Economie emergenti in crisi: i problemi cruciali secondo la BRI

La BRI indica come problemi cruciali per gli emergenti i timori sulla crescita cinese e l’apprezzamento del dollaro, valuta nel quale è espresso il debito delle aziende corporate emergenti.

Il 13 settembre, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha pubblicato il suo rapporto trimestrale con un particolare focus sull’andamento delle economie emergenti. Nello specifico, la BRI ha rilevato la grande preoccupazione da parte dei paesi produttori di materie prime circa la revisione al ribasso della crescita del PIL cinese e l’apprezzamento del dollaro USA.

La bassa crescita cinese e il dollaro forte spaventano gli emergenti
Secondo la relazione, l’abbassamento della fiducia degli investitori in Cina è stata una conseguenza degli ultimi forti ribassi di borsa, della svalutazione dello yuan e della contrazione del PIL rispetto alle stime. Essendo uno dei maggiori importatori di materie prime al mondo, un rallentamento dell’economia cinese potrebbe comportare una diminuzione della domanda di materie prime fornite dai mercati emergenti. Queste preoccupazioni seguono il calo dei prezzi del petrolio che sta portando i paesi esportatori di materie prime (Nuova Zelanda, Australia, India, Thailandia) ad allentare la loro politica monetaria. Allo stesso tempo, l’apprezzamento del dollaro USA sta comportando forti difficoltà di rimborso del debito in dollari contratto per essere appetibili sui mercati dalle aziende corporate emergenti. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali a fine marzo 2015, le obbligazioni non bancarie emesse in dollari USA al di fuori degli Stati Uniti ammontavano a 9600 miliardi di dollari.

Il debito corporate degli emergenti è fortemente esposto in dollari
Dopo la grande crisi finanziaria del 2008, molte aziende corporate dei mercato emergenti hanno aumentato la loro esposizione sul mercato del debito portandola ai massimi da 10 anni. La BRI sostiene inoltre che le attuali condizioni finanziarie (contrazione del PIL di Cina, Brasile, Russia) abbiano comportato un forte aumento degli spread creditizi per questi paesi.

Esemplare è il caso del colosso petrolifero brasiliano Petrobas, che ha un’esposizione debitoria per un valore complessivo di 140 miliardi di dollari, per il 55% denominati in valuta estera (cioè dollari ed euro): il crollo del real brasiliano, che da inizio anno ha perso circa il 30% sul dollaro, ha dunque avuto l’effetto di rendere più difficile il rimborso. Tanto che S&Ps ha tagliato il rating di Petrobras a junk (spazzatura). Se la FED decidesse di alzare i tassi, causando un possibile ulteriore rincaro del biglietto verde sul real brasiliano e un aumento dei tassi in dollari, per Petrobras i guai diventerebbero ancora maggiori.

Le aziende corporate dei principali paesi emergenti hanno sul mercato un totale di 2.400 miliardi di dollari in obbligazioni, cioè titoli di debito in gran parte denominati in valuta statunitense. Il paventato aumento dei tassi d’interesse di riferimento USA renderebbe ancor più difficile il rimborso ai creditori.

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