Cosa farà Renzi: il premier può davvero contare sul 40% del Sì per le prossime elezioni?

Cosa farà il premier dopo la sconfitta al referendum? Fa bene a puntare sul 40,9% per rilanciarsi alle prossime elezioni? Sì, ma le incognite restano.

Matteo Renzi può davvero contare sul 40,9% ottenuto dal fronte del Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre?

Tra le letture che sono state date del voto di domenica, una in particolare suona come una consolazione non di poco conto per il premier dimissionario, il quale - stando a questa analisi, sposata in un tweet anche dal renzianissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, che ha ricordato il 40% delle primarie 2012 e quello delle europee 2014 - può contare su questo zoccolo duro di preferenze tutte sue in vista di future elezioni, mentre il 59,1% del No va ripartito tra diverse forze politiche eterogenee che non hanno alcuna chance di compattarsi sotto un’unica leadership.

Analisi giusta o troppo semplicistica? Intanto partiamo da un dato: la stragrande maggioranza dell’elettorato Pd (75%), il partito di cui Renzi è (almeno per ora) segretario, è stato fedele alle indicazioni del premier e ha votato Sì.

Ancor più granitico il blocco M5S, come dimostra la rilevazione di Demopolis per Otto e Mezzo: l’86% dell’elettorato grillino ha scelto di votare No.

Percentuale “di fedeltà” leggermente inferiore per quanto riguarda la Lega (81%), mentre gli elettori di Forza Italia che hanno scelto di rispettare le indicazioni del partito guidato da Silvio Berlusconi ammontano al 74% del totale.

Cosa farà Renzi: la fine del Partito della Nazione

La minoranza Pd che al referendum si è schierata con il No sfrutterà la debacle referendaria del premier per strappare a Renzi la leadership del partito. Eppure i dati di Demopolis dimostrano che tutto sommato Renzi è riuscito a tenere compatto l’elettorato del suo partito, nonostante i ripetuti assalti della sinistra dem.

Ma fare affidamento sul 40,9% conquistato dal Sì in questo referendum può essere rischioso per Renzi. Un dato interessante arriva dal confronto con le elezioni europee di due anni fa. Una rilevazione di Quorum per SkyTg24 ci dice che degli elettori Pd del 2014, uno su 4 ha votato No, mentre solo uno su cinque tra gli elettori di centrodestra (FI-Lega-Fdi) ha votato Sì.

Segno che il progetto del Partito della Nazione sognato da Renzi è stato (forse) definitivamente rottamato dal voto del 4 dicembre.

Cosa farà Renzi: un errore ignorare il 60% del No

Insomma: il 40,9% conquistato domenica rappresenta una base debole che necessita di una costante mobilitazione. Sul suo blog Claudio Velardi scrive infatti che tale percentuale

“non è una quota scritta nelle Tavole della Legge, e soprattutto non si applica a scadenze e momenti diversi. Nel Sì del 4 dicembre c’è tanta buona roba (le zone più avanzate del paese, la fiducia in Renzi, la valutazione ragionata sulla riforma), ma pensare di costituirsi prescindendo programmaticamente dal 60% (il Sud intero, le periferie, gli antipatizzanti ad personam) mi sembra follia suicida”.

Una tesi che ricalca l’analisi offerta da SWG:

“Il referendum costituzionale fa emergere un quadro politico su cui è utile riflettere da un lato, mostra un universo in gran parte bloccato ai tre angoli tripolari, con elettorati tendenzialmente impermeabili, che votano, in gran parte, seguendo le indicazioni dei partiti di riferimento. Dall’altro lato, affiora un blocco sociale nuovo che, facendo perno sulla parte maggioritaria del Pd, aggrega parti di ceto dei medi produttivi e attivi, intorno all’idea di una trasformazione riformatrice e non populista del Paese”.

I “grandi assenti”, evidenzia l’istituto di ricerca, sono i ceti medio-bassi, i quali

“non si sono riconosciuti nel messaggio riformatore e non hanno trovato in esso gli elementi attesi (e agognati) di riscatto, difesa e rafforzamento sociale”.

Nelle intenzioni di Renzi c’è quella di andare subito al voto, provando a capitalizzare il consenso raccolto dal suo progetto di modifica della Costituzione. Ma l’operazione nasconde insidie notevoli, che questa volta potrebbero rivelarsi davvero fatali per il presidente del Consiglio uscente.

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