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di Glauco Maggi

Biden fa il Sanders, ma l’America non è socialista

Glauco Maggi

5 ottobre 2021

Biden fa il Sanders, ma l'America non è socialista

Joe Biden è diventato un «progressista», con le sue sfide per trasformare l’America. Nel gergo di Washington progressista sta per radicale di sinistra.

Ma chi è il vero presidente in carica? Joe Biden o Bernie Sanders? Biden vinse le primarie Democratiche, quando l’establishment del partito prese una paura matta per le ripetute vittorie del senatore socialista del Vermont sul filo di lana e si aggrappò all’ex vicepresidente di Obama.

Politico “professionista di carriera” con mezzo secolo di cariche a Washington recitate in una chiave sostanzialmente opportunista (cattolico anti-aborto ha invertito la posizione; ha votato nel 2002 con George Bush per usare la forza contro Hussein in Iraq, poi, a guerra iniziata nel 2003 si è dichiarato contrario) Biden è stato l’ideale per offrire nel 2020 a un paese stanco del presidente Repubblicano uscente, marchiato dal suo chiassoso, spesso sbagliato e gratuitamente volgare, divisivo, e autodistruttivo protagonismo, l’occasione di eleggere un uomo-bandieraNo Trump”.

Pompato e protetto dai media mainstream (vedi le censure degli scandali del figlio Hunter, per non parlare del suo stesso assalto sessuale alla stagista Tara Reade). Un vecchio arnese, prono alle gaffe, umanamente modesto (Obama era contro la sua candidatura alle primarie e glielo disse). Uno dalla fama di “centrista”, unificante sul piano personale e a-ideologico, tutto dato per scontato. Perfetto, quindi, per restituire alla politica americana una cura di normalità e di pragmatismo. E per respingere un bis da panico.

Finì con Joe che staccò Donald alle urne con il 51,3% contro il 46,9% di voti nel Paese, ma con una risicatissima vittoria del partito DEM in Congresso: in Senato 50 per parte, alla Camera una maggioranza che non reggerebbe a una fronda di 3 o 4 deputati Democratici. Quindi, un abisso rispetto a Lindon Johnson, che nel 1964 umiliò Barry Goldwater, e il GOP, con il 61% contro il 38% dei voti, 68 senatori DEM contro 32 e 295 deputati contro 140 Repubblicani. Quello sì che era un mandato a trasformare l’America, e i DEM lanciarono e approvarono il piano per la Great Society contro la povertà.

Biden, tradendo le premesse soggettive su di sé, e soprattutto sfidando le risultanze oggettive delle forze in campo, pensa di essere un novello Johnson e si è buttato nell’impresa di trasformare l’America in senso socialista chiedendo circa 5 trilioni di dollari (5 mila miliardi) per piani di welfare ancora ignoti al pubblico: sono racchiusi in una legge da 2500 pagine che la gente non ha ancora potuto nemmeno leggere e capire nella sua interezza e complessità.

In parallelo, c’è un programma di aumenti delle tasse alle aziende e alle famiglie che non potrebbe mai compensare la sbornia delle spese, ma che avrebbe un effetto certo nel penalizzare l’economia e nel resuscitare l’inflazione, che per definizione è la tassa più pesante per i poveri.

Quello che è chiaro è che si tratta della sfida del Biden “progressista” di nuova versione. Joe nei discorsi premette “io sono un capitalista” mentre tutti sanno che questa è una “excusatio non petita”. Lui, ormai, è un partigiano “Sandersista”. Del resto, il fine della “unità” della nazione sotto la sua leadership non è durato un minuto oltre il discorso ufficiale di insediamento del gennaio scorso. L’America ha via via scoperto di essersi affidata a un “progressista” senza se e senza ma, dove progressista, nel gergo di Washinghton, sta per radicale, di sinistra, o socialista, anche se il termine non è ancora interamente sdoganato, perché fa vergogna davanti alla stragrande maggioranza della gente.

