C’è una guerra che viene completamente ignorata dai media ed è il conflitto in Somalia, che rimane un teatro di guerra dimenticato, nonostante l’importante impegno degli Stati Uniti.
L’US Africa Command (Africom) ha confermato che, a partire da gennaio e fino a luglio, gli Stati Uniti hanno condotto 51 attacchi aerei nel paese, un ritmo che segna un raddoppio rispetto all’anno precedente e che potrebbe superare il record di 63 strike stabilito nel 2019 dall’amministrazione Trump.
Gli ultimi attacchi hanno colpito un affiliato dell’ISIS nella regione del Puntland, a sud-est di Bossaso, ma il conflitto continua a ricevere scarsa attenzione dai media americani, relegandolo a una “guerra invisibile”.
L’escalation degli attacchi aerei
Gli attacchi aerei, concentrati nel Puntland contro l’ISIS-Somalia, sono parte di una campagna che ha visto 43 strike nei primi cinque mesi dell’anno, secondo il think tank New America. Due attacchi specifici, condotti il 26 gennaio, hanno preso di mira nascondigli di militanti nelle montagne di Cal Miskaad, in coordinamento con le operazioni di “bonifica” delle forze di sicurezza del Puntland contro i resti dell’ISIS. AFRICOM non ha fornito dettagli su vittime o danni collaterali, una prassi che rende difficile valutare l’impatto di queste operazioni, specialmente sui civili. Antiwar.com ha richiesto informazioni sulle vittime, ma non ha ancora ricevuto risposte.
Questo ritmo accelerato riflette la strategia dell’amministrazione Trump, che, nonostante le promesse elettorali del 2024 di porre fine alle “guerre senza fine”, ha intensificato le operazioni in Somalia da quando si è insediata. Il 1° febbraio 2025, Trump ha annunciato su X un attacco contro leader dell’ISIS nascosti in caverne, definendoli una minaccia per gli Stati Uniti. Durante il suo primo mandato (2017-2021), gli USA hanno condotto 219 attacchi aerei in Somalia, superando di gran lunga i 50 sotto Bush e Obama. Nel 2025, il ritmo attuale suggerisce che il totale potrebbe superare il record del 2019.
Al-Shabaab e ISIS-Somalia: una doppia sfida
Gli Stati Uniti combattono due gruppi principali: al-Shabaab, affiliato ad al-Qaeda, e l’ISIS-Somalia, un gruppo più piccolo nato nel 2015 come scissione di al-Shabaab. Nel Puntland, le forze locali, sostenute dagli USA, stanno affrontando l’ISIS nelle montagne di Cal Miskaad, dove i militanti usano nascondigli per le loro famiglie. Parallelamente, al-Shabaab ha compiuto significativi progressi contro il governo federale di Mogadiscio, catturando una città nella regione di Hiraan a gennaio 2025. Somali media hanno riportato che le forze governative, supportate da “partner internazionali” (probabilmente AFRICOM), hanno ucciso 15 combattenti di al-Shabaab in Hiraan, mentre altri 50 sarebbero stati eliminati in Jubaland tra il 27 e il 30 giugno.
La minaccia di al-Shabaab ha spinto alcuni funzionari del Dipartimento di Stato a proporre, il 10 aprile 2025, la chiusura dell’ambasciata USA a Mogadiscio per il rischio che la capitale cada in mano al gruppo. Tuttavia, figure come Sebastian Gorka, alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, hanno sostenuto un’escalation militare per sostenere il governo, una linea che sembra aver prevalso.
Un intervento controverso
L’intervento USA in Somalia ha radici controverse. Il disastro del 1993, noto come “Black Hawk Down”, portò al ritiro delle truppe americane, ma dopo l’11 settembre 2001, la Somalia divenne un teatro chiave della “guerra al terrore”. L’invasione etiope del 2006, sostenuta dagli USA, destabilizzò il paese, favorendo l’ascesa di al-Shabaab, nato come costola radicale dell’Unione delle Corti Islamiche. Gli attacchi aerei USA, iniziati nel 2007, si sono intensificati con i droni dal 2011. Nel 2017, Trump ha allentato le restrizioni sulle operazioni, designando parti della Somalia come “aree di ostilità attive”, consentendo regole di ingaggio più permissive.
Secondo Abukar Arman, analista somalo interpellato da Al Jazeera, questa strategia serve a giustificare interessi geopolitici americani nel Corno d’Africa e a favorire lo sfruttamento economico, più che a promuovere la stabilità. Jethro Norman, ricercatore del Danish Institute for International Studies, sottolinea che l’approccio di Trump combina “alta potenza di fuoco, bassa supervisione e scarso rischio politico interno”, rendendo la Somalia un palcoscenico per dimostrare forza senza un reale impegno per la pace.
La presenza in Africa (contro Cina e Russia)
La Somalia serve gli Usa per mantenere un piede in Africa e contrastare così l’avanzata di Russia e Cina nel continente. Tant’è vero che, nei mesi scorsi, il governo della Somalia ha offertoagli Stati Uniti il “controllo operativo esclusivo” sui porti strategici del Golfo di Aden, come Berbera e Bosaso, nel tentativo di impedire a Washington di riconoscere le regioni separatiste di Somaliland e Puntland. In una lettera del 16 marzo indirizzata al presidente Donald Trump, il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha proposto l’accesso a queste risorse strategiche per rafforzare l’impegno americano nella regione e contrastare la presenza di competitor esterni, nonostante Mogadiscio non controlli effettivamente questi siti, che considera parte del proprio territorio sovrano.