Auto cinesi, la rivoluzione è globale

Luca Secondino

27/04/2018

Le case automobilistiche cinesi vogliono esportare nel resto del mondo le proprie tecnologie e il know how per l’auto del futuro.

Auto cinesi, la rivoluzione è globale

L’automobile in Cina sta crescendo rapidamente, ma gli affari delle compagnie escono dai confini nazionali e stanno man mano conquistando il resto del mondo in modi diversi, inserendosi tra gli azionisti dei colossi europei, finanziando start-up americane o semplicemente vendendo le proprie tecnologie al vecchio continente.

Anche nel mercato interno la Cina si mostra solida, e ha imposto fino al 2022 delle joint venture con le case automobilistiche locali a tutte le compagnie straniere che vogliono costruire sul suolo di Pechino.

Potrebbe accadere quello che abbiamo già visto nel mondo tecnologico e della telefonia, quando i colossi cinesi hanno trasformato semplici cellulari in computer tascabili schiacciando le compagnie allora dominanti dalla Svezia, Finlandia, Stati Uniti, Giappone e Germania.

Auto cinesi in tutto il mondo

Quando negli anni Ottanta Li Shufu, che controlla il colosso Geely, passò dai componenti per frigoriferi alle automobili, automotive e Cina sembravano due parole che non potessero stare nella stessa frase.

Li ha confessato a Bloomberg:

Voglio che il mondo intero ascolti la cacofonia delle auto made in China. Il sogno di Geely è diventare un’azienda globalizzata. Per farlo, dobbiamo uscire dal paese.

Geely possiede, tra le altre, Volvo, Lotus, London Taxi e la maggioranza (9,7%) di Daimler, ma non è l’unica casa cinese che si è mossa nel mondo: SF Motors, NIO e Byton contano di vendere automobili negli Stati Uniti a partire dal prossimo anno. Allo stesso tempo, BYD, sostenuta da Warren Buffett, sta costruendo autobus elettrici in California, Baidu collabora con Microsoft, TomTom e Nvidia a una piattaforma per la guida autonoma, e la pechinese TuSimple sta facendo delle prove in Arizona.

Anche le auto saranno “made in China”

Le case automobilistiche cinesi sono pronte ad assimilare i gusti e i design occidentali per riuscire ad imporsi nei grandi mercati esteri. Per primi, competeranno con i modelli giapponesi e coreani, anche se secondo Bob Lutz, ex vice presidente di General Motors, non saranno più competenti delle rivali.

L’ingresso negli Stati Uniti sarà più difficile a causa dei dazi imposti da Trump, ma le compagnie riusciranno ad entrare tramite partecipazioni con i colossi americani ed europei.

Quando la sud coreana Hyundai sbarcò negli Stati Uniti, le auto offerte erano di scarsa qualità, mentre oggi è uno dei maggiori cinque produttori al mondo, con 1,25 milioni di auto solo negli Stati Uniti e con fabbriche sul territorio.

La Cina non ha intenzione di imporsi come carmaker, ma anche come fornitore: sarà il primo Paese per vendita di auto elettriche, ma già da anni è il più grande produttore di batterie che vende in tutto il mondo. Le compagnie hanno investito circa 31 miliardi di dollari in operazioni fuori dai confini cinesi, tra partecipazioni e pacchetti azionari, e ora che software ed elettronica diventano fondamentali quanto il motore, la Cina sta facendo in modo di imporsi anche dal punto di vista tecnologico.

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