Quello che sta accadendo in Sudan non è solo una lotta interna per il potere, ma un conflitto che vede coinvolti attori regionali con interessi contrastanti.
Mentre le Forze Armate Sudanesi (SAF) avanzano rapidamente nella capitale Khartoum, segnando un possibile punto di svolta nella guerra contro le Rapid Support Forces (RSF), dietro le quinte si consuma una silenziosa battaglia tra Egitto ed Emirati Arabi Uniti (EAU), due paesi tradizionalmente alleati ma su questo fronte divisi.
L’avanzata delle SAF e il crollo delle linee RSF
Le SAF hanno annunciato lunedì di aver conquistato il villaggio di Al-Aylafun e un vicino campo militare, situati a soli 30 chilometri a est di Khartoum. Questa mossa arriva dopo mesi di assedio da parte delle RSF a una base delle SAF nel sud-ovest della capitale, assedio rotto il 24 gennaio. Con la fine dell’accerchiamento, le linee delle RSF sembrano crollare, portando a una possibile ritirata totale dalla città.
Già da dicembre, le RSF mostravano segni di cedimento. Il 7 dicembre, le milizie si sono ritirate da diversi quartieri di Omdurman, città situata di fronte a Khartoum, sull’altra sponda del Nilo. Intanto, le SAF stanno avanzando anche nello stato di Al Jazirah, riconquistando territori chiave. Un colpo significativo è stato inferto alle RSF con l’uccisione del comandante Abdallah Hussein in un attacco aereo a al-Kamlin, nel nord di Al Jazirah.
Khartoum: il cuore del conflitto
Il controllo di Khartoum, capitale del Sudan e un tempo centro industriale ed economico del paese, è cruciale per le SAF. Le RSF hanno mantenuto il controllo della maggior parte della città dall’inizio della guerra civile nell’aprile 2023, quando hanno preso l’aeroporto internazionale, il palazzo presidenziale e diverse basi militari. Da allora, il conflitto si è esteso a 14 dei 18 stati del Sudan.
Le RSF, una milizia nata negli anni 2000 e precedentemente alleata dell’esercito sudanese sotto il regime dittatoriale di Omar al-Bashir, contano oggi oltre 100.000 combattenti. Nel 2015, il parlamento sudanese ha conferito alle RSF lo status di “forza regolare”, garantendole legittimità legale. Tuttavia, dopo il rovesciamento di Bashir nel 2019 e il golpe dell’ottobre 2021, le RSF si sono rifiutate di integrarsi nell’esercito regolare, nonostante le pressioni delle SAF e dei gruppi pro-democrazia.
Il ruolo di Egitto ed Emirati Arabi Uniti
Dietro le quinte, Egitto ed EAU stanno giocando un ruolo cruciale, seppur in modo discreto. Il Cairo, tradizionalmente vicino alle SAF, vede nel Sudan un baluardo strategico per la sicurezza del suo confine meridionale e per il controllo delle acque del Nilo. Abu Dhabi, d’altra parte, sembra sostenere le RSF, forse nella speranza di influenzare il futuro politico ed economico del Sudan.
Per l’Egitto, ricorda Responsible Statecraft, le SAF rappresentano un baluardo di stabilità lungo il confine meridionale, cruciale per gestire il flusso di oltre 1,2 milioni di rifugiati sudanesi fuggiti dal conflitto. Un ulteriore collasso del Sudan rischierebbe di far aumentare esponenzialmente questo numero, con gravi conseguenze per la sicurezza interna egiziana. Inoltre, il vuoto di potere in Sudan ha indebolito la posizione negoziale del Cairo nella disputa con l’Etiopia sulla diga del Rinascimento (GERD), minacciando la sicurezza idrica dell’Egitto.
Nonostante il sostegno significativo alle RSF, gli obiettivi strategici degli Emirati Arabi Uniti (UAE) in Sudan sono stati fortemente compromessi dal fallimento del gruppo paramilitare nel prendere il controllo del paese. Il piano degli UAE si basava sullo sfruttamento del commercio dell’oro sudanese e sul miglioramento della propria sicurezza alimentare attraverso acquisizioni di terreni da parte di società legate allo stato. Un elemento chiave di questa strategia era lo sviluppo del porto di Abu Amama, un progetto da 6 miliardi di dollari sulla costa del Mar Rosso del Sudan, pensato per collegare le aree agricole a un terminale di esportazione e integrarsi con la più ampia strategia marittima regionale degli UAE, complementando le operazioni portuali nei paesi vicini.
Tuttavia, il conflitto in corso ha fatto deragliare questi piani. Il Sudan ha ufficialmente annullato l’accordo per il porto, con il ministro delle Finanze sudanese che ha dichiarato: «Dopo quanto accaduto, non concederemo agli UAE neanche un centimetro sul Mar Rosso». Questa marca una battuta d’arresto significativa per le ambizioni degli Emirati nel paese.