Cosa sono i Certificates? Ecco come funzionano i certificati, tipologie, vantaggi fiscali e come investire.
Cosa sono i Certificates, in italiano certificati, e perché in Italia se ne parla sempre di più?
Sono strumenti finanziari emessi dalle banche che permettono di investire su un’azione, un indice, una materia prima o una valuta senza acquistarli direttamente, e soprattutto di scegliere in anticipo il profilo di rischio e rendimento - proteggere in tutto o in parte il capitale, incassare cedole periodiche, guadagnare anche quando il sottostante scende o amplificare i movimenti con la leva.
Nati in Germania tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, i certificati si sono affermati con forza in Italia con l’inizio del nuovo millennio. Oggi il mercato italiano è tra i più attivi d’Europa, storicamente secondo solo a quello tedesco. Nel 2025 gli scambi di certificati e covered warrant su SeDeX e Cert-X hanno superato i 35 miliardi di euro, in crescita di circa un quarto rispetto all’anno precedente.
In questa guida spieghiamo in modo chiaro cosa sono i Certificates, come funzionano, quali sono le tipologie principali, come vengono tassati e come individuare quello adatto al proprio profilo di investimento, senza dimenticare i rischi, a partire da quello legato all’emittente.
Cosa sono i Certificates?
I Certificates sono strumenti finanziari derivati cartolarizzati, emessi da banche d’investimento (gli emittenti) e negoziati in Borsa come un normale titolo. «Derivati» perché il loro valore deriva dall’andamento di un’altra attività, il sottostante; «cartolarizzati» perché quella strategia in derivati viene trasformata in un titolo acquistabile e rivendibile in qualsiasi momento sul mercato.
Nella pratica ogni certificato è un pacchetto di opzioni assemblato dall’emittente per rispondere a un preciso obiettivo: proteggere dai ribassi, garantire un flusso di cedole, ottimizzare il rendimento o amplificare i movimenti del sottostante. È questa combinazione di opzioni a definire come si comporterà il certificato nei diversi scenari di mercato.
Il sottostante può essere un’azione, un paniere di azioni, un indice, una valuta, una materia prima, un tasso di interesse o anche un future o un ETF. Grazie a questa flessibilità l’investitore può ottenere, con un solo titolo, un’esposizione che sarebbe altrimenti complessa o costosa da costruire.
Una caratteristica da tenere sempre presente: chi detiene un certificato non ha diritto ai dividendi distribuiti dall’azione o dall’indice sottostante. Quei dividendi vengono «usati» dall’emittente nella costruzione del prodotto, ad esempio per finanziare la protezione o le cedole.
Come funzionano? Sottostante, valore nominale e multiplo
Acquistando un certificato si compra un titolo negoziabile che segue l’andamento del sottostante. Se il certificato replica un indice, il suo valore salirà o scenderà al variare dell’indice, ma il modo in cui lo fa dipende dalla struttura opzionale: alcuni certificati salgono meno del sottostante in cambio di protezione, altri lo amplificano, altri ancora pagano cedole a prescindere dal prezzo.
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Due parametri regolano il funzionamento:
- il valore nominale, cioè il prezzo di riferimento fissato dall’emittente all’emissione (di norma 100 euro), a cui si legano protezione, barriere e cedole;
- il multiplo, il rapporto tra valore nominale e valore iniziale del sottostante (lo strike), che indica quante unità di sottostante sono «controllate» da un singolo certificato.
Investment e Leverage: le due grandi finalità
A monte, tutti i certificati si dividono in due grandi famiglie a seconda dello scopo.
Gli Investment Certificates nascono per l’investimento di medio-lungo periodo (tipicamente 1-5 anni): hanno una struttura opzionale più articolata e servono a modulare il profilo di rischio, proteggendo il capitale o generando un flusso cedolare.
I Leverage Certificates sono pensati per il trading e la copertura del portafoglio: sfruttano la leva finanziaria per amplificare i movimenti del sottostante, con finalità speculative e orizzonti brevi.
La mappa ACEPI: come si classificano i certificati
Per orientarsi nell’ampia offerta, il riferimento in Italia è la Mappa dei Certificati elaborata da ACEPI (Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento), che cataloga i prodotti in base al grado di protezione del capitale. Le macrocategorie sono:
- capitale protetto: a scadenza restituiscono, in tutto o in parte, il capitale investito;
- capitale condizionatamente protetto: è la categoria più ampia; a scadenza restituiscono il capitale solo se non si verifica un evento predefinito, cioè se il sottostante non tocca (o non chiude sotto) un livello barriera;
- capitale non protetto: non offrono alcuna garanzia di rimborso, replicando l’andamento del sottostante;
- a leva: amplificano guadagni e perdite sfruttando l’effetto leva;
- Credit Linked: hanno per sottostante una o più obbligazioni e pagano cedole; sia le cedole sia il rimborso sono subordinati all’assenza di eventi di credito (default) sugli emittenti di riferimento.
Le principali tipologie di Certificati
Di seguito, una panoramica esplicativa delle principali tipologie di certificati:
Certificati a capitale protetto
Il capostipite è l’Equity Protection: a scadenza garantisce il rimborso del capitale, totale o parziale (ad esempio il 90% o il 100% del nominale), e permette di partecipare al rialzo del sottostante, spesso fino a un tetto massimo. In cambio della sicurezza, il rendimento potenziale è più contenuto rispetto ad altre tipologie. È lo strumento adatto a chi vuole esporsi a un mercato limitando le perdite.
Certificati a capitale condizionatamente protetto
È la famiglia più diffusa e articolata. La protezione c’è, ma è condizionata: resta valida finché il sottostante non viola la barriera.
- Bonus: se durante la vita del certificato il sottostante non tocca la barriera, a scadenza paga un importo «bonus» prefissato anche se il sottostante è sceso (purché resti sopra la barriera). Se la barriera viene violata, il certificato replica l’andamento del sottostante, perdite comprese.
- Bonus Cap: stessa logica del Bonus, ma con un cap, cioè un tetto massimo al rendimento.
- Cash Collect: paga cedole periodiche, fisse o condizionate al fatto che il sottostante si trovi sopra un livello prefissato (trigger). A scadenza rimborsa il nominale se il sottostante è sopra la barriera, altrimenti ne segue il ribasso. Molti Cash Collect hanno l’effetto memoria: le cedole non pagate si accumulano e possono essere recuperate se in una data successiva il sottostante torna sopra il trigger.
- Express (o Autocallable): prevede date di osservazione periodiche; se a una di queste il sottostante è pari o superiore al livello di autocall, il certificato si rimborsa in anticipo pagando il nominale più un premio. Altrimenti prosegue fino alla scadenza, dove la protezione dipende dalla barriera.
- Airbag: attenua le perdite in caso di violazione della barriera. Grazie a un fattore airbag, il rimborso è calcolato in modo da ridurre la perdita rispetto alla replica lineare del sottostante.
- Twin Win: consente di guadagnare sia al rialzo sia al ribasso. Finché il sottostante resta sopra la barriera, anche i ribassi si trasformano in performance positiva (in valore assoluto); se la barriera viene violata, si partecipa alle perdite.
- Outperformance: offre una partecipazione più che proporzionale (superiore al 100%) ai rialzi del sottostante.
Certificati a capitale non protetto
Rinunciano alla protezione in cambio di una replica più diretta ed efficiente del sottostante.
- Benchmark (o Tracker): replicano linearmente, in genere 1:1, l’andamento di un indice, un paniere o una materia prima. Non proteggono il capitale, ma permettono di accedere in modo semplice ed efficiente (anche sul piano fiscale) a sottostanti altrimenti difficili da raggiungere per un investitore retail.
- Discount: si acquistano a sconto rispetto al sottostante, in cambio di un tetto (cap) al guadagno massimo.
Certificati a leva (Leverage)
Strumenti per il trading, da maneggiare con cautela perché la leva amplifica anche le perdite.
- Leva fissa: moltiplicano la performance giornaliera del sottostante per un fattore fisso (ad esempio ±3x, ±5x, ±7x). Il ricalcolo quotidiano fa sì che, su più giorni, il rendimento possa discostarsi da quello del sottostante moltiplicato per la leva (effetto «compounding»).
- Leva variabile (Mini-Future, Turbo): hanno una leva dinamica e un livello di stop loss/knock-out; se il sottostante lo raggiunge, lo strumento si estingue anticipatamente.
- Covered Warrant: opzioni cartolarizzate (call o put) con uno strike e una scadenza, che danno il diritto (non l’obbligo) di incassare il differenziale rispetto al sottostante.
I meccanismi chiave da capire
Prima di scegliere un certificato è essenziale capire alcuni ingranaggi ricorrenti, perché è da questi che dipende il comportamento reale del prodotto.
- Barriera: il livello che determina se la protezione regge. Può essere continua (o americana), monitorata per tutta la vita del prodotto — basta un tocco intraday per violarla — oppure terminale (o europea), rilevata solo a scadenza. A parità di altre condizioni, la barriera terminale è più protettiva.
- Livello di protezione: la barriera è espressa in percentuale dello strike (ad esempio 60%): più è bassa, più margine di discesa concede al sottostante.
- Effetto memoria: le cedole non pagate non vanno perse, ma si accumulano e possono essere recuperate se il sottostante torna sopra il trigger.
- Autocall (trigger): il livello che, se raggiunto a una data di osservazione, fa scattare il rimborso anticipato con premio.
- Worst of: nei certificati su panieri, barriera e cedole sono calcolate sul titolo peggiore del paniere. Questo alza il rendimento offerto, ma anche il rischio, perché basta un solo titolo debole per compromettere il risultato.
- Cap: il tetto massimo al rendimento, il prezzo da pagare per protezione o cedole più generose.
- Gap risk: il rischio che il sottostante apra bruscamente molto sotto la barriera, provocando perdite immediate.
Dove si negoziano i Certificates
I certificati si comprano e si vendono in due momenti distinti. Sul mercato primario l’emittente colloca il prodotto in fase di emissione, spesso a un prezzo pari al valore nominale. Sul mercato secondario il certificato è poi negoziabile in ogni momento fino alla scadenza.
In Italia i mercati di riferimento sono il SeDeX e il Cert-X (segmento di EuroTLX), due MTF (sistemi multilaterali di negoziazione) gestiti da Borsa Italiana, oggi parte del gruppo Euronext. Su entrambi opera obbligatoriamente un Liquidity Provider (market maker) che garantisce la liquidità dello strumento esponendo in via continua prezzi di acquisto e di vendita. Il SeDeX offre inoltre orari di negoziazione estesi, in alcuni casi fino a sera.
Pur essendo negoziati su mercati vigilati, i certificati sono soggetti al rischio emittente: in caso di default della banca emittente sono equiparati alle obbligazioni senior non garantite, e l’investitore rischia di perdere il capitale a prescindere dall’andamento del sottostante. La solidità dell’emittente (il suo rating) va quindi valutata con attenzione.
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La tassazione dei Certificates
Dal punto di vista fiscale i certificati godono di una posizione particolarmente efficiente, ed è uno dei motivi della loro popolarità.
A differenza di fondi ed ETF, i certificati generano sempre e solo «redditi diversi», sia i guadagni sia le eventuali cedole/premi, perché pagano importi aleatori, cioè subordinati al verificarsi di determinate condizioni. Le plusvalenze sono tassate con l’imposta sostitutiva del 26%, come per la maggior parte degli strumenti finanziari.
Il vantaggio decisivo è la compensazione. Nel sistema italiano si possono compensare solo redditi della stessa natura, e le minusvalenze accantonate nello «zainetto fiscale» sono redditi diversi. Poiché i guadagni da fondi ed ETF sono invece «redditi di capitale», non compensabili, chi ha minusvalenze pregresse (magari proprio da ETF) può usare le plusvalenze dei certificati - anch’esse redditi diversi - per recuperarle, abbattendo l’imposta dovuta. Le minusvalenze restano utilizzabili entro il quarto anno successivo a quello di realizzo, dopodiché scadono. Attenzione: la compensazione avviene all’interno del singolo intermediario, e lo zainetto fiscale va controllato per tempo, idealmente tra settembre e ottobre.
Un secondo prelievo, marginale per il retail, è l’imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin Tax, legge 228/2012). Si applica ai certificati che hanno come sottostante prevalentemente azioni italiane di società con capitalizzazione media non inferiore a 500 milioni di euro (non 500.000: è un errore ricorrente). Per questi strumenti l’imposta non è una percentuale sui guadagni, ma un importo fisso per contratto, commisurato al valore nozionale e ridotto a un quinto quando la negoziazione avviene su mercati regolamentati o MTF, come nel caso di tutti i certificati quotati destinati al retail.
Il glossario dei Certificati
- Strike price: il valore iniziale del sottostante, rilevato alla data di valutazione iniziale.
- Barriera: il livello che, se toccato o superato al ribasso, fa venir meno la protezione del capitale.
- Multiplo: quante unità di sottostante sono controllate da un singolo certificato (valore nominale diviso strike).
- Emittente: la banca che costruisce e distribuisce il certificato. Il suo rischio di credito resta in capo all’investitore: valutarne l’affidabilità (rating) è essenziale.
- Valuta: la divisa in cui il certificato è emesso e quotato, indipendente da quella del sottostante (da cui può derivare un rischio di cambio).
- Valore nominale: il prezzo di riferimento fissato dall’emittente, di norma 100 euro.
- Prezzo di emissione: il prezzo di collocamento, alla pari o sotto la pari rispetto al nominale.
- Cedola/premio: l’importo periodico, fisso o condizionato, pagato da alcune tipologie.
- Trigger e livello di autocall: i livelli che attivano rispettivamente le cedole condizionate e il rimborso anticipato.
- Cap: il tetto massimo al rendimento.
- Bid-ask (spread): la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita esposta dal market maker; incide sul costo effettivo di ingresso e uscita.
Come scegliere il certificato giusto
Non esiste un certificato «migliore» in assoluto: esiste quello coerente con lo scenario che ci si attende e con la propria propensione al rischio. Alcune domande aiutano a scegliere.
Cosa mi aspetto dal sottostante? Se prevedo un mercato laterale o in lieve calo, un Bonus o un Cash Collect con barriera adeguata può rendere anche senza rialzi; se punto al rialzo con protezione, un Equity Protection; se voglio amplificare un movimento di breve, un certificato a leva.
Quanto capitale voglio proteggere, e a quali condizioni? Qui contano il tipo di barriera (continua o terminale) e il suo livello: più è bassa e terminale, maggiore è il margine di sicurezza.
Quali sono i costi e i limiti impliciti? Un cap riduce il potenziale, uno spread ampio pesa sull’operatività, un meccanismo worst of alza il rischio. E poiché il rischio emittente è sempre presente, la solidità della banca conta quanto la struttura del prodotto.
Il documento da leggere prima di tutto è il KID (Key Information Document), obbligatorio, che riassume funzionamento, scenari di rendimento, indicatore di rischio e costi.
Quali sono i vantaggi dei Certificates?
- Modulazione del profilo di rischio: dalla protezione totale del capitale alle cedole condizionate, dalla partecipazione più che proporzionale alla leva, il ventaglio di strutture consente di adattarsi a scenari e obiettivi diversi.
- Accesso a molti sottostanti: con un solo titolo si investe su indici, panieri, materie prime o valute altrimenti difficili da raggiungere.
- Efficienza fiscale: la natura di «redditi diversi» rende i certificati uno degli strumenti più usati per recuperare le minusvalenze.
- Liquidità: la presenza obbligatoria di un market maker garantisce prezzi in via continua su SeDeX e Cert-X.
I rischi dei Certificates
- Rischio emittente: è il rischio principale. In caso di insolvenza della banca emittente si può perdere il capitale, indipendentemente dall’andamento del sottostante.
- Rischio di mercato: il valore del certificato dipende dal sottostante; la performance passata non è indicativa di quella futura.
- Rischio barriera e gap: nei prodotti a protezione condizionata, la violazione della barriera fa saltare la protezione, e un movimento improvviso può tradursi in perdite rapide.
- Rischio di liquidità: pur con il market maker, in condizioni di mercato particolari lo spread può allargarsi e rendere meno conveniente comprare o vendere.
- Complessità: la struttura opzionale richiede di comprendere bene meccanismi come cap, worst of, effetto memoria e tipo di barriera prima di investire.
- Rischio di cambio: se la valuta del certificato è diversa da quella del sottostante o dell’investitore.
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