La crisi della Francia mette fine alle illusioni europee

Guido Salerno Aletta

20/10/2025

Crisi sistemica della Francia: debito record, instabilità politica e fine dell’asse franco-tedesco mettono in discussione l’unità europea e il futuro stesso dell’euro.

La crisi della Francia mette fine alle illusioni europee

Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma alla Francia questa Europa non serve più.

L’asse franco-tedesco, su cui si è fondata la nascita dell’Europa e che ha rappresentato finora la guida politica e strategica del Continente, resiste solo per una convenienza strategica: continuare ad ogni costo il sostegno all’Ucraina nella guerra iniziata dalla Russia nel 2022 è il solo modo per rimanere unita. La tendenza all’espansione non riesce a bilanciare le tensioni interne e dunque si deve ricorrere alla strategia del “nemico esterno”, la Russia per tenere serrate le fila.

La Germania, a sua volta, sta sprofondando in una crisi sistemica, industriale, politica e sociale: l’industria dell’auto è distrutta, i costi energetici sono alle stelle e tutto il teatro viene tenuto in piedi dal colossale attivo di oltre tremila miliardi di euro accumulati in vent’anni di mercantilismo che ha sfruttato l’euro per imporsi.
L’Unione europea non ha più alcun collante politico al suo interno, ed in più si sta riaprendo lo storico conflitto per l’egemonia che contrappone la Polonia agli Stati della Mittle Europa: dall’Austria neutrale e silente, all’Ungheria, alla Slovacchia ed alla Repubblica Ceca. Per non parlare, ai confini, della Serbia.

In questo scenario si colloca la crisi di bilancio della Francia, una crisi che va iscritta in una dinamica crescente del debito pubblico, arrivato al 117%, e ad una posizione internazionale finanziaria netta passiva per oltre 670 miliardi di euro, la peggiore dell’Eurozona, che deriva dall’accumulazione di passivi commerciali strutturali.
È una crisi sistemica, sociopolitica: c’è un problema di deficit pubblico fuori controllo, visto che quest’anno si chiuderà al 5,4% del PIL; c’è il rifiuto generalizzato della riforma pensionistica che nel 2023 ha elevato da 62 a 64 anni l’età minima, la cui sospensione è stata promessa dal neo costituito secondo governo Lecornu per assicurarsi almeno l’astensione del Partito Socialista; c’è la mancanza di una maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale sin dalla primavera del 2022, da quando il Presidente Emmanuel Macron venne rieletto ma senza ottenere l’enorme successo per la sua formazione politica come era avvenuto nel 2017, che rende estremamente difficoltosa l’attività dei governi che si sono succeduti da allora.

Ed è eloquente il silenzio della Commissione europea, sempre pronta a bacchettare gli Stati che non sono in regola con i conti pubblici: sa benissimo che, se solo provasse a forzare la mano, si troverebbe di fronte ad un rifiuto totale, ad un categorico non possumus!
Sullo sfondo c’è infatti la sinistra comunista francese di ispirazione internazionalista, guidata da Jean-Luc Mélenchon, e la destra sovranista ed identitaria del Rassemblement National fondato da Marine Le Pen che risulta sempre in testa ai sondaggi: andare alle elezioni, per la maggioranza centrista che governa in Francia, è un rischio esistenziale.
Sono i grandi creditori internazionali, in primo luogo la Germania, che non hanno alcun interesse a mettere in crisi il debito pubblico francese: non è casuale il fatto che lo spread si sia addirittura ridotto dopo la bocciatura della mozione di censura presentata contro il governo Lecornu.

Troncare e sopire”: una crisi conclamata della Francia sarebbe destabilizzante per l’euro, ed anche l’idea di far intervenire il MES avrebbe conseguenze negative sul mercato.
La Francia paga le troppe illusioni che ha perseguito nei decenni.
Innanzitutto, quella di poter continuare a prosperare nonostante la Riunificazione della Germania, un colosso che già la metteva in difficoltà col Marco che dominava la politica monetaria del Continente.
La stessa mancata svalutazione del Franco, dopo l’attacco speculativo che aveva preso di mira anche la Sterlina e la Lira, fu un’altra illusione: quella di essere un Paese forte come la Germania, mentre era stato solo grazie alla Bundesbank che aveva resistito. Fu un errore clamoroso, un atto di presunzione pagato duramente, perché da allora i suoi conti con l’estero virarono strutturalmente in rosso.

L’errore di presunzione fu ripetuto con la moneta unica, che fu introdotta pretendendo dalla Germania l’abbandono del Marco: fu la Germania ad estendere con violenza la propria costituzione monetaria al resto del Continente e non a perdere il privilegio che aveva sempre avuto con una moneta stabile, bassa inflazione e tassi di interesse esigui.
L’assenso dato all’estensione dell’Unione europea a Nordest, ai tanti Paesi dell’ex URSS, fu un altro autogol: mentre la Germania li trasformava in sub-fornitori della sua industria ed in importatori netti delle sue merci, utilizzando per queste finalità i cospicui aiuti erogati dall’Unione, anche la Francia continuava ad essere un contributore netto del bilancio europeo, ma a tutto vantaggio della Germania.

Ma l’illusione più grande è stata quella degli anni 2010-2012, quando il Presidente Sarkozy e la Cancelliera Merkel obbligavano i Paesi dell’Europa periferica – dalla Grecia alla Spagna, ed all’Italia – a ridurre drasticamente il loro tenore di vita per rimanere nell’euro. Certo, c’erano i grandi crediti delle banche francesi e tedesche da tutelare, ma in fondo l’adesione all’euro era diventato un vincolo pesantissimo anche per la Francia.
Ora che i nodi sono venuti al pettine anche per la Francia, nessuno ha interesse a far saltare l’euro: gli USA hanno troppi problemi aperti, ed i BRICS vedrebbero il collasso della moneta europea come un puntello indiretto allo strapotere del dollaro.

La crisi fiscale della Francia ha ragioni storiche, istituzionali e politiche profonde: in queste condizioni politiche, non si risolve né aumentando le tasse, né tagliando le spese. Solo nuove elezioni potranno delineare una maggioranza centrista forte che consenta di imporre pesanti sacrifici come è stato fatto in tanti altri Paesi, ovvero una linea strategica alternativa che delinei uno smantellamento controllato dell’Unione europea e dell’euro, che rimarrà una valuta complementare rispetto al ritorno delle monete nazionali.
Saranno in ogni caso tempi durissimi, rivoluzionari.