Fondo tesoreria e TFR: tre considerazioni che mettono la “pelle d’oca”

Il Fondo di Tesoreria istituito dal Governo Prodi nel 2007 elimina un’importante fonte di autofinanziamento per le imprese esponendole a una doppia uscita di cassa

Fondo tesoreria e TFR: tre considerazioni che mettono la “pelle d'oca”

Le giovani generazioni dovranno fare i conti con una brutta rogna che si chiama Fondo Tesoreria, istituito dalla legge finanziaria del 2007. Si tratta di un fondo istituito presso l’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale), dove confluiscono i trattamenti di fine rapporto dei dipendenti d’imprese con oltre 49 addetti che hanno scelto di mantenere il loro TFR in azienda.

L’istituzione del Fondo di Tesoreria è stata un’invenzione del Governo Prodi e dei ministri dell’epoca Damiano (Lavoro) e Ferrero (Solidarietà sociale). Il Fondo risale al 2007 quando l’allora Governo Prodi, anticipando l’entrata in vigore del D.lgs. n. 252/2005, pensò di strappare definitivamente alle imprese con oltre 49 addetti il trattamento di fine rapporto non destinato alla previdenza complementare.

In un primo momento il Fondo di Tesoreria, di fatto un fondo statale, era finalizzato a finanziare le grandi opere e le infrastrutture. Successivamente, in ai nefasti sviluppi della crisi finanziaria sopravvenuta dopo il 2008, le risorse del Fondo di Tesoreria sono state indirizzate verso il finanziamento delle spese correnti dello Stato. In sostanza, le risorse affluite al Fondo Tesoreria sono destinate a esigenze di finanza pubblica del tutto distinte da quelle previdenziali.

In questo modo le imprese con oltre 49 addetti hanno dovuto dire addio alla funzione di fonte interna di autofinanziamento del TFR: quando i lavoratori decidono di aderire alla previdenza complementare il TFR finisce nella forma pensionistica prescelta, in caso di mancata adesione il TFR finisce comunque fuori dalle casse aziendali per andare a rimpinguare il Fondo Tesoreria.

Una prima considerazione

Un primo aspetto che lascia a dir poco perplessi è chi deve farsi carico dell’eventuale liquidazione del TFR confluito al Fondo Tesoreria. La logica direbbe che sia lo stesso Fondo che ha ricevuto il TFR a onorare la richiesta ma non è così perché le imprese versano periodicamente il TFR al Fondo e quest’ultimo, al momento della richiesta di liquidazione, restituisce i soldi alle imprese per poter liquidare il TFR al lavoratore.

Viene dunque da domandarsi il perché di questa partita di giro. Il tornaconto c’è, ed è questo: nel frattempo che il lavoratore è occupato il TFR versato dalle imprese può essere impiegato in diverse finalità. Il vero problema è che per rendere possibile tutto ciò il Fondo è assoggettato al sistema della ripartizione. Funziona cioè come la previdenza pubblica: i lavoratori attivi finanziano le prestazioni ai lavoratori che cessano l’attività.

A differenza del sistema previdenziale pubblico che non ha teoricamente una fine, il Fondo Tesoreria è destinato, prima o poi, a esaurirsi se è vero che ci sarà un decollo della previdenza integrativa. Se così fosse e un giorno il Fondo dovesse chiudere i battenti (ipotesi: tutti i lavoratori aderiscono alla previdenza complementare) chi pagherà il TFR intanto maturato presso il Fondo se non ci saranno più lavoratori attivi?

L’allarme è stato lanciato più volte dalla Corte dei Conti che ha evidenziato come il Fondo Tesoreria si traduca in un crescente debito a carico delle finanze pubbliche per fronteggiare le future prestazioni, senza corrispondente copertura e definendo l’operazione un “esproprio senza indennizzo”.

Una seconda considerazione

La seconda domanda che sorge da un’attenta analisi è: come avviene la restituzione del TFR versato dalle imprese? Il datore di lavoro prima liquida il TFR (già versato al Fondo) al lavoratore per poi effettuare una sorta di conguaglio con i contributi dovuti a titolo di contribuzione per i lavoratori ancora attivi.

A questo punto nascono spontanee due domande/riflessioni: cosa succede nel caso in cui l’impresa non ha debiti per oneri previdenziali nei confronti dell’INPS? E ancora: e nel caso d’insolvenza del datore di lavoro?

In questi due casi il pagamento è fatto direttamente dall’INPS ma solo ed esclusivamente se c’è una specifica dichiarazione del datore di lavoro che comunica via Pec (posta elettronica certificata) l’impossibilità di anticipare al lavoratore il TFR. Il problema è che spesso questa dichiarazione non viene fatta e l’INPS nega al lavoratore il pagamento del TFR.

Se poi l’Inps rileva che il datore di lavoro non ha versato al Fondo le somme accantonate, pur avendole trattenute, l’Istituto provvede al pagamento diretto solo se il datore di lavoro ha provveduto alla regolare denuncia contributiva, che invece spesso non viene fatta: anche in questo caso viene negata l’immediata corresponsione del TFR per l’inattività del datore di lavoro e i lavoratori, pur avendo pienamente maturato il diritto, non riescono ad avere un’immediata soddisfazione dei propri crediti.

Una terza considerazione

Il conferimento del TFR al Fondo Tesoreria, oltre a tradursi in una perdita di una fonte di autofinanziamento e un debito da saldare prima del conguaglio, non solleva l’azienda dall’obbligo di farsi carico della rivalutazione annuale (1,5% fisso + il 75% dell’inflazione) e del versamento dell’imposta sostitutiva dell’11% sulle rivalutazioni stesse da versare ogni anno all’erario.

Considerazioni finali

Il Fondo Tesoreria è un’invenzione che è stata architettata dallo Stato per accaparrarsi il TFR dei lavoratori e fare cassa, in più espone i bilanci dell’INPS (già in grave difficoltà) a seri rischi. Dal punto di vista delle imprese elimina un’importante fonte di autofinanziamento, esponendo le aziende a una doppia uscita di cassa (periodica nel durante e una tantum a scadenza) prima di poter effettuare il conguaglio, senza eliminare i costi (rivalutazione annuale e versamento dell’imposta sostitutiva) per le aziende. Sulla base di queste considerazioni non ci pare azzardato affermare che forse la garanzia maggiore per poter contare con sicurezza sulla liquidazione del proprio TFR risieda nel conferimento alla previdenza complementare.

Questo articolo è stato redatto da Giuseppe Guttadauro, titolare dello Studio Guttadauro, si occupa da oltre 25 anni di tematiche relative alla previdenza obbligatoria e complementare. Per leggere approfondimenti sul tema vai alla sezione dedicata sul sito Money.it Risparmio Gestito.

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