Banche popolari: BPM entro giugno diventa Spa, UBI valuta il rinvio. Pesa l’incognita della decisione del Tar prevista per il 7 ottobre

Si delinea sempre più il processo di trasformazione in Spa imposto dal decreto Renzi - Padoan. La situazione di UBI e BPM.

Banca Popolare di Milano ha dato avvio al processo di trasformazione in Spa. Martedì scorso il consiglio di gestione ha stabilito indicativamente che entro giugno sarà convocata l’assemblea straordinaria per la modifica dello Statuto. Nell’ambito del consiglio è stata anche approvata la “road map” richiesta dalla Banca d’Italia in vista della trasformazione in società per azioni. Una trasformazione che, per effetto del decreto Renzi-Padoan, riguarda le 10 principali banche popolari italiane con una soglia superiore agli 8 miliardi.

Quella di giugno rimane comunque una data indicativa che potrebbe essere anticipata per ragioni di governance interne alla banca e dall’altro per concludere una probabile fusione con un’altra banca, da tempo attesa dal mercato. E’ realistico infatti pensare che, in previsione del rinnovo dei vertici del consiglio di sorveglianza che scade ad aprile,(al contrario del cdg che rimane in carica fino al 2017) possa avvenire in unico evento assembleare sia la trasformazione societaria e sia la fusione con un nuovo partner.

I giochi sul tavolo con i nuovi partner rimangono ancora tutti aperti: accantonato per ora l’accordo con il Banco Popolare di Milano, che in questi ultimi tempi sembra convergere verso UBI, le alternative di accordo in corso riguardano Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Carige e Credito Valtellinese.

La situazione rimane un po’ più complessa per UBI che per prima ha intrapreso questo processo di trasformazione definendo già lo scorso giugno, in sede di consiglio di sorveglianza, il nuovo testo statutario da sottoporre all’Assemblea straordinaria il prossimo 10 ottobre. Tuttavia a seguito del ricorso presentato da alcuni soci delle banche popolari - l’economista Marco Vitale e il consigliere della BPM Piero Lonardi - il 7 ottobre il Tar del Lazio, appena tre giorni dell’assemblea straordinaria di Ubi, si riunirà per decidere sulla richiesta urgente di sospensiva delle disposizioni attuative della riforma emesse da Banca d’Italia. Un caso singolare che pone il tema della mancanza certa del diritto. “Se sarà necessario si potrà anche rimandare la trasformazione in Spa” ha dichiarato il presidente del consiglio di sorveglianza, Andrea Moltrasio:“La nostra linea non cambia ed è quella di rispettare le leggi. Siamo sereni e tranquilli”.

Intanto sul fronte dell’azionariato, la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo che è tra i primi azionisti Ubi, con una quota del 2,23% potrebbe diventare il primo azionista di UBI. La Fondazione presieduta da Ezio Falco, starebbe lavorando a un piano per cedere la quota del 25% nella banca Regionale Europea a UBI Banca, titolare del restante 75%, in cambio di azioni Ubi, portandosi quindi ad una quota oltre il 5%.

Le ragioni che hanno spinto Ubi ad accelerare nella trasformazione in Spa risiedono nel bisogno di avere regole certe prima del rinnovo degli organi, il nuovo consiglio di sorveglianza e il nuovo consiglio di gestione previsto nell’assemblea di aprile 2016. Tale operazione consentirebbe infatti di effettuare in futuro e in anticipo, rispetto ai suoi competitors, nuove operazioni e nuove strategie di sviluppo incluse acquisizioni, riassetti, aggregazioni.

Più prudenti rimangono le altre banche popolari. Banco Popolare sottoporrà la Spa al voto dell’assemblea nell’autunno del 2016.Quasi certamente Veneto Banca e la Popolare di Vicenza si muoveranno entro la fine dell’anno. I restanti invece attenderanno il 2016 inoltrato. Le ragioni della prudenza sono diverse: oltre al pronunciamento del Tar atteso il prossimo 7 ottobre, che confermerebbe le criticità della trasformazione non solo di UBI ma di tutte le banche popolari soggette alla riforma, sono le incertezze legate ai risultati degli stress test e un nuovo stress test in arrivo. Inoltre c’è il problema dei rapporti con i sindacati del credito che, come già successo per il caso BPM, hanno chiesto un maggiore coinvolgimento nel processo di trasformazione.

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