Chi lavora è etichettato come occupato; chi cerca un lavoro senza riuscirci è disoccupato. Fin qui, pochi dubbi.
Ma le potenzialità inespresse del mercato del lavoro sono segnalate anche da altre categorie rivelatrici, per le quali il nostro Paese detiene interessanti primati europei. L’Italia è prima in Ue per numero di persone che potrebbero potenzialmente lavorare e che, tuttavia, preferiscono non mettersi alla ricerca di un impiego.
Oltre due milioni di italiani, infatti, non hanno un lavoro e neanche lo stanno cercando. C’è di più: l’Italia è anche l’unico paese europeo in cui la quota di chi potrebbe lavorare ma non cerca un’attività è superiore a quella degli stessi disoccupati. A differenza di chi vorrebbe avere un lavoro ma non lo trova (i disoccupati, appunto), i disponibili al lavoro che però non lo cercano restano in una specie di limbo, che costituisce in gran parte la forza lavoro inespressa.
Secondo Eurostat, nella fascia tra i 20 e i 64 anni il tasso di disoccupazione medio in Italia nel 2023 è stato del 7%, a cui bisogna aggiungere un 7,5% di persone disponibili a lavorare ma non alla ricerca di un impiego (i circa due milioni di cui parlavamo), un 2,5% di lavoratori part-time sottoccupati e uno 0,3% di persone che cercano lavoro ma non sono immediatamente disponibili. Il totale fa circa 17,4%, corrispondente a 4,6 milioni di persone, che tra disoccupazione, inattività, sottoccupazione e mismatch, rappresentano quindi il potenziale inespresso della forza lavoro italiana.
Bisogna sottolineare che queste percentuali esprimono la quota di individui sul totale della cosiddetta forza lavoro estesa. Mentre il concetto di forza lavoro fa riferimento all’insieme delle persone occupate e disoccupate, la forza lavoro estesa tiene nel computo anche la forza lavoro aggiuntiva rappresentata dalle persone disponibili a lavorare ma che non sono alla ricerca e da quelle che cercano lavoro ma non sono immediatamente disponibili.
Quella quota del 7,5% di persone che in Italia sono disponibili a lavorare ma non alla ricerca è a un livello che non trova casi simili negli altri Stati Ue e nell’Eurozona si ferma a circa il 2,8%. È interessante notare come in 24 paesi Ue su 27, la quota dei disoccupati è la principale tra le componenti che rappresentano la forza lavoro inespressa. Questo vale in particolare in Spagna e Grecia, dove i disoccupati sono pari, rispettivamente, all’11,4% e al 10,7% della forza lavoro estesa. Per porla in termini diversi, mentre nel resto d’Europa è la disoccupazione la principale inefficienza del mercato del lavoro, in Italia è soprattutto l’inattività.
Come segnalato sempre da Eurostat, nei paesi dell’Unione Europea è inutilizzato, sempre nella fascia tra i 20 e i 64 anni, il 12,5% della forza lavoro complessiva (pari a oltre 24,2 milioni di persone). In Italia siamo perciò ben al di sopra della media. L’unico membro dei 27 con una quota superiore di forza lavoro inespressa è infatti la Spagna al 19,7%, mentre la Grecia occupa il terzo posto, al 16,2%.
Il dato italiano è molto influenzato da una questione di genere. Nel nostro Paese sono infatti le donne a essere principalmente tagliate fuori dal mercato del lavoro: il 21,7% della forza lavoro potenziale femminile è inutilizzata, mentre quella maschile è al 13,9%. Anche in questo caso, la categoria che pesa di più è quella delle persone disponibili a lavorare e che tuttavia non cercano un impiego: in Italia sono 1,1 milioni le donne tra i 20 e i 64 anni che potrebbero lavorare ma non sono alla ricerca di un’occupazione, ossia oltre il 58% dei lavoratori potenziali totali.