Dividendi 2014: penalizzate le partecipazioni non qualificate

Per i dividendi percepiti dal primo luglio 2014 da persone fisiche che detengono una partecipazione non qualificata la tassazione sale dal 20 al 26%. Si tratta di un imposta sostitutiva applicata a titolo definitivo che non può essere portata in dichiarazione dei redditi. Non è stato previsto alcun aumento di imposizione per chi, invece, detiene una partecipazione qualificata, causando rilevante squilibrio di tassazione. Normativa a rischio incostituzionalità.

L’articolo 3 comma 1 del Decreto Legge n. 66/2014 ha previsto l’applicazione di una maggiorazione dal 20 al 26% dell’imposta sostitutiva su dividendi relativi a partecipazioni non qualificate. Contestualmente, non è stato previsto alcun aumento di imposizione per quanti, invece, detengono una partecipazione qualificata, causando un rilevante squilibrio di tassazione marginale a vantaggio degli azionisti di maggioranza, “qualificati”.

In ambito societario una partecipazione può dirsi qualificata quando è verificato almeno uno dei parametri prescritti dall’art. 67 lettera c) del TUIR: si tratta della partecipazione al capitale sociale che deve superare il 25% (5% per le società quotate), ovvero la titolarità del diritto di voto in assemblea che deve superare il 20% (2% per le società quotate).

La nuova aliquota maggiorata dell’imposta sostitutiva sui dividendi si applica a partire dal primo di luglio 2014. Per poterla applicare correttamente si deve verificare il rispetto del principio di cassa, per cui non ha alcuna rilevanza la data della delibera assembleare di distribuzione degli utili, ma soltanto la data di incasso da parte del socio (circolare Agenzia Entrate n. 19/E del 2014).

Sono interessati gli utili percepiti da persone fisiche che detengono il titolo al di fuori dell’attività d’impresa, da società semplici e da soggetti esenti Ires, poiché in tutti gli altri casi non vi sono ritenute alla fonte, ed il dividendo entra a far parte del reddito d’impresa.

L’intervento legislativo ha l’intento di andare a colpire esclusivamente le partecipazioni non qualificate aumentandone notevolmente la pressione fiscale. Basti pensare che appena due anni fa l’aliquota vigente sui dividendi non qualificati era appena del 12,5%. Un incremento del tutto ingiustificato se si pensa che, ad oggi, i redditi derivanti da una partecipazione non qualificata sono soggetti ad una imposizione molto più rilevante rispetto a quella ottenibile da una partecipazione qualificata, senza che ciò abbia alcuna valida giustificazione fiscale.

A ciò deve essere aggiunto che l’imposta sostitutiva sulle partecipazioni non qualificate è a titolo definitivo e non può in alcun modo essere riportata in dichiarazione dei redditi per essere scomputata da oneri deducibili e detraibili. Insomma, una beffa per tutte i soggetti che detengono questo tipo di partecipazione.

Per le partecipazioni qualificate le cose sono molto migliori. Infatti, la tassazione dei dividendi legate a questo tipo di partecipazione avviene direttamente in dichiarazione dei redditi per il 49,72% del dividendo percepito che confluisce nel reddito imponibile ai fini Irpef, dal quale possono essere scomputati gli oneri deducibili e detraibili.

Questa situazione, totalmente dimenticata dal Governo al momento della conversione Decreto rischia di causare non poche proteste da parte dei molti soci di minoranza di società piccole e grandi che vedranno aumentare la loro tassazione a scapito dei soci di maggioranza che invece vedranno invariato il loro prelievo fiscale. Il rischio è che si possa andare verso l’incostituzionalità della normativa che potrebbe violare il dettato costituzionale dell’art. 53 della costituzione “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

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Dividendi

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