Non sono io a sostenerlo, ma insospettabili giornalisti progressisti. Per esempio, Mehdi Hasan.
Adesso Hasan fa il conduttore di Peacock/MSNBC, la TV più a sinistra di tutte, e nel 2019 aveva liquidato l’allora candidato Biden definendolo “un bianco di 76 anni, con pochissime politiche effettive realizzate, in un partito che negli ultimi anni sta diventando più giovane, più femminile e sempre più non bianco. Joe Biden sarebbe un disastro”. Qualche mese fa, quello stesso Hasan ha fortemente elogiato il 78enne presidente, scrivendo che le sue mosse sembrano l’adempimento di una lista dei desideri dei progressisti più che il grande tradimento di un centrista. “Né Bill Clinton né Obama hanno iniziato le loro presidenze con tale energia o ambizione”, ha confermato Hasan. E persino la giovane superstar politica della sinistra, la rappresentante di New York Alexandria Ocasio-Cortez, alleata da sempre a Sanders, è d’accordo. “Prevedevo da lui un approccio conservatore”, ha detto, “invece l’amministrazione Biden e il presidente Biden hanno superato le aspettative dei progressisti".

Del resto sono stati i fatti dei mesi scorsi a mostrare il radicalismo di sinistra di Biden. Sul tema dell’immigrazione clandestina, la politica è stata dal primo giorno quella dei “confini aperti”, che ha fatto scoppiare la crisi umanitaria: lo stesso ministro della Homeland Securities ha appena detto che il suo ministero si prepara per 400mila nuovi migranti che saranno intercettati in ottobre, il doppio del record di 200mila in luglio e agosto.

In Afghanistan, il ritiro totale dei soldati USA, mal gestito per la fretta di “finire la guerra”, un mantra storico dei Democratici, è già archiviato negli annali come “la debacle di Kabul”. E a imperituro marchio delle responsabilità dirette di Biden, che aveva cercato di addossare a Trump la colpa della vittoria talebana, i suoi generali a 4 stelle e il suo ministro alla Difesa lo hanno sbugiardato nella audizione in Senato della settimana passata. Biden aveva detto che i generali erano d’accordo con lui sul ritiro immediato di tutte le truppe Usa, e invece loro, sotto giuramento, hanno raccontato di aver raccomandato di tenere in Afghanistan 2500, magari anche 3500 marines. Senza mettere data di partenza come giusta tattica per organizzare un ritiro più sicuro. Invece, 13 marines e oltre cento afghani sono morti nell’attentato dell’ISIS, e centinaia di americani e afghani amici sono ancora a rischio a Kabul.

E poi c’è l’economia, con il braccio di ferro in Congresso sulla spesa pubblica che è diventata la cartina di tornasole della vera anima del presidente. La partita sta dominando le cronache di queste ore. Biden ha un disperato bisogno di una vittoria politica in Congresso, e l’investimento nelle infrastrutture, da mesi sul tappeto, sembrava fatto apposta. L’opinione pubblica è d’accordo, perché sull’aggiustare strade e ponti, porti e gallerie, è difficile non esserlo. Così, anche se quella legge prevede una spesa da oltre mille miliardi, di cui meno della metà dedicata in effetti alle opere pubbliche di miglioramento del Paese, persino 19 senatori repubblicani avevano promesso il voto positivo. Sarebbe stata una vittoria politica bipartisan enorme per Biden. Con una sola firma sarebbe passato per unificatore fra i partiti e come leader che sa soddisfare le esigenze pratiche reali della popolazione. E lui sa quanto gli farebbe bene, vista la sua penosa situazione nei sondaggi che sono peggio di quelli che aveva Trump. Nella media RCP del 3 ottobre, il 49,2% lo boccia e il 45,2% lo approva.

Invece, ha scelto di schierarsi con i progressisti DEM della Camera, che avevano minacciato di votare contro il finanziamento delle infrastrutture se prima il Senato non avesse approvato, con il procedimento estremo della “riconciliazione”, l’abnorme piano da 3500 miliardi. In quest’ultimo ci sono misure che introdurrebbero l’ampliamento delle coperture sanitarie a livelli superiori a quelli offerti in Europa (le spese dentali, per esempio). L’azzeramento dei costi scolastici dall’asilo all’università.

E i permessi di maternità e malattie, oggi garantiti dai datori di lavoro su base contrattuale, diventerebbero un “diritto federale”. Un bengodi che trasformerebbe l’America in un paese ben più socialista della più avanzata socialdemocrazia nordica europea. Niente di male, se la maggioranza dei rappresentanti degli elettori USA fosse davvero d’accordo. Non è così. Infatti 52 senatori, tutti i 50 del GOP più due DEM, moderati-centristi, sono contrari. La partita è aperta mentre scriviamo. Vedremo come finirà, e ne daremo conto.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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