans dire, contraddittorie rispetto ai dettami iniziali del provvedimento.

Il Viminale così in data 10 agosto si è visto costretto a redigere una circolare in cui sostanzialmente si esonerano gli esercenti dal dover controllare anche il documento d’identità, una decisione che però rischia di compromettere il buon funzionamento di uno strumento come il green pass.

Green pass e documento d’identità: storia di un pasticcio

Il green pass in Italia non è uno strumento spuntato fuori solo di recente, ma ha visto la luce nel DPCM del 17 giugno a termine di una discussione durata alcuni mesi. Soltanto adesso il Governo come ben noto ha deciso però di renderlo obbligatorio per accedere a tutta una serie di eventi e locali.

Per poter funzionare, oltre al green pass deve essere controllato anche il documento d’identità del cliente, per verificare che non si tratti di un code fasullo oppure “prestato” da un’altra persona.

Stando al DPCM del 17 giugno, ma i dettami sono stati confermati anche in quello entrato in vigore dal 6 agosto, “l’interessato, su richiesta del verificatore, esibisce un proprio documento di identità in corso di validità ai fini della verifica di corrispondenza dei dati anagrafici presenti nel documento con quelli visualizzati dall’App”.

Per verificatori in questo caso vengono intesi non solo le Forze dell’Ordine, ma anche gestori e lavoratori dei locali. Una linea guida che però non è piaciuta per nulla agli esercenti, poco desiderosi di sostituirsi ai pubblici ufficiali.

Il colpo di scena arriva però il 9 agosto, quando a SkyTg24 viene mostrato come nel sito dcg.gov.it, quello predisposto appositamente dal Governo per il green pass, sia stata modificata la parte riguardante i controlli.

La nuova dicitura recita così che “ai verificatori basta inquadrare il QR Code della certificazione verde Covid-19, che si può esibire in formato cartaceo o digitale, e accertarsi della validità e dei dati identificativi”.

Sempre il 9 agosto, durante una conferenza stampa Luciana Lamorgese ha dichiarato che “i titolari non potranno richiedere la carta d’identità”, aggiungendo poi come “la regola è che venga richiesta la presenza del green pass senza il documento perché, è stato detto giustamente, non essendo pubblici ufficiali non va richiesto”.

Immediatamente scoppia il caos, viste le modifiche apportate sul sito e le parole del ministro dell’interno sostanzialmente in contraddizione rispetto a quanto indicato nel DPCM. Il giorno dopo ecco arrivare la circolare del Viminale.

I gestori dei locali pubblici sono obbligati a chiedere il green pass ai clienti, ma non il documento di identità - viene spiegato nella circolare - Possono però farlo in caso di palese violazione”.

Per quanto riguarda le multe invece “qualora si accerti la non corrispondenza fra il possessore della certificazione e l’intestatario della medesima, la sanzione si applica solo all’avventore, laddove non siano riscontrabili palesi responsabilità a carico dell’esercente”.

In sostanza dopo questa circolare il gestore di un locale può richiedere la verifica del documento d’identità solo in caso di una “palese violazione”, per esempio un uomo che mostra il green pass di una donna oppure un giovane di una persona anziana.

Cosa succede ora?

Tutto risolto dopo la circolare del Viminale? Non proprio, visto che non solo rimangono diversi dubbi da parte degli esercenti, che rischiano comunque una multa se non hanno chiesto un documento d’identità di fronte a una palese violazione, ma c’è il rischio anche di annacquare lo strumento del green pass.

In un momento in cui sono ancora circa 16 milioni gli italiani che non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino, con il mercato dei green pass falsi che già prolifera, tutti i controlli sostanzialmente vengono circoscritti ai pubblici ufficiali.

Insieme alla circolare, il Ministero dell’Interno ha così annunciato una intensificazione dei controlli da parte delle Forze dell’Ordine, ma i blitz resteranno sempre a campione. Per farla breve, a un no-vax basterà sostanzialmente farsi mandare la foto del green pass da un suo coetaneo per entrare in palestra o sedersi al chiuso in un ristorante.

Gli esercenti più scrupolosi adesso potrebbero essere meno propensi a richiedere il documento d’identità insieme al green pass, visto che non è ben chiaro anche quando è in diritto di fare tale richiesta.

Un pasticcio che poco si addice all’etichetta dei “migliori” affibbiata a questo Governo: se l’intento della stretta sul green pass è quello di aumentare le prenotazioni per il vaccino, di certo non è allentando le maglie del provvedimento che si può pensare di raggiungere tale scopo.

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