Cos’è la deflazione? Cause, effetti e soluzioni

Che cos’è la deflazione? Ecco una spiegazione chiara e completa su cos’è la deflazione, quali danni provoca all’economia, le cause e gli effetti.

Cos'è la deflazione? Cause, effetti e soluzioni

La deflazione è un termine che periodicamente acquisisce nuova popolarità, ma di che cosa si tratta? Cosa è la deflazione?

La deflazione indica la discesa generale dei prezzi di beni e servizi che si verifica quando il tasso di inflazione scende al di sotto dello 0%. La deflazione si verifica naturalmente quando viene manipolata l’offerta di moneta di un’economia. In tempi di deflazione, il potere d’acquisto della moneta e dei salari sale. Questa è distinta ma simile alla deflazione dei prezzi, che è una diminuzione generale del livello dei prezzi.

Ecco una spiegazione semplice e chiara su cos’è la deflazione, che impatto ha sull’economia, quali sono i pericoli oltre alle cause e i suoi effetti.

Cos’è la deflazione?

La deflazione è un fenomeno che riguarda l’andamento dei prezzi in una data area ed è la controparte della più conosciuta inflazione: la prima (deflazione) rappresenta il calo generale dei prezzi, mentre la più conosciuta inflazione rappresenta l’aumento generale dei prezzi. Entrambi sono concetti assai differenti dalla stagflazione.

Inflazione e deflazione vengono misurate in Italia dall’ISTAT, che monitora l’andamento dei prezzi di un certo numero di beni detto paniere.

La variazione misurata nei prezzi complessivi del paniere è chiamata indice di inflazione e può avere un valore positivo (inflazione) o negativo (deflazione).

La deflazione fa sì che i costi nominali del capitale, della manodopera, dei prodotti e dei servizi siano inferiori rispetto a quando l’offerta di moneta non si riduce. La deflazione dei prezzi è spesso un effetto collaterale della deflazione monetaria, questo non accade sempre.

La deflazione è un argomento largamente dibattuto tra gli economisti da decenni. L’economista di fama mondiale Milton Friedman sostiene che con una politica ottimale, in cui la banca centrale ricerca un tasso di deflazione pari al tasso di interesse reale sui titoli di stato, il tasso nominale dovrebbe essere zero e il livello dei prezzi dovrebbe calare costantemente verso il tasso reale di interesse. La sua teoria ha dato origine alla regola di Friedman, applicata alla politica monetaria.

Per decenni in Europa la parola più calda sui media è stata “inflazione” e la stessa BCE ha come compito principale il governare la politica economica in modo da mantenere l’inflazione generale in Europa il più possibile vicina a un valore annuo del 2%, considerato arbitrariamente come il valore «giusto» per una crescita economica sana.

In linea generale è corretto affermare che un’economia sana nell’ambito di una crescita economica equilibrata e sostenibile produce una leggera inflazione.

Le cause della deflazione

Per definizione, la deflazione monetaria può essere causata solo da una diminuzione dell’offerta di moneta o di strumenti finanziari riscattabili in denaro. Nei tempi moderni, l’offerta di moneta è influenzata dalle banche centrali, come la BCE.

I periodi di deflazione si verificano più comunemente dopo lunghi periodi di espansione monetaria artificiale. Nei primi anni ’30 si è registrata per l’ultima volta una deflazione significativa all’interno dell’economia degli Stati Uniti. Il principale contributo a questo periodo deflazionistico è arrivato dal calo della massa monetaria a seguito di alcuni fallimenti bancari catastrofici. Altri Paesi, come il Giappone negli anni ’90, hanno invece sperimentato la deflazione nei tempi moderni.

La deflazione è causata da una serie di fattori, ma in gran parte si verifica a seguito di due eventi:

  • un calo della domanda aggregata (spostamento verso sinistra nella curva della domanda aggregata);
  • aumento della produttività.

Un calo della domanda aggregata in genere si traduce poi prezzi inferiori. Tra le cause di questo cambiamento troviamo la riduzione della spesa pubblica, il fallimento del mercato azionario, il desiderio dei consumatori di aumentare i risparmi e l’inasprimento delle politiche monetarie (ovvero maggiori tassi di interesse).

Per quanto riguarda la produttività, le aziende operano in modo più efficiente con l’avanzare della tecnologia. Questi miglioramenti operativi portano a minori costi di produzione e abbassamento dei costi trasferiti ai consumatori sotto forma di prezzi più bassi.

La deflazione dei prezzi attraverso l’aumento della produttività differisce in base a settori specifici. Ad esempio, consideriamo come l’aumento della produttività influisce sul settore tecnologico. Negli ultimi decenni, i miglioramenti tecnologici hanno portato a riduzioni significative del costo medio per gigabyte di dati. Nel 1980, il costo medio di un gigabyte di dati era di 437.500 dollari. Nel 2010, il costo medio era di tre centesimi. Questa riduzione fa sì che anche i prezzi dei prodotti fabbricati utilizzando tale tecnologia diminuiscano significativamente.

In base a quanto espresso poco sopra è lecito affermare che uno scostamento evidente da uno stato di leggera inflazione è sintomo di un problema a livello economico.

I possibili stati problematici sono ovviamente due: un’inflazione eccessiva e la deflazione.

Nel primo caso si tratta di un fenomeno dovuto al «surriscaldamento» di un’economia (una crescita troppo veloce e caotica) oppure a uno shock valutario che crea una «reazione a catena» che porta alla forte e prolungata svalutazione di una moneta con inevitabile ricaduta a lungo andare sul livello dei prezzi. Un esempio tipico è quello della Repubblica di Weimar che abbiamo già citato nel 2011, periodo di forte tensione, come ben ricorderanno i lettori, in cui sembravano esserci le condizioni per un possibile crollo disordinato dell’Euro con possibili derive iperinflazionistiche.

La Storia poi è andata diversamente: la forte pressione tedesca verso una politica restrittiva e anti-inflazionistica (già citata nel pezzo del 2011), la caduta di Berlusconi con l’effettivo commissariamento dell’Italia ad opera del governo Monti e infine (e soprattutto) il whatever it takes di Mario Draghi dell’estate 2012 hanno dato modo alla zona Euro di passare il guado e di scongiurare il pericolo del crollo disordinato e dell’iperinflazione.

Di contro questo processo ha portato alla «vittoria politica tedesca» e delle sue politiche deflazioniste sull’Europa, politiche che nel corso di tre anni hanno prodotto esattamente ciò che si poteva prefigurare: un progressivo abbattimento dell’inflazione fino ad arrivare ai primi dati economici che indicano deflazione.

Gli effetti della deflazione

La deflazione è uno problema decisamente più infido dell’inflazione: il calo generale dei prezzi potrebbe infatti apparire come una cosa buona, soprattutto dopo decenni di demonizzazione dell’inflazione.
In realtà la deflazione innesca un circolo vizioso che si autoalimenta e che alla lunga fa male a tutti: i prezzi in calo generano un’aspettativa di ulteriori cali futuri dei prezzi, questo porta i singoli individui a posticipare gli acquisti (ognuno pensa «se aspetto costerà meno») e la somma di queste aspettative generali comportano una diminuzione generale dei consumi. Per paradosso in una situazione in cui gli acquisti diventano più convenienti la gente non compra!

Un calo dei consumi comporta poi una ripercussione sulle imprese che vedono sia i margini che i fatturati diminuire e sono costrette a un certo punto a licenziare se non addirittura a chiudere: a questo punto abbiamo nuovi disoccupati che non avranno più un reddito da spendere in consumi dando così nuovo «carburante» al processo di distruzione dell’economia.
In Italia questo circolo è già evidentemente attivo da diversi anni come tutti possono facilmente dedurre dalla cronaca economica quotidiana.

Un secondo effetto nefasto della deflazione riguarda i debiti: svalutando la moneta l’inflazione aiuta i debitori a rimborsare i loro debiti andando a diminuire in termini reali il valore da rimborsare, una sorta di «sconto» sull’interesse da pagare.

Se l’inflazione è troppo alta chi ci perde sono i creditori che vedono tornare indietro soldi ormai svalutati ma se l’inflazione è troppo bassa o addirittura negativa (deflazione, appunto) la situazione diventa insostenibile per i debitori che devono rimborsare capitali più «pesanti» in termini reali senza nessuno «sconto da inflazione» sul tasso di interesse e in un clima di depressione economica per il circolo vizioso che abbiamo descritto sopra: alla lunga anche questa situazione è pericolosa per i creditori che rischiano di non recuperare i loro soldi da debitori ridotti ad essere insolventi.

In seguito alla Grande Depressione, quando la deflazione monetaria ha coinciso con un’alta disoccupazione e l’aumento delle insolvenze, la maggior parte degli economisti riteneva che la deflazione fosse un fenomeno avverso. Così, la maggior parte delle banche centrali ha adeguato la politica monetaria permettendo dei forti aumenti dell’offerta di moneta, anche se causano un’inflazione cronica dei prezzi e incoraggiano i debitori a indebitarsi troppo.

Negli ultimi tempi, gli economisti sono stati impegnati a rivedere le vecchie interpretazioni sulla deflazione, specialmente dopo lo studio del 2004 degli economisti Andrew Atkeson e Patrick Kehoe. Dopo aver esaminato 17 Paesi in un arco temporale di 180 anni, Atkeson e Kehoe hanno trovato 65 episodi su 73 di deflazione senza crisi economica, mentre 21 periodi di depressioni economiche su 29 non hanno avuto deflazione.

Ad oggi esiste un’ampia varietà di opinioni sull’utilità della deflazione e della deflazione dei prezzi.

Quali sono le soluzioni alla deflazione?

Quello della deflazione è purtroppo uno spettro pesante che aleggia sulle nostre teste: il Giappone è la vittima storica di una crisi di deflazione ed è intrappolato ormai dagli anni ’80 in un gabbia deflattiva da cui non riesce ad uscire in via definitiva.

Il fenomeno è ben spiegato da Paul Krugman nel suo libro «Fuori da questa crisi adesso» ed è a tutti gli effetti un terreno ancora da esplorare e comprendere appieno da parte degli economisti in termini di politiche da adottare per uscirne, al netto di fenomeni «shock» come guerre e cataclismi si intende.

Proprio negli ultimi anni il Giappone ha intrapreso la strada di un forte stimolo all’economia per uscire dalla trappola deflattiva, questa politica ha preso il nome di Abenomics e i risultati sino ad ora sono stati relativamente positivi pur con alcuni aspetti controversi, inoltre gli effetti sul medio-lungo periodo sono tutti da verificare.

Una cosa è praticamente certa: la deflazione è un possibile problema dell’Italia e il prossimo problema dell’Europa.
Questo significa che la crisi economica non può ritenersi finita del tutto e che rischia seriamente di non finire a breve, le prossime mosse della BCE saranno decisive in tal senso.

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