Lavoro nero: selfie per incastrare il capo. Ecco come

Lavoro nero: un selfie ha permesso a un lavoratore irregolare di incastrare il datore di lavoro e vincere la causa in tribunale. Vediamo come.

Lavoro nero: selfie per incastrare il capo. Ecco come

Lavoro nero: un selfie per incastrare il capo e dimostrare l’irregolarità del rapporto subordinato. Come sia possibile lo chiarisce la vicenda di un pizzaiolo lavoratore in nero e di una sentenza del Tribunale di Ferrara che ha permesso di incastrare il datore di lavoro inadempiente.

Il lavoratore in nero ha potuto così vincere la causa per un rapporto di lavoro subordinato che si è protratto per anni senza un regolare contratto grazie a un selfie con un orologio alle spalle dello stesso sul luogo di lavoro.

In questo caso uno strumento come lo smartphone che fa parte della vita di tutti i giorni, spesso molto criticato, ha permesso di far rispettare la legge e i diritti del lavoratore. Vediamo come un selfie di chi lavora in nero può incastrare il capo.

Lavoro nero scoperto con selfie: la vicenda

Il lavoro nero scoperto con un selfie. La vicenda di un pizzaiolo irregolare dimostra come con la tecnologia sia possibile incastrare il capo e vincere una causa davanti al giudice.

Un lavoratore, un pizzaiolo, per 4 anni ha lavorato in nero e ha fatto causa al datore di lavoro per avere il riconoscimento del rapporto subordinato.

Allo stesso tempo il datore di lavoro ha negato che il dipendente stesse lavorando in nero affermando al contrario che veniva chiamato per lavorare poche ore serali, non superiori a 2, e remunerato mediante voucher.

Dalla sua il pizzaiolo aveva le testimonianze non solo degli amici che lo avevano visto più volte al lavoro, ma anche dell’aiuto cuoco. Inoltre, tra le prove schiaccianti i selfie con l’orologio alle spalle del lavoratore in nero a dimostrazione della sua presenza sul luogo di lavoro.

A nulla sono valse le scuse del capo in questione. Vediamo cosa dice la sentenza del giudice del Tribunale di Ferrara in merito.

La sentenza sul lavoro nero che valida il selfie

Il giudice del Tribunale di Ferrara con la sentenza numero 4 del 7 febbraio 2020 ha reso valida la prova del selfie con l’orologio alle spalle del lavoratore in nero che denuncia il suo capo.

Infatti il selfie con l’orologio, pur non dimostrando l’orario di lavoro, dimostrava la presenza del lavoratore alla sua postazione nel periodo in cui non era stipulato un regolare contratto di lavoro subordinato.

Il titolare ha provato a difendersi dicendo che nessun selfie ritraeva il pizzaiolo al lavoro e che in alcune foto era addirittura in abiti civili. Per il giudice invece il selfie con l’orologio dimostra che il pizzaiolo era al lavoro e l’orario, oltre la mezzanotte, segnato dallo stesso non faceva altro che smentire il titolare che sosteneva al contrario che il rapporto occasionale retribuito con i vaucher avvenisse sempre tra le 19 e 30 e le 21 e 30, mai oltre.

Questa sentenza dimostra come la tecnologia sia sempre più presente anche nelle sentenze tra lavoratori e datori di lavoro. Come abbiamo visto ora per il lavoro nero e il selfie che sbugiarda il datore di lavoro, lo stesso può accadere, a parti inverse, con la validità dei licenziamenti su Whatsapp.

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