Intimiditi dalla minaccia di uno schiacciante intervento della Banca Centrale Europea se i tassi sui titoli italiani dovessero andare troppo lontano, trader e investitori stanno ancora spremendosi le meningi per la preoccupazione relativa all’incertezza politica in Italia.
Tale incertezza dura ormai dalle elezioni di febbraio ed è stata quanto mai evidente nel periodo che ha preceduto l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica che inizia proprio oggi.
Sì, ma il governo?
Il risultato di questa elezione conta, eccome. Anche se quello del capo di Stato italiano è spesso decritto come un ruolo prettamente cerimoniale, i poteri del quale lui (non c’è mai stata una lei) viene investito sono cruciali. Sta al Presidente, infatti, decidere quando sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni e a chi affidare il compito di formare un nuovo governo.
Dalle ultime elezioni, non è emerso nessun partito o alleanza che detenga la maggioranza della nuova legislatura. Peggio, la bilancia del potere è detenuta dal Movimento 5 Stelle (M5S) i cui leader, l’ex comico Beppe Grillo e l’IT wizard (il mago della tecnologia) Gianroberto Casaleggio, rifiutano qualsiasi tipo di alleanza con i partiti tradizionali.
Alcuni italiani sperano che, in modo quasi alchemico, il nuovo presidente possa superare le aritmetiche impossibili ed evocare l’esistenza di un governo stabile, senza che si torni alle urne.
Bersani: posizioni scomode
In parlamento, l’iniziativa (ma non il potere decisionale) è detenuta da Pier Luigi Bersani, leader del Partito Democratico (PD) di centro-sinistra. Il PD è il più grande partito del collegio elettorale (composto da membri di entrambe le camere e rappresentati delle regioni) che sceglierà il nuovo capo dello stato. Ma c’è un cammino molto lungo prima di arrivare ai due terzi dei voti, necessari per ottenere un risultato nei primi turni.
Al suo arrivo al voto, due considerazioni peseranno su Bersani. Una è certamente l’urgenza di dimostrare che la frammentata politica italiana può conseguire un successo, almeno su un fronte. Sono passati quasi due mesi dalle elezioni e il paese è ancora guidato, su una base di custodia, da una amministrazione di tecnici guidati da Mario Monti, insediato nel novembre 2011.
Il modo più semplice per giungere ad un risultato veloce sarebbe quello di trovare un accordo con il partito conservatore del Popolo della Libertà (PDL) di Silvio Berlusconi. Bersani e Berlusconi hanno discusso, esistono candidati accettabili da entrambe le parti. Un vecchio primo ministro Socialista, Giuliano Amato ed un ex-Comunista, Massimo D’alema, sono candidati altamente considerati dalla destra.
Beppe Grillo e il «suicidio della Repubblica»
Tuttavia, entrambi sono simbolo di un sistema politico che il M5S si prefigge di distruggere. Se venisse eletto uno dei due, tale eventualità comporterebbe la chiusura definitiva di una possibile intesa futura tra il centro sinistra e il nuovo movimento anti-classe politica arrivato in parlamento.
Una terza possibilità è rappresentata Franco Marini, ex sindacalista meno associato con «l’istituzione».
Ma Beppe Grillo ha usato il suo blog sper avvisare che qualsiasi accordo tra i due partiti più grandi del paese per imporre un candidato concordato a tavolino sarebbe un vero «suicidio della Repubblica».
L’idea originale di Bersani era quella di formare un governo di minoranza con un programma che M5S avrebbe potuto supportare. Anche se a malincuore ha dovuto riconoscere il fallimento, ma l’idea ha ancora una certa attrattiva su Bersani. Inoltre, salverebbe il centro-sinistra dall’imbarazzante accordo, seppur breve, con un Berlusconi ormai contaminato dagli scandali.
La soluzione dell’Economist
Dopo il terzo voto, i voti di centro-sinistra, insieme a quelli del M5S (o anche di un manipolo di ribelli dal movimento) sarebbero sufficienti perché a quel punto basterebbe un supporto che superi la metà degli elettori.
Ma il M5S insiste su un candidato che non ha mai avuto a che fare con i partiti tradizionali (Stefano Rodotà) e, inoltre, le elezioni online hanno tirato fuori il nome di una giornalista investigativa (Milena Gabanelli) che ha rifiutato.
Il modo più semplice per venirne fuori sarebbe un accordo del centro sinistra con la modesta «banda» di Monti, 70 o meno legislatori nazionali e delegati regionali.
Ma alle elezioni presidenziali in Italia, condotte a scrutinio segreto, le soluzione ovvie non sempre sono quelle che producono risultati.
| Traduzione italiana a cura di Federica Agostini | Fonte: The Economist |