Se non è allarme rosso poco ci manca. L’industria automobilistica del Giappone, uno dei settori più importanti della terza economia asiatica, la quinta del pianeta, sta attraversando un momento molto complicato a causa di due fattori ben precisi: i dazi dell’amministrazione Trump sul Made in Japan, auto comprese (al 15%), e la crescente concorrenza cinese nel campo delle quattro ruote.
La doppia tempesta perfetta sta facendo preoccupare il nuovo governo conservatore guidato da Takaichi Sanae, se non altro perché l’automotive rappresenta quasi il 3% del pil giapponese, nonché poco meno del 14% del pil manifatturiero del Paese, e impiega circa 5,5 milioni di addetti, quasi l’8% della forza lavoro nazionale, contando tutte le attività correlate all’automobile (manifattura di veicoli e componentistica).
I tre grandi colossi nipponici, ossia Honda, Toyota e Nissan, stanno cercando di capire come riorganizzare le loro attività per adattarsi al contesto ma la situazione è complicata. Già, perché non si tratta solo di trovare un modo attraverso il quale alleggerire, o comunque limitare, il peso delle tariffe statunitensi, ma anche di procedere su un parallelo binario dell’innovazione per non perdere la sfida a distanza con le rampanti case automobilistiche cinesi che stanno conquistando sempre più spazio di manovra nei mercati chiave a scapito proprio dei brand giapponesi.
Il peso delle tariffe Usa sull’automotive giapponese
Dal punto di vista economico, i risultati finanziari della prima metà dell’anno fiscale 2025 rivelano un calo collettivo degli utili e una crescente pressione strutturale in tutto il settore per i big giapponesi dell’automotive. Secondo la Nikkei Asian Review, i sette principali produttori nipponici (Toyota, Honda, Nissan, Mazda, Mitsubishi Motors, Subaru e Suzuki) hanno subito una perdita complessiva stimata in 1,5 trilioni di yen (circa 9,7 miliardi di dollari) nel periodo aprile-settembre a causa dei dazi statunitensi entrati in vigore ad aprile.
In particolare, Nissan, Mazda e Mitsubishi Motors hanno tutte registrato perdite nette nel periodo, mentre Toyota, la più grande casa automobilistica al mondo, ha visto l’utile operativo crollare del 18,6% nonostante l’aumento del fatturato, segnando la sua prima perdita operativa in Nord America dalla crisi finanziaria globale del 2008. L’utile netto di Honda è sceso del 37% su base annua, mentre quello di Subaru del 45%, a dimostrazione di quanto lo shock tariffario abbia inciso profondamente sui margini di profitto in generale.
Molti brand giapponesi hanno scelto di non aumentare i prezzi negli Stati Uniti per proteggere la quota di mercato, una mossa che ha protetto le vendite a breve termine ma che ha eroso la redditività a causa dell’aumento dei costi di produzione e logistica.
Gli analisti avvertono che le case automobilistiche giapponesi si trovano ad affrontare un doppio onere: pagare tariffe più elevate e allo stesso tempo essere incoraggiate ad aumentare gli investimenti statunitensi in base agli impegni commerciali bilaterali. Ebbene, tali obblighi rischiano di sottrarre risorse alla ricerca e sviluppo nazionale e di indebolire la base industriale più ampia.
Il problema statunitense e la concorrenza cinese
Nel 2024, le esportazioni di automobili giapponesi verso gli Stati Uniti rappresentavano il 28,3% delle esportazioni totali del Giappone verso il Paese. Secondo i dati del Ministero delle Finanze di Tokyo, tra aprile e settembre le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 10,2% rispetto all’anno precedente, attestandosi a 9.711,5 trilioni di yen. In generale, le esportazioni di automobili sono crollate del 22,7%, attestandosi a 2.3890 miliardi di yen durante il medesimo periodo.
Attenzione però, perché Honda ha citato anche altre due sfide: la carenza di chip e pure l’intensificarsi della concorrenza da parte dei produttori cinesi di veicoli elettrici. Reuters ha scritto che la preoccupazione più pressante per le case automobilistiche giapponesi coincide con la costante erosione della quota di mercato nel Sud Est Asiatico, una regione in cui un tempo dominavano praticamente incontrastate, a beneficio dei rivali di Pechino.
“In mercati come la Thailandia, il panorama competitivo è piuttosto intenso e nel complesso abbiamo perso il nostro vantaggio competitivo in termini di prezzi”, ha affermato il vicepresidente esecutivo Noriya Kaihara durante un briefing venerdì. La sfida dell’automotive nipponica va dunque oltre il calo delle vendite.