Mercati: cosa aspettarsi dopo il risultato delle Elezioni USA in 6 grafici

6 grafici mostrano quali sono le possibili dinamiche che si attiveranno in risposta al risultato delle elezioni statunitensi e alla proclamazione del vincitore tra Trump e Biden.

Mercati: cosa aspettarsi dopo il risultato delle Elezioni USA in 6 grafici

Archiviato anche il secondo dibattito presidenziale, ora l’America comincia davvero il conto alla rovescia verso il voto del 3 novembre. Con molte incognite, fra cui quella dei tempi per avere un risultato certo. E accettato.

Se infatti la politica ha i suoi riti e le sue prerogative, il mercato opera su piani differenti. Paradossalmente, chi esca vincitore dalle urne passa in secondo piano: l’importante è sapere che qualcuno abbia vinto. E in tempi brevi.

E qui la questione si complica, innescando un trend di tensione sulla volatilità che potrebbe portare con sé qualche scossone fra la data del voto e l’Inauguration day del 20 gennaio 2021, giorno del giuramento e del conseguente insediamento del nuovo Presidente.

Ne è certo, ad esempio, il 61% degli interpellati dell’ultimo sondaggio di Bank of America fra i gestori di fondi Usa, a detta dei quali il risultato del voto sarà comunque contestato, come mostra la tabella.

Fonte: Bank of America

D’altronde, Donald Trump ha più volte avanzato il sospetto di brogli e minacciato conseguenze in caso di sconfitta alle urne che ritenesse figlia legittima degli stessi. Eccesso verbale e social da campagna elettorale? Quasi certamente. Resta il fatto che stiamo parlando di un Paese in cui le armi sono pane quotidiano e in cui la cronaca recente ha dimostrato come il loro utilizzo in contesti differenti da quelli contemplati dal Secondo Emendamento sia tutt’altro che raro o peregrino.

E al centro dei timori per una possibile coda polemica o addirittura violenta al 3 novembre c’è il voto postale, un’opzione molto diffusa e condivisa in tempo di Covid e che, infatti, ha visto già oggi 47 milioni di americani aver espresso in anticipo il loro voto.

E qui subentra un discrimine fondamentale: stando a un recente sondaggio condotto per conto da Wall Street Journal e Nbc, infatti, il 47% dei supporter di Joe Biden sceglieranno questa modalità di voto, mentre l’86% dei sostenitori di Donald Trump - forse in ossequio all’atteggiamento «dubbioso» del Presidente verso il virus - intendono votare di persona ai seggi.

Quindi, la recente sentenza della Corte suprema che ha bocciato il ricorso dei Repubblicani e giudicato valido il voto postale in uno Stato-chiave come la Pennsylvania già opera come elemento di ulteriore destabilizzazione. Perché proprio quello Stato, insieme a un altro battleground State come il Wisconsin, non consente per legge l’apertura dei plichi prima del giorno stesso del voto, prerogativa che a detta di tutti gli analisti potrebbe portare a notevoli ritardi nel conteggio. E, quindi, potenzialmente nella proclamazione finale.

Nemmeno a dirlo, una manna per chi volesse intorbidire le acque con sospetti più o meno velati. Ma quanto peserà questo surplus di volatilità sui mercati? Parecchio. E lo certificano plasticamente questi tre grafici (PUBBLICA QUI I GRAFICI ELECTION_RALLY, GOLDMAN_VOLATILITY E BOFA_VOLATILITY),

Fonte: Deutsche Bank

Fonte: Goldman Sachs

Fonte: Bank of America

Il primo mostra come da uno studio di Deutsche Bank si possa desumere e prezzare un trend storico di rally azionario subito dopo il voto e la proclamazione del vincitore. Ma sono le altre due immagini, contenute rispettivamente in report ad hoc di Goldman Sachs e Bank of America, a sottolineare la particolarità della campagna elettorale in atto e l’alta probabilità che quella consuetudine non venga rispettata.

La volatilità, infatti, è prevista sugli attuali e relativamente alti livelli per un periodo prolungato di tempo rispetto alla data del voto, appunto fino alla fine di gennaio quando la partita sarà definitivamente chiusa e la nuova amministrazione insediata. Quasi tre mesi di incertezza extra, potenzialmente tutto lavoro in più per una Fed che potrebbe essere giocoforza chiamata in causa per placare tensioni e criticità correlate. Quali, ad esempio? Una su tutte.

Particolarmente legata proprio all’operatività della Banca centrale.

Fonte: Bloomberg/Zerohedge

Come mostra questo grafico, la dinamica di tensione politica riversata sul mercato equity dall’incertezza elettorale è già prezzata dal Vix, in area 30 e destinato a rimanere in quel bound almeno per altri due mesi. Chi invece non ha finora fatto un plissè è l’indice di volatilità del credito, piantato a livelli di pressoché nirvana. E sempre più analisti, a mezza bocca e a bassa voce, cominciano a prospettare uno sviluppo di questa discrasia: something has to give.

Chi opererà però da driver del re-couple, del ritorno alla correlazione storica e all’andamento in tandem? Sarà la volatilità azionaria a smentire le fosche previsioni di Goldman e BofA, rientrando nei ranghi prima del tempo grazie a un esito del voto chiaro e accettato senza strappi? Oppure sarà il reddito fisso a vedere schizzare in alto il suo indicatore della paura, sintomo che tassi ufficiali e tassi reali cominciano realmente a confliggere fra loro?

In effetti, stante i rendimenti ultra-bassi e la continua crescita del tasso di default corporate negli Usa, un outlook così sanguigno per il credito non appare particolarmente credibile, quantomeno a livello meramente teorico. La volatilità equity è infatti sideralmente lontana da dove si trovava a gennaio, mentre quella del credito è rimasta pressochè immobile. Appunto, something has to give. Tanto più che, al netto di un backstop della Fed che tutti ritengono pronto a rientrare in campo in grande stile in caso di apparizione concreta di un tail risk da qui a tre settimane (voto contestato, appunto oppure una seconda ondata in stile europeo che vada a colpire gli Usa e la loro economia con nuovi lockdown), resta il fatto che lo spazio per una qualche mossa significativa e inattesa del mercato resta aperto. Soprattutto, alla luce di quella discrasia di prezzatura insita negli indici di volatilità. Insomma, territori inesplorati. Persino per un Paese come gli Usa, capaci di sconvolgere il mondo con la sorpresa presidenziale del 2016.

E per concludere, attenzione a sottovalutare il silenzioso e diplomatico posizionamento che Wall Street potrebbe scegliere definitivamente da qui al 3 novembre. Questo ultimo grafico mostra infatti un trend finora poco discusso ma sempre crescente a livello di magnitudo.

Fonte: Dealogic

Se i proxies servono davvero a qualcosa a livello di valutazione comparativa, ecco che il dato reso noto da Dealogic assume valore tutt’altro che trascurabile come elemento di studio: nel terzo trimestre di quest’anno, infatti, le vendite di compagnie Usa hanno totalizzato la cifra record di 253 miliardi di dollari, il quintuplo dei tre mesi precedenti e su del 51% rispetto al medesimo periodo del 2019. Questo nonostante la pandemia abbia soppresso e non poco le valutazioni corporate in diversi settori chiave.

Tradotto? L’America teme l’aumento della tassazione sul capital gain promesso da Joe Biden in campagna elettorale. Forse, più del Covid. E anche del Vix in area 30.

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