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di Glauco Maggi

Fondi elettorali: “pecunia non olet” se aiuta Biden a vincere

Glauco Maggi

27 ottobre 2020

Fondi elettorali: “pecunia non olet” se aiuta Biden a vincere

Nella corsa alla Casa Bianca tutto è ammesso: anche il sostegno da parte di aziende e personaggi famosi verso chi tradizionalmente ha sempre deprecato il supporto finanziario e mediatico nei confronti del GOP.

I soldi corrompono la politica. Il binomio è inscindibile, ma il giudizio morale, da parte del partito Democratico e dei media che lo fiancheggiano fedeli come una guardia pretoriana orgogliosa della parte, ondeggia a seconda della convenienza. Oggi Biden e i candidati del suo partito alla Camera e al Senato nuotano nei dollari, Trump è staccato per 350 milioni , e gli spot sui canali televisivi USA sono quindi una teoria di pubblicità a stragrande maggioranza pro Democratici. E allora va tutto bene.

C’era una volta l’America in cui i ricchi e le corporation venivano identificati come quinte colonne del GOP (il partito repubblicano) e i loro contributi ai candidati conservatori erano demonizzati. I soldi dei finanziamenti erano per definizione il male che sporcava la politica perché influenzava l’esito delle elezioni, ovviamente a scapito dei poveri, degli operai, della gente comune. Una sentenza della Corte Suprema di soli dieci anni fa (21 gennaio 2010) aveva rafforzato l’ostilità dei Democratici e della sinistra contro il denaro speso nella difesa del diritto di parola. Un gruppo di conservatori, organizzati in una entità non profit, Citizen United, aveva infatti portato al giudizio della Corte, nel 2008, il caso di un film, da loro prodotto, che era critico della allora candidata alle primarie Democratiche Hillary Clinton.

La Commissione Federale delle Elezioni ne aveva vietato la diffusione, in base ad un accordo del 2002 tra i due partiti che aveva ristretto la capacità di aziende e di associazioni di promuovere campagne a favore di un candidato nei 30 giorni prima di una primaria e nei 60 giorni prima di una elezione. La maggioranza della Corte, 5 a 4, aveva dato ragione a Citizens United perché, come scrisse il giudice Anthony Kennedy nel verdetto, limitare la “spesa politica indipendente” da parte di società e altri gruppi (come i sindacati, per esempio), avrebbe violato il diritto di parola del Primo Emendamento.

Nella battaglia tra le idee, insomma, usare denaro per spiegarle e propagandarle era una cosa sbagliata, la corruzione della democrazia, secondo i Democratici che si mobilitarono in tutto il paese contro il giudizio a favore di Citizens United. Facciamo un “forward”, come si dice, ai giorni nostri. Il sito indipendente OpensSecrgret.org, che fa il censimento della raccolta dei fondi da parte dei contribuenti individuali (che hanno un tetto di poche migliaia di dollari annui nei versamenti) e dei PAC (i comitati di azione politica che sono nati dopo il verdetto vinto da Citizens United e che non hanno restrizioni, alla sola condizione di non concordare esplicitamente i messaggi con il candidato che sostengono) ha scritto nel suo ultimo rapporto che le elezioni del 2020 “stanno polverizzando i precedenti record di raccolta”. Ad oggi, la previsione è di superare 11 miliardi di dollari.

Tutto cambia per non cambiare niente

La piattaforma online Act Blue, usata dai Democratici, nel terzo trimestre del 2020 ha rastrellato da sola 1,5 miliardi in donazioni. Circa sette milioni di simpatizzanti DEM hanno dato a Biden 31 milioni, per una media di 47 dollari a testa. Ma sono i miliardari singoli e le corporation, gli stessi che Bernie Sanders e Elizabeth Warren usano nella loro propaganda quali simbolo del male assoluto nella società, a costituire il grosso dei finanziamenti. Michael Bloomberg, dopo il fallimentare tentativo di vincere le primarie Democratiche spendendo centinaia di milioni di tasca sua, ne ha garantiti un altro centinaio per fare la campagna televisiva dell’ultima ora in Florida a favore di Biden.
Reid Hoffman, fondatore di Linkedin, non vuole essere da meno e ha promesso pure lui 100 milioni per gli spot.

Se in passato erano quindi i Repubblicani ad attirare la gran parte dei finanziamenti dai businessmen e dalle aziende, nelle elezioni di quest’anno a distanza è stata colmata in tutti i settori. Persino in quello della difesa, tradizionalmente vicino al GOP, i Democratici sono saliti al 45% nel totale delle contribuzioni, contro il 55% per i Repubblicani. In compenso, nel comparto dello spettacolo, cinema, tv e musica, il GOP è al 45% contro il 55% dei DEM. I due partiti sono sostanzialmente in parità nei settori delle comunicazioni e della salute-farmaceutica, 51 a 49 per i Repubblicani.

La sola area ancora dominata dal GOP è quella delle imprese petrolifere e dell’energia, con il 70% di fondi contro il 30% per i Democratici; del resto, con Biden e l’ala sinistra del suo partito che propugnano il divieto al fracking e la “transizione” verso l’eliminazione dell’uso dei fossili (carbone, petrolio e gas naturale), per le aziende dell’energia tradizionale è in ballo la stessa sopravvivenza. Avvocati e lobbisti continuano ad essere i maggiori sostenitori dei DEM e contano per il 59% dei fondi.

Se è fisiologico che le imprese offrano il sostegno economico ai candidati per influenzarne le politiche, ciò che si impone in questo ciclo elettorale è l’ipocrisia dei liberal e dei media. Con i Democratici saldamente in testa nella corsa complessiva ai fondi, il tanto deprecato verdetto pro Citizens United del recente passato non fa più scandalo.

“Pecunia non olet”, se fa vincere Biden.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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