Falso! I dogmi della finanza e dei mercati nella lettura di Andrea Baranes

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Baranes dimostra come la fiducia nei mercati sia foriera solo di nuovi default, causati da istituzioni giunte al controllo della vita delle persone.

L’ultimo libro di Andrea Baranes appartiene a una collana che, non a caso si chiama Idòla, termine che potremmo, con ampia libertà, tradurre con convinzione, verità, dogma o, per usare una parola divenuta di gran moda nei tempi più recenti: “mantra”. Il mantra di cui parliamo è quello secondo il quale “dobbiamo restituire fiducia ai mercati”. Un assunto di cui Andrea Baranes dimostra la falsità in tutto il suo libro, con argomenti chiari e comprensibili anche ai non addetti ai lavori, argomenti che ha recentemente illustrato anche in un’intervista esclusiva a ForexInfo.it.

Il punto di partenza è la situazione dell’Europa attuale, un’area politica ed economica dove c’è qualcuno che si è guadagnato l’appellativo di “maiale”. Che cos’hanno che non va i cosiddetti PIIGS? Troppo stato sociale, troppa spesa pubblica, salari che crescono più della produttività con conseguente aumento del debito pubblico che, a sua volta, non rispetta più i parametri fondanti della Comunità Economica Europea (trattato di Maastricht) perché ben al di sopra del 60% del PIL. Di contro agli stati europei inefficienti stanno i mercati che, in base alla dottrina neoliberista, si autoregolano e, quindi sono, per definizione, efficienti.

È per questo che i paesi in deficit, per uscire dalla crisi, si sono meritati pesanti sanzioni che hanno comportato consistenti tagli alla spesa pubblica. Gli avvenimenti degli ultimi anni, dimostrano però che tagliare la spesa pubblica non è stata la soluzione giusta perché il PIL è diminuito molto più velocemente del debiti, i consumi si sono ridotti fortemente, con conseguente diminuzione delle entrate fiscali e crescita del deficit e del debito. Tagli alla spesa pubblica hanno comportato anche un aumento della disoccupazione e una riduzione dei servizi essenziali, con conseguente impoverimento della popolazione.

Se la cura non ha funzionato, se a fronte di tagli alla spesa è cresciuta non solo la disoccupazione ma anche il rapporto debito/PIL, allora potrebbe essere sbagliato il punto di partenza (non i mercati ma le persone) e soprattutto la diagnosi. Baranes allarga allora lo sguardo alla storia recente dell’Europa e nota come, dopo un trentennio (1945-1975) di crescita economica, fenomeni come la rivoluzione informatica e la crescita dei trasporti su scala globale hanno consentito di delocalizzare e abbassare i costi di produzione, concentrando la ricchezza nelle mani di un numero sempre minore di persone. Contemporaneamente l’affermarsi della dottrina neoliberista cancellava quelle regole economiche – tra le quali la distinzione tra banche commerciali e banche d’affari - che si erano dimostrate così valide da arginare la crisi del 1929.

Cosa fare per continuare a tenere alto il livello dei consumi e, quindi, la produttività di una società che si avviava a un impoverimento generalizzato con un numero crescente di persone in possesso di un reddito sempre più basso? Drogare i mercati attraverso la cartolarizzazione dei mutui, da un lato, e dall’altro, costruire strumenti, come i derivati o le leve finanziarie che hanno contribuito a espandere esponenzialmente i volumi di attività e di attrarre sempre più capitali, determinando una sempre maggiore volatilità e instabilità. Volatilità che non è temuta, quanto piuttosto auspicata, perché diventa la condizione migliore per speculare e, quindi per guadagnare.

Non solo, se l’economia reale cresce a ritmi più lenti di quelli dei mercati finanziari, i cui traffici hanno ormai di gran lunga sopravanzato i livelli di debito e PIL delle proprie nazioni, da un lato la crisi diventa solo un alibi per imporre nuovi tagli alla spesa e ottenere dalle banche centrali sempre nuovi finanziamenti e capitali, dall’altro occorre trovare sempre nuovi mercati su cui investire e guadagnare, per questo si assiste a una crescente privatizzazione e mercificazione delle attività umane, dalle imprese pubbliche, alla scuola e alla sanità, finanche alla terra stessa.

Una finanza che movimenta quantità di capitali di gran lunga più elevati di quelle delle economie dei rispettivi Paesi, si dimostra però non solo inefficiente, ma anche inefficacie perché non riesce a far incontrare la sua sterminata mole di capitali con le richieste di denaro sempre crescenti delle persone comuni (i prestiti divenuti impossibili per famiglie e imprese).

L’analisi di Baranes riserva note negative per il prossimo futuro. La crisi finanziaria del 2008 che con un effetto domino partito da Lehman Brothers si estese dagli Stati Uniti all’Europa, non è stata risolta ma solo protratta, perché la gran quantità di denaro immessa nel sistema dalle banche centrali non ha raggiunto l’economia reale, come dimostra anche l’assenza di inflazione. Le banche private, pur avendo ricevuto ingenti somme dalle banche centrali (Fed ma anche BCE) che hanno acquistato i loro titoli tossici, non sono andate a favorire i prestiti a famiglie e imprese ma hanno preferito continuare a investire nei mercati finanziari, più redditizi e meno rischiosi.

La crisi è, quindi, ancora dietro l’angolo perché lungi dall’essere risolta potrebbe provocare in un prossimo futuro lo scoppio di un’ulteriore bolla finanziaria di dimensioni di gran lunga maggiori di quella del 2008. Il medesimo discorso vale per l’Europa dove non è stata adotta alcuna misura stringente per cambiare il corso delle cose: la BCE non può, per statuto, acquistare titoli di stato dei Paesi membri dell’unione e anche in Italia, un credit crunch sempre più oneroso, fa da contraltare a una politica molto attenta a salvare banche, come il MPS, di cui non si è capita neanche la natura degli strumenti finanziari che maneggiava.

Le vie di uscita da questa spirale, esistono e sono di generi diversi, anche se tutte ancora a un livello molto embrionale. Baranes considera la tassazione delle rendite finanziarie, la rinegoziazione del debito pubblico dei singoli stati, la regolamentazione dei vari ambiti finanziari e il modello di Banca Etica che affianca alla totale trasparenza sull’impiego dei capitali, la valorizzazione delle reti territoriali. Accanto alle singole misure è invocato però anche un capovolgimento dell’intera prospettiva dominante: non può essere la finanza a determinare la vita delle persone ma quest’ultima a determinare le scelte politiche che devono poi controllare l’economia che deve, quindi, andare a regolamentare la finanza e ad evitare la speculazione